2017 10 senzaFrontiere1Sono Fernando D’Amico maestro di chitarra e animatore liturgico. Desidero condividere con voi un’esperienza che ho fatto e vissuto quest’estate appena trascorsa a Gagliano del Capo in provincia di Lecce. Da quattro anni faccio parte di un’associazione denominata “Centro Auser di volontariato e promozione sociale e culturale di Gagliano”; oltre a me, ne fanno parte i miei figli: Chiara che suona il violino, Sara con il
canto e Samuele al tamburello. Ogni anno durante il periodo estivo si organizzano laboratori di ballo, canto, tamburello e musica tradizionale.

Questi laboratori sono frequentati da persone di diverse fasce d’età, sia del luogo che da turisti che desiderano conoscere e approfondire la nostra cultura e musica.

Nel mese di maggio di quest’anno mi ha contattato la presidente Imma Bisanti, nonché coordinatrice dei vari laboratori, dicendomi: “quest’anno con il patrocinio del comune di Gagliano del Capo, con l’Arci, comitato territoriale di Lecce, la Biblioteca comunale e l’oratorio della Parrocchia “San Rocco”, desidero organizzare qualcosa di veramente speciale e unico: coinvolgere i ragazzi minorenni del centro di accoglienza per rifugiati”. Questa frase ha portato il mio pensiero alle tante immagini che i Media ci fanno vedere continuamente, ponendomi diverse domande: chissà da dove vengono, cosa hanno dovuto vivere, come sono arrivati in Italia, erano anche loro in uno dei tanti gommoni e chissà chi hanno perso dei loro parenti o amici, e quant’altro.

Il giorno dopo il mio arrivo a Santa Maria di Leuca abbiamo iniziato i vari corsi. Dopo un primo abbraccio e le varie domande di quello che si è vissuto durante l’anno, mi presentano due ragazzi, Abumakar, seduto con uno Djembé in mano, nato in Nigeria, parlava solo inglese e Lumumba, nato in Congo; quest’ultimo era venuto ad accompagnare l’amico perché conosceva un poco la lingua italiana. Dopo una breve presentazione, la coordinatrice ha esposto le varie idee. Il programma comprendeva brani di musica tradizionale salentina, musica classica,
brani di musica tradizionale africana, coro di ragazzi e lettura di poesie; un programma ricco, tanto da fare, da coordinare e da sperimentare.

Già dal primo giorno i partecipanti erano più di trenta. Ho notato da subito e non solo io, che mentre noi eravamo sorridenti, l’unico con lo “sguardo serio” era Abumakar.

Finita la prima lezione, durata circa un paio d’ore, hanno iniziato a fare foto con i vari cellulari; Sonia, una ragazza coinvolta nel progetto e collaboratrice al centro che conosceva bene il ragazzo e tutti gli altri, continuava a dire ad Abumakar “desidero tanto vedere un tuo sorriso” e
solo in quel momento lui sorrideva.

Essendo un programma molto ricco abbiamo deciso di incontrarci tre volte a settimana. Il giorno seguente è venuto un altro ragazzo, Emanuel,
nato in Kenia, anche lui da diversi mesi in Italia, parlava inglese e un po’ d’ italiano. Anche lui suonava il Djembé. A prima vista era un ragazzo più aperto, parlava di più e traduceva tutto quello che noi non riuscivamo a dire a causa della scarsa conoscenza della lingua. Il corso si svolgeva al centro polivalente di Gagliano del Capo, un antico casato che da molti anni è la biblioteca comunale. Questo casato ha un bellissimo atrio, dove nei tempi passati i nobili si incontravano per parlare sia di affari che per il piacere di stare insieme. Il luogo dista più di un km dal centro rifugiati. Più volte incontrando i ragazzi durante il tragitto davo loro un passaggio in macchina.

Man mano che i giorni passavano, si aprivano sempre di più, chiedendomi come stavo e cosa avessi fatto il giorno prima e così via. Anche da parte mia cresceva sempre più il desiderio di parlare con loro, di incontrarli, di fare musica, di scherzare, di stare vicino a loro. La luce dei loro occhi era cambiata, sorridevano e parlavano spontaneamente, ma anche la luce dei miei occhi era cambiata: mi sentivo bene con loro.

Man mano che il laboratorio andava avanti tutto prendeva forma, arrivati al tema “poesie” la coordinatrice ha chiesto ad Emanuel: “vorresti leggere una o due poesie in italiano di Nelson Mandela?” E lui con un sorriso veramente bello e spontaneo ha risposto: “Come leggo io non si capisce!” Ma tutti lo abbiamo rassicurato, rendendoci disponibili ad aiutarlo a ripassare il testo ogni volta che ci saremmo rivisti.

2017 10 senzaFrontiere2Era veramente bello vedere il suo impegno nella lettura, così come la puntualità e l’amore per quello che stavano facendo da parte di tutti gli altri giovani. Arrivato il giorno dello spettacolo, era presente una buona parte del paese, tutti i ragazzi del centro, circa 40, autorità civili incluse. Nello sguardo e negli occhi lucidi di tutti traspariva l’emozione per l’evento. Lo spettacolo è stato un vero successo, appena i Tamburelli e i Djembè hanno iniziato a suonare tutti i ragazzi hanno iniziato a muoversi, a ballare, a battere le mani. L’assolo strumentale di musica africana ha fatto vivere tanta emozione, si sentiva la forza, l’amore e l’urlo; poi è arrivato il turno di Emanuel, la lettura delle poesie con un sottofondo di chitarra, anche i più piccoli erano in silenzio, alla fine un applauso interminabile. La serata è terminata con un corteo fino alla piazza del paese, camminando e suonando a ritmo di tamburelli. Una festa nella festa. Tre giorni dopo è stato organizzato un aperitivo con le varie specialità locali, ove hanno preso parte tutti i partecipanti del laboratorio, i vari responsabili e collaboratori. Tutti eravamo felici dell’esperienza fatta e del successo avuto. Arrivati al momento dei saluti, dopo un forte abbraccio l’ultima frase detta da Abumakar e Emanuel è stata “ci mancherete”. Parole che mi hanno emozionato tanto. Un’esperienza da VIVERE!


Articolo publicato sul mensile insieme di ottobre 2017.