personeVent'anni fa il sociologo Alessandro Dal Lago pubblicava il saggio “Non persone. L’esclusione dei migranti in una società globale”. L’autore evidenziava la trasformazione dei valori delle società accoglienti di fronte a un considerevole numero di arrivi di profughi, sfollati, rifugiati, richiedenti asilo.

Conseguenze: aumento della paura, stigmatizzazione sociale, involuzione della cultura politica, confinamento, espulsione.

“Si potrebbe pensare - si legge nell'introduzione al saggio – che nell'epoca della globalizzazione l’uguaglianza di tutti gli esseri umani e il loro diritto a muoversi liberamente per il mondo e per trovare un’esistenza decente siano principi ovvi, anche se privi di una formulazione netta. Ma non è così. L’umanità viene divisa in maggioranze di nazionali, cittadini dotati di diritti e di garanzie formali e in minoranza di stranieri illegittimi (non cittadini, non nazionali) cui le garanzie vengono negate di diritto e di fatto. Grazie a meccanismi sociali di etichettamento e esclusione impliciti ed espliciti l’umanità viene divisa tra persone e non persone”.

E il migrante diventa il nemico pubblico n. 1 per ogni tipo di rivendicazione di “identità nazionale locale o settoriale”.

Sono passati vent’anni, ma la reazione di fronte al fenomeno migratorio di massa resta la stessa, il quadro è identico, se non peggiore.

I migranti sono i nemici, quelli che “minacciano la sicurezza quotidiana” nei quartieri cittadini, che intaccano “la purezza etnica”, che minano la “compattezza nazionale”, che rubano il lavoro e via dicendo.

Durante il mio soggiorno vacanziero in Italia, sempre gradito e piacevole per molti aspetti, mi sono rattristata per l’atteggiamento e i discorsi delle persone, anche amiche e dotate di cultura, di fronte al fenomeno migratorio: nessuna seria analisi del fenomeno e delle sue cause, discorsi meschini, alchimie politiche, elucubrazioni mentali, disquisizioni sofisticate, mai empatia, pietà, senso di solidarietà, se non altro per la comune appartenenza umana. Egoismi locali e ragioni pseudopolitiche fanno invocare l’uso della forza, piuttosto che quello dell’intelligenza.

Che non si possano accogliere tutti, ci sta; che si debbano trovare soluzioni congiunte, mi va bene; che l’Europa debba darsi una svegliata e non lasciare solo chi è più coinvolto, nessuna obiezione; che in mezzo a tanti poveracci in fuga da guerra, fame, soprusi, conflitti e ingiustizie di varia natura ci possano essere anche delinquenti, non si può negare, ma non si può perdere l’umana pietà. Le coscienze sembrano appiattite dai media (ovvio, non tutti) e dai vari populismi che creano un clima di paura e ansia, senza vergogna di mistificare i fatti e sottacere informazioni importanti.

Una consolazione viene dai giovani, cui lasciamo la gravosa eredità di sistemare un mondo che va a rotoli.

In maggioranza, scelgono l’umanità e l’arma della pace e si fanno portatori di interculturalità.

Quanto a noi, non perdiamo l’occasione di dare concreta testimonianza, “prendendoci cura del nostro fratello”, come possiamo e siamo capaci. Siamo tutti persone.


Articolo pubblicato sul mensile insieme di settembre 2018.