2018 056 IntervistaRodenei1Nome: RODENEI SIERPINSKI

Nato a: ANTONINAPARANA, BRASILE, il 12.05.1968

Quando hai conosciuto i missionari scalabriniani?

Nel 1978, avevo 10 anni.

Perché hai deciso di diventare missionario per i migranti?

Inizialmente soltanto per giocare a calcio, poi col tempo mi sono identificato con il carisma degli Scalabriniani: “per il migrante, la sua patria è il mondo” (G. B. Scalabrini). Volevo imparare le altre lingue per essere missionario per i migranti.

In quali missioni sei stato fino ad ora?

Ho studiato in Brasile, poi sono stato alcuni anni a Ginevra, e in Mozambico.

Cosa hai fatto in Mozambico?

Ho lavorato in un campo per i rifugiati (dal Congo, Burundi, Ruanda, Uganda, Sudan, Etiopia, Somalia, ecc). Eravamo preti e laici, scalabriniani e di altre associazioni, insieme ai rappresentanti della Conferenza dei Vescovi del Mozambico. Portavamo avanti un lavoro sia sociale sia pastorale.

Un ricordo che porti con te tra i tanti

Una Ragazza. Tredicenne, appena arrivata a Maratane con la sua famiglia (papà, mamma e 2 fratelli), sentendosi esclusa dagli altri (amici e professori) non voleva più andare a scuola.

Aveva molta paura degli altri, a causa della sofferenza che aveva ricevuto nel suo paese di origine. Siamo riusciti ad aiutarla, ha continuato a studiare fino ad arrivare all’università.

Il Mozambico per te è...

Un luogo di MISSIONE, dove si vive la solidarietà verso i più bisognosi, ma anche la semplice presenza è motivo di gioia: “Resta qui con noi”.

Qualsiasi cosa si fa è un grande aiuto: pregare, visitare, dare dei consigli, ascoltare, accogliere. Veramente uno ha il MAL D’AFRICA.

Se potessi cambiare qualcosa a Nampula, cosa faresti?

Alzerei lo stipendio dei lavoratori e l’incentivo ai contadini. Le persone non sono riconosciute nel loro lavoro, nella loro dignità. Insieme a questo c’è tanta corruzione. Sono tanti i giovani che vogliono studiare e non ce la fanno, sia perché non hanno le condizioni sia perché tante volte non c’è serietà da parte di qualche professore e di qualche istituzione.

Una parola in Macua che più ti piace

Oholo, Papa, vuol dire: AVANTI, PAPA. Lo stesso serve per dire a tutti gli altri: OHOLO... In mezzo alla sofferenza e alle difficoltà della vita che ci buttano giù, dire oholo è un modo di essere accanto all’altro, non abbandonare, motivare.

Un’altra parola è “Pace”: AMAHORO in lingua Kirundi (BURUNDI); AMANI in lingua Swahili (CONGO); MURRETHELE in lingua Macua (MOZAMBICO). Sono parole piene di significato: pace... non perdere la speranza!

Un augurio e un saluto alla comunità di Berna

Il nostro carissimo Papa Francesco insiste sulla CULTURA DELL’INCONTRO. La mia esperienza in Mozambico, in questi 10 anni, è stata ricchissima e molto profonda, non soltanto per quello che ho trovato nei mozambicani o nei rifugiati, ma anche per la capacità di tante persone di venirci incontro. Si pensa di dare ma alla fine si riceve tantissimo. Alla Comunità di Berna dico: GRAZIE! Che il Signore vi benedica e vi conceda la Pace. Il mondo ha bisogno della Pace del Signore Gesù.


Articolo pubblicato sul mensile insieme di maggio-giugno 2018.