2018 03 DimmiComeCelebriÈ proprio vero: nella liturgia convergono tante dimensioni che parlano di noi: la lingua, le tradizioni, la pietà popolare, il senso di Chiesa, di comunità e di società, il senso di Dio, la visione del mondo… e l’elenco potrebbe continuare.

Il 29 e 30 Gennaio a Zurigo si è tenuto un convegno dal titolo “Vivere la diversità. Parrocchie e Missioni Cattoliche celebrano la liturgia”. Eravamo circa 50 persone, tra partecipanti, relatori ed organizzatori.

Lo scopo era confrontarsi sul nostro celebrare insieme la fede nella diversità delle lingue, delle tradizioni e delle culture. Il Prof. Benedikt Kranemann, dell’Università di Erfurt, in Germania, ha sottolineato alcuni fondamenti teologici di una pastorale vissuta tra unità e diversità. A volte non ce ne rendiamo conto, ma già nell’attuale liturgia confluiscono vari elementi culturali di origine latina, greca ed ebraica. Basti pensare alle parole “Kyrie, Alleluia, Agnus Dei”, tanto per citarne alcune. La liturgia ha a che fare con i sentimenti, perché esprime delle dimensioni molto profonde dell’essere umano. Nella celebrazione dei misteri pasquali (passione, morte e risurrezione di Gesù) riscopriamo il passaggio dalla vita alla fede e dalla fede alla vita. Daria Serra-Rambone, una dottoranda dell’Università di Lucerna, si è soffermata sul rapporto tra “tradizione e tradizioni”, vedendo nella prima il messaggio di Cristo e nelle seconde le relative inculturazioni. Un aspetto interessante presente nel binomio unità-alterità è la dialettica tra arricchimento (Bereicherung) e purificazione (Reinigung) della propria tradizione. Il Prof. Franz Xaver Amherdt, dell’Università di Freiburg, ha ripreso il concetto di “Communio”, come il modello per la Chiesa post conciliare e citato da papa Francesco nella Evangelii Gaudium (28). L’unità pastorale di Renens-Bussigny sta cercando di applicare questo modello attraverso un cammino di comunione tra le comunità di lingua spagnola, portoghese e italiana e la parrocchia territoriale. Tale comunione implica una sensibilità culturale di tutti gli operatori pastorali, affinché si possano costruire occasioni di incontro e di scambio. Occorre che tutti operino come “costruttori di ponti interculturali” (Interkulturellen Brückenbauer), ma sappiamo bene che questo è ancora un obiettivo, da raggiungere anche grazie ad una formazione interculturale e ad un “pizzico di flessibilità”.

Patrick Renz, direttore della Migratio, dopo aver affrontato il tema dell’ansia, che si sperimenta nell’incontro con lo sconosciuto, si è soffermato sull’etica del riconoscimento, necessaria nei rapporti tra gruppi. L’ultimo intervento ufficiale, a mo’ di sintesi, è stato quello di Samuel Behloul, dell’Istituto zurighese per il dialogo interreligioso, il quale ha definito la liturgia come “uno specchio delle diverse storie delle relazioni e dei processi interculturali di appropriazione”. La liturgia, quindi, riguarda anche i rapporti di forza tra i gruppi (Missioni e parrocchie territoriali), ed è una sintesi dell’identità di una comunità. In essa si manifestano le dinamiche della nostra società, tra cui l’individualismo e le percezioni negative dell’alterità. La liturgia
non deve porsi come “unità narrativa” in una Chiesa che gradualmente assume la forma di una rete di offerte, pena l’individualismo anche nella stessa Chiesa.

Personalmente credo che la liturgia sia una prodigiosa sintesi della nostra dimensione verticale - rapporto con Dio – e orizzontale – rapporto con gli altri. In essa abbiamo l’occasione non solo di costruire una comunità, ma soprattutto di sentire che la nostra umanità è elevata verso Dio e le nostre diversità sono portate ad un livello superiore, dove riscopriamo quanto S. Paolo scrisse ai Galati: “Non c’è più giudeo né greco, schiavo né libero, uomo né donna, ma siamo uno in Cristo Gesù” (Gal 3, 28).