2018 078 globalizzazione1Il termine globalizzazione è in uso dal 1990. Indica un insieme assai ampio di fenomeni, connessi con la crescita dell’integrazione economica, sociale e culturale tra le diverse aree del mondo. Ma è tutto oro quel che luccica? Un pesante sipario di silenzio e forse desiderato nascondimento ha colpito un aspetto che pochi amano sottolineare: i muri e le barriere sempre più frequenti che vengono costruiti in molte zone del pianeta. Queste informazioni, esatte e dettagliate, sono contenute e descritte schematicamente nel L’Atlas des Frontieres. Murs, Conflicts, Migrations, Paris, Les arenes, 2016, che, con dovizie di dati e cartine geografiche, descrive un fenomeno allarmante. In crescita vertiginosa, anche se non sconosciuto in passato: muraglia cinese, costruita a partire dal 215 a.C.

Nel 1989, alla caduta storica del muro di Berlino, si contavano 15 muri a scopo repressivo/difensivo, ora siamo a 63 in 67 stati, alcuni in fase di allestimento. Dal 2000 in poi, ci dicono le statistiche, sono stati aggiunti oltre 10.000 Km di cemento e filo spinato per dividere e ribadire l’esistenza di confini, utili e necessari, per respingere persone dichiarate indesiderabili. Si ragiona: con le barriere fisiche o dispiegamento di presenza di militari (vedi per es. Austria e Australia = marina navale) si ostacolano le infiltrazioni o la paura di esse.

E così si rafforza il sentimento della propria tranquillità.

Con i flussi di emigranti, la politica internazionale ha reagito con una involuzione reazionaria costruendo barriere reali e psicologiche: la sovranità degli stati deve essere protetta dalle nuove “invasioni barbariche”, dal terrorismo o da proposte (vedi il caso di Pretoria, capitale del Sud Africa) che servono per distinguere le zone bene dalle baraccopoli. Un terzo dei paesi di tutto il mondo presenta vari tipi di recinzioni lungo le proprie frontiere. È un temibile crescendo: nel 2015 si sono aperti i cantieri per la costruzione di 17 barriere, più che in ogni altro anno del dopoguerra.

Quanto costano le tonnellate di cemento armato, le migliaia chilometri di filo spinato e le migliaia di persone assunte per assicurare un’efficace sorveglianza giorno e notte? Secondo il Border Wars, la spesa per questa impresa ha subito un’impennata: solo in Europa si è passati da 97 milioni nel 2014 ai 281 nel 2017. E senza nessun sarcasmo aggiungiamo che la militarizzazione e il controllo delle frontiere hanno fatto impennare le morti nel Mediterraneo: da 711 nel 2012 a 5.143 nel 2016 (cifre ovviamente approssimative).

Il muro più famoso e contestato al mondo è quello tra il Messico e gli USA: 3.140 Km. circa. Ebbene, gli USA hanno speso 132 miliardi di dollari dal 2005 ad oggi. La Border Patrol dispone di oltre 20.000 dipendenti. Nonostante ciò e nonostante l’alto livello di controllo di sicurezza, nel 2016 sono passati, secondo fonti governative di Washington, circa 420.00 illegali, che si sono aggiunti ai circa 11 milioni già presenti sul territorio Americano. Questa è la categoria presa di mira dal Presidente Trump. Ma non dalle camere di commercio negli stati del Sud, interessate a mantenere una forza lavoro a buon mercato!

Non si può fare di tutta l’erba un fascio, perché le situazioni variano.

Ma non cambia il fatto che la cicatrizzazione di ferite fra popoli vicini rimangono “murate” per decenni. Alcuni esempi: il muro di Gerusalemme, quello fra la Corea del Nord e del Sud (dal 1948), la peaceline (!) di Belfast, il fiume di Ecros che divide in due l’isola di Cipro e non ultimo il muro marocchino, esteso per 2.700 Km. Gli inviti alla tolleranza, alla condivisione, a un mondo rappacificato, ripetuti frequentemente da tutti i leader religiosi e no, diventano sbiaditi e quasi donchisciotteschi.


Articolo pubblicato sul mensile insieme di luglio-agosto 2018.