Logo mciLe nostre comunità sono conosciute come “Missioni cattoliche italiane”.

Col tempo abbiamo imparato a dire “Missioni cattoliche di lingua italiana”, per sottolineare che non siamo una comunità nazionale – italiana – ma una comunità di fedeli di varie nazionalità, che pregano in lingua italiana. Queste non sono sottigliezze linguistiche ma sono un linguaggio inclusivo, che è attento alle dinamiche di sviluppo della comunità e cerca di generare un senso di appartenenza, fondando l’unità non sulla nazionalità ma sulla comune fede in Gesù, espressa in lingua italiana. La lingua, dunque, in questo modo, diventa uno strumento di comunicazione e non il simbolo di una cultura. Il concetto di cultura, infatti, è più ampio della lingua.

Veniamo ora al punto: ha ancora senso continuare a definirci “Missione”?

Questa parola deriva dal titolo latino “Missio cum cura animarum”  (Missione per la cura delle anime) proveniente dalla Costituzione pontificia Exsul Familia del 1952, appunto sulla cura pastorale dei migranti.

Il concetto di “missione” accentuava l’assistenza ai migranti da parte della Chiesa di partenza e li considerava in una fase transitoria della loro esperienza di vita. Oggi, dopo quasi 70 anni, abbiamo capito che l’emigrazione è un fenomeno strutturale della nostra società, che anche quando finisce una migrazione fisica non è ancora finita quella psicologica, culturale e religiosa, che le nostre “missioni” sono diventate gradualmente casa per tutti, non solo per i migranti. Inoltre, abbiamo sviluppato la consapevolezza che i migranti appartengono alla chiesa in cui vivono, non a quella da cui partono, dunque è il vescovo diocesano che deve prendersene cura, destinando strutture e personale adeguato alla loro cura. Non da ultimo, il termine “Missione” suona anche male agli orecchi dei nostri amici svizzeri, perché lo associano alla parola “Missionieren” – evangelizzare.

Ogni tanto mi sento dire: “P. Antonio: che senso ha una Missione per gli italiani?” Il senso della domanda è: “Bisogna evangelizzare gli italiani in Svizzera?”. Per certi aspetti sì – considerando il vuoto spirituale sempre più dilagante – per altri versi no, se consideriamo che normalmente con tale termine s’intende l’azione della Chiesa di annunciare il Vangelo alle
persone che non lo conoscono. Non dimentichiamo, però, che da tempo la Chiesa parla della necessità di una “nuova evangelizzazione” tra i battezzati, perché si è cristiani di nome,
ma non di fatto.

Il termine “Missione”, secondo me, ci penalizza perché ci considera un corpo estraneo a quella che è la “norma”, cioè le parrocchie territoriali.

Nella prassi non c’è differenza tra noi e una parrocchia territoriale, se non fosse per la lingua. Dunque, perché non togliere questo nome e chiamarci, per esempio: “comunità di fede di lingua italiana”? Non siamo proprio questo, al pari di tutte le altre comunità?

Pensiamoci e scambiamoci qualche parere a riguardo, chissà che pian piano dalla prassi non ne nasca anche un riconoscimento ufficiale!

P. Antonio