Durante l’anno pastorale 2018-2019, nell’ambito del percorso formativo offerto a tutti i genitori dei bambini e dei ragazzi che frequentano il catechismo in Missione a Berna, il gruppo di animatori ha proposto di approfondire la conoscenza della preghiera che Gesù stesso ci ha insegnato. Il percorso si è snodato lungo 8 incontri durante i quali, partendo sempre da un brano biblico, animatori e partecipanti hanno dialogato ed approfondito un “pezzetto” del Padre Nostro che è la sintesi di tutto il Vangelo. Condividiamo con i lettori un sunto delle riflessioni emerse, brevi spunti per riflettere e recitare la preghiera del Signore con maggior consapevolezza.

2019 078 padrenostro3Padre

Presentare Dio come Padre è una cosa comune a diverse religioni ed era un concetto già presente nell’Antico Testamento, ma Gesù, con il suo insegnamento, introduce due novità: primo, ci insegna che possiamo rivolgerci al Padre con lo stesso tono con cui Gesù si rivolge a Lui; secondo, Gesù ci presenta Dio come un Padre buono, vicino, presente, partecipe, insomma, come il migliore dei padri terreni.

Inoltre, dato che Dio ci è padre, nel rivolgerci a lui, nella preghiