2018 01 ComunicareFamigliaViviamo nel mondo della comunicazione, parliamo facilmente di comunicazione, sappiamo molte cose, ma questo non ci salva dalle difficoltà relazionali, soprattutto in famiglia.

Cerchiamo di capire significato e modalità della comunicazione familiare, facendo riferimento a un articolo del Pedagogista Prof. Gaetano Mollo.

La famiglia è il luogo privilegiato del comunicare, dove si apprende a parlare in un clima di affetto e di protezione. Non sempre l’atmosfera può essere idilliaca, come ben noti spot pubblicitari ci mostrano. Ed allora, cosa fare? Si tratta di saper gustare ogni attimo della vita familiare, mettendo al centro il piacere del rapportarsi. Saper apprezzare ciò che ci manifestano i nostri figli da piccoli è scoprire con loro le bellezze del mondo. Riuscire ad apprezzare ogni istante, sia pure di stanchezza, è pertanto una delle chiavi della felicità della vita familiare.

Considerarsi come persone

Una prima riflessione da fare è quella di riuscire a considerarsi - grandi e piccoli - come persone, tutte soggetti di diritti e doveri, uguali per l’umanità e diversi per differente funzione e responsabilità e in quanto esseri particolari ed unici.

La famiglia dunque come comunità di persone, tutte compartecipi di affetto e solidarietà, legate da quel filo di reciproco aiuto e comprensione, che permette di affrontare le difficoltà ed i disagi dell’esistenza, ma anche di condividerne le speranze e le gioie. Le possibilità comunicative all’interno di una famiglia discendono da questo senso accomunante, dove al centro viene posto non solo l’aspetto affettivo ma anche quello etico e quello sociale. Ne consegue la volontà di mettere in comune, oltre ai sentimenti, i progetti ed i destini, e l’esigenza primaria di riuscire a comunicare con la mente e col cuore, creando rassicuranti e rispettose modalità comunicative. Un linguaggio comune, il rispetto per la diversa soggettività, la volontà di istituire un contatto e di dialogare non bastano: ci vuole la volontà di condividere situazioni e problemi, cercando di decentrarsi sulle altrui esigenze.

Ciascun membro può così sentirsi in relazione agli altri in un rapporto di reciprocità, in atteggiamento di cooperazione. La vera e autentica comunicazione discende direttamente da tale disponibilità relazionale, dallo sforzo di formare gradualmente il senso del “noi comunitario”, e si basa sul rispetto e sul riconoscimento del valore di ogni persona e della sua dignità. Ciascuno degli altri è una persona, riconosciuta in quanto tale, nella sua condizione relazionale di padre, madre, figlio o figlia, soggetto unico e diverso, da accettare come si presenta. È in tale ottica che si possono riconoscere propensioni, scoprire esigenze ed accogliere idee. Ad ogni membro di una famiglia spetta un adeguato modo di comunicare, ma in realtà compete a chi è più maturo per esperienza e ruolo fornire l’esempio di quel modello che solo assieme, tuttavia, può essere costituito e mantenuto, nonché nel giusto modo modificato, per seguirne e dirigerne la necessaria, adeguata evoluzione.

Saper ascoltare

Il primo atteggiamento comunicativo è quello dell’ascolto: il saper ascoltare - dai primi vagiti alle prime domande, sino alle richieste o pretese -, come il saper farsi ascoltare, cercando di farsi comprendere anche con registri espressivi gestuali e mimici. Grande è l’importanza, nel periodo dell’infanzia, del raccontar fiabe e del giocare, ma anche del riferire vissuti e narrare avvenimenti.

È un ascolto profondo, che va oltre a ciò che ci viene detto o ai tanti silenzi che nascondono altrettante sensazioni, sentimenti o pensieri che possono celarsi dietro uno sguardo od un atteggiamento. All’interno di tale tipo d’ascolto può essere messo in atto l’ascolto empatico - consistente nel riuscire a decentrarsi ed immedesimarsi -, tale da venire incontro alle istanze affettive, motorie, sociali, ma anche normative di un bambino. Per riuscire ad essere empatici bisogna interessarsi al benessere ed alla felicità degli altri, dimenticando se stessi, essendo sereni e mettendosi in condizioni di percettività attenta e compartecipe. Così pure, si deve riuscire ad attivare un produttivo ascolto attivo - caratterizzato dal riuscire a cogliere ciò che sta dietro ad una domanda - servendosi di una supposizione, senza fermarsi alla risposta diretta o limitandosi all’informazione. Spesso, solo per pigrizia, ci limitiamo a rispondere direttamente alla richiesta, magari con una semplice informazione.

Si tratta, invece, di saper cogliere quel sentimento che si cela dietro quella domanda, magari intuibile solo attraverso un tono della voce, una postura od il semplice sguardo, frenando l’impulso immediato a rispondere, cercando di pensare a ciò che avrebbe potuto dettare quel tipo di domanda o richiesta. Tutto ciò senza farsi condizionare da pregiudizi o dalla pretesa di voler subito interpretare o peggio giudicare.

