2017 09 FedeSalutareAver fede e andare a messa o ad un servizio religioso più di una volta la settimana può ridurre rischi cardiovascolari, cancro e relativa mortalità? Allungando quindi l’aspettativa di salute? Sì! L’attendere ad un servizio religioso per più di una volta la settimana riduce la mortalità globale di ben il 33%, rispetto ai non praticanti. Nello specifico il beneficio implica una riduzione della mortalità del 27% sul fronte cardiovascolare e del 21% sul fronte cancro. Lo studio è stato pubblicato sull’autorevole JAMA (Journal of American Medical Association)
lo scorso anno. E’ iniziato nel lontano 1992 e completato 20 anni dopo, nel 2012, valutando ben 74.534 infermiere USA. E’ quindi uno studio “prospettico”, come si dice, di tutto rispetto per numerosità del campione, per lunghezza del monitoraggio, per accuratezza della raccolta dati e qualità della loro analisi. Perché la pratica religiosa regolare può essere così protettiva, da agire come un ottimizzatore di salute? Le ragioni sono molteplici: fisiche, psicologiche, relazionali, spirituali. Innanzitutto, chi ha una fede convinta ha stili di vita più sani rispetto alle persone
non religiose: uso di alcol, fumo, droghe sono significativamente minori. Il cibo può avere una dimensione più funzionale alla convivialità familiare che non al compenso di frustrazioni affettive ed emotive (con tutte le eccezioni del caso).

“Affidarsi a Dio” nelle difficoltà e nelle tragedie della vita ha uno straordinario potere di conforto, di consolazione, di sollievo. Aiuta a dare un senso agli eventi -“Sia fatta la volontà di Dio”- in cui con umiltà la persona cerca di accettare l’altrimenti inspiegabile pesantezza e, a volte, atrocità della sofferenza e della cattiveria umana. Il senso religioso della vita, quando profondamente vissuto, dà un’altra visione della caducità delle cose e della vita umana. Riduce l’urgenza - e l’ossessione - degli obiettivi terreni - denaro, bellezza, status, potere - pur incoraggiando ad una vita attiva e operosa. Con una cifra distintiva essenziale. Molto del fare è (o dovrebbe essere) finalizzato a far star bene gli altri - la famiglia e il prossimo - con maggiore accento sul “noi” invece che sull’io”. Il far parte della comunità dei fedeli ha un ruolo prezioso nella rete di supporto sociale: soprattutto quando la malattia, un lutto, la povertà o la morte bussano alla porta del singolo, che in una comunità aggregata dalla fede è infinitamente meno solo che non in un mondo laico. La preghiera condivisa, il canto, la ritualità sono potenti calmanti dei tumulti del cuore. La meditazione e il raccoglimento interiore che accompagnano una fede sostanziale, e non di facciata, sono ulteriori sincronizzatori di salute. Questo è stato ben dimostrato in altre pratiche non religiose, dallo yoga alla mindfulness.

Comportamenti più virtuosi e attenzione all’interiorità si traducono in cambiamenti fisici misurabili. La riduzione dello stress biologico abbassa l’adrenalina, il cortisolo e l’infiammazione ad essi associata. Le evidenze scientifiche concordano: è l’infiammazione cronica, non più finalizzata a rinnovare i tessuti e a superare danni intercorrenti, il denominatore comune di malattie cardiovascolari, tumori e malattie neurodegenerative, come l’Alzheimer o il Parkinson. L’infiammazione (dal latino inflammare, mettere a fuoco), è un vero incendio biochimico, non meno dannoso per il corpo dell’incendio nella realtà del mondo. Ridurre l’infiammazione è possibile innanzitutto con stili di vita sani e meno stress. Questo
studio sulla spiritualità ci dice che anche l’aver fede e praticarla con regolarità ci aiuta a vivere meglio e più in salute. I medici dovrebbero tenerne conto, conclude lo studio, e valorizzare questa risorsa preventiva e terapeutica con i loro pazienti, quando appropriato. Con un domanda per tutti: quanto è viva la dimensione spirituale nella nostra vita?


Articolo publicato sul mensile insieme di settembre 2017.