2018 078 ascolto«Incapaci di ascoltare e di parlare»: così sono gli uomini secondo un frammento di Eraclito. Il cristiano ha piena coscienza che la sua capacità di parlare al suo Dio, che egli non può vedere, dipende dall’ascoltarlo. La fede nasce dall’ascolto: fides ex auditu (Romani 10,17), e la preghiera è anzitutto ascolto, un ascolto di Dio attraverso quel sacramento della sua Parola che sono le Scritture, e un ascolto di Dio nella storia, nel quotidiano; un ascolto possibile quando la lunga frequentazione con l’Evangelo ha educato il discernimento del credente. Il cristiano trova infatti la fonte del suo vedere nell’ascoltare. Non stupisce pertanto che il cristianesimo sia anzitutto un’ascesi dell’ascolto, un’arte dell’ascolto. Il Nuovo Testamento chiede di prestare attenzione a chi si ascolta, a ciò che si ascolta, a come si ascolta. Il che implica un continuo discernimento fra la Parola e le parole, una faticosa opera di riconoscimento della Parola di Dio nelle parole umane, della sua volontà negli eventi storici, e la disposizione globale di tutta la persona umana.

Nella vita spirituale si cresce a misura che si scende nelle profondità dell’ascolto. Ascoltare infatti significa non solo confessare la presenza dell’altro, ma accettare di far spazio in se stessi a tale presenza fino a essere dimora dell’altro. L’esperienza dell’inabitazione della presenza divina in se stessi (le visite del Verbo di cui san Bernardo più volte si confessa beneficiario a seguito della sua lectio biblica) non è dissociabile dal divenire capaci di «dare ospitalità» agli altri grazie all’ascolto.

Si comprende così che colui che ascolta, che definisce la sua identità in base al paradigma dell’ascolto, sia anche colui che ama: in radice è vero che l’amore nasce dall’ascolto, amor ex auditu. L’ascolto «di Dio», con tutte le dimensioni – di silenzio, di attenzione, di interiorizzazione, di sforzo spirituale per trattenere ciò che si è ascoltato, di decentramento da sé e ricentramento sull’Altro – che esso esige, diviene accoglienza, o meglio, svelamento in sé di una presenza intima a noi più ancora di quanto lo sia il nostro stesso «io».

L’ascolto porta il credente a rifare l’esperienza di Giacobbe, quando il patriarca esclamò: «li Signore è qui e io non lo sapevo» (Genesi 28,16).

Ma il luogo di Dio non è altro che la persona umana. Per la Bibbia, infatti, Dio non è «Colui che è», ma «Colui che parla», e parlando cerca relazione con l’uomo e suscita la sua libertà: infatti, se la Parola è un dono, essa può sempre essere accolta o rifiutata.

Per questo la vita spirituale cristiana fa anche della lettura un’ascesi, un movimento di incontro con Colui che parla attraverso la pagina biblica. La tradizione ebraica chiama Miqra’ la Bibbia, con un termine che indica una «chiamata» a uscire «da» per andare «verso»: ogni atto di lettura della Bibbia, per un credente, è l’inizio di un esodo, di un cammino di uscita da sé per incontrare un Altro. Un esodo che avviene essenzialmente nell’ascolto! Non a caso le narrazioni bibliche dicono che il grande ostacolo al cammino di liberazione esodico del popolo d’Israele dall’Egitto fu la «durezza di cuore», la «dura cervice», cioè l’ostinazione a non ascoltare Dio per ascoltare solo se stessi. Ma è anche vero che l’esperienza biblica, e poi l’esperienza del credente, scopre che Dio è anche «Colui che ascolta la preghiera». L’ascolto dell’uomo porta a conoscere l’ascolto di Dio come dimensione in cui egli stesso è immerso, che lo precede e fonda. Dice Paolo: «In Lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (Atti 17,28). L’ascolto è l’atteggiamento contemplativo, antiidolatrico per eccellenza. Grazie ad esso il cristiano cerca di vivere nella coscienza della presenza di Dio, dell’Altro che fonda il mistero irriducibile di ogni alterità. Il cristiano vive di ascolto.


Articolo pubblicato sul mensile insieme di luglio-agosto 2018.