È questa una delle arti più difficili, perché ci chiede mettere a freno la nostra impazienza di rispondere, per la inconscia paura di ciò che si possa celare dietro ad ogni domanda.

Saper dialogare

Se ascoltare è la prima condizione del comunicare autentico, è poi importante il riuscire a far comprendere i propri messaggi con chiarezza e semplicità, scegliendo di volta in volta i canali e i registri espressivi giusti: parole e gesti, usati nei momenti opportuni e adeguatamente utilizzati. Spesso un sorriso o un abbraccio possono significare ben più di un lungo e retorico discorso: il giusto tono emotivo arriva direttamente all’anima. In questo è necessario cercare di frapporre meno barriere possibili fra noi ed i nostri figli, come pure fra noi ed il nostro consorte. Pregiudizi, preconcetti o eccessive timidezze e remore possono diventare condizioni preclusive per quel tipo di comunicazione che va direttamente al cuore e che rispetta la diversità dei soggetti dialoganti. Il vero dialogo è basato sulla fiducia, perché solo grazie alla fiducia diventa stimolante e significativo.

Senza fiducia non ci si apre all’altro ed è impossibile qualsiasi forma di comunicazione; attraverso la reciproca fiducia si può produrre un dialogo autentico che si nutre d’amore e genera criticità, in una paritetica piattaforma comunicativa. Non si tratta di accondiscendere a qualsiasi richiesta o proposta da parte del genitore, ma di far sì che siano i figli a poter riflettere e ponderare, limitatamente a quella esperienza di cui sono in possesso.

Dallo starsi di fronte nella reciprocità, nel riconoscimento ed accettazione delle diversità, nasce il vero colloquio. È in tal senso che si deve tener presente che le regole di vita e le norme comportamentali possono e debbono essere veicolate indirettamente in termini esistenziali, tramite l’esempio, e direttamente in termini razionali, in forza di una comunicazione ragionevole.

Essere modelli

La prima e più importante consapevolezza di un genitore deve essere quella che in ogni caso la vita familiare rappresenta un modello di vita e che le modalità comunicative ne rappresentano le forme. In questa era elettrica e globalizzata, è forte la necessità di voler e sapere comunicare avvincenti stili di vita e di umanità, nella consapevolezza di limiti e difetti, ma anche nella tensione verso un particolare modo di essere, che in una visione personalista e cristianamente ispirata non può che essere intrisa di spirito di cooperazione e di atteggiamento fraterno.

Attraverso tali coordinate i valori delle virtù della onestà, della lealtà, della disponibilità e dell’amore possono essere veicolati ed attestati in termini avvincenti e convincenti.

Come genitori si comunica sempre ciò che si è e che s’intende divenire e le diverse modalità comunicative non sono altro che la manifestazione

di ciò che scegliamo di essere come persone. Le responsabilità familiari e gli impegni affettivi ne sono dirette conseguenze. Con i bambini, pertanto, ogni comunicazione deve poter avvenire all’interno di un clima affettuoso e rassicurante, dove l’aspetto ludico possa rappresentare la gioiosa scoperta della vita. Con gli adolescenti, che spesso si chiudono, si estraniano, si immalinconiscono e sembrano vivere in loro mondo, cambia tutto. E allora, come comportarsi? Ogni ragazzo è un mondo diverso e va saputo accettare nella sua unicità. Poi, si tratta di iniziare ad riconoscere il loro pensiero personale e le loro idee, cercando di farle manifestare e di non censurarle in anticipo: spesso sono esasperate per voglia di libertà o solo per metterci alla prova. Spesso il loro apparente distacco è una richiesta di affettività: ricordiamoci di essere sempre genitori affettuosi, anche se con regole precise. Altro aspetto importante è quello di riuscire a considerare il loro punto di vista: aiutarli a ragionare deve poter partire dalla loro capacità percettiva e dal loro bagaglio di esperienze.

Quanto esposto rappresenta solo una breve riflessione sul comunicare in famiglia, con la convinzione che - con alcuni principi di riferimento - ogni genitore è chiamato a sperimentare la sua modalità, in forza delle doti personali e della situazione esistenziale, che è particolare e unica.

Ciò che conta è prestare attenzione a ciò che comunichiamo e al modo di comunicare, per riflettere su reazioni ed effetti e affinare questa difficile arte del comunicare, che richiede sempre pazienza e umiltà, ma di volta in volta fermezza o accondiscendenza, attesa o prontezza, a seconda dei diversi casi e delle differenti situazioni. A questo siamo chiamati, per far sì che attraverso la vita familiare si possa aprire una vita affettiva equilibrata e soddisfacente, una via sociale solidale e giusta, una vita spirituale dinamica ed evolutiva.


Articolo pubblicato sul mensile insieme di gennaio 2018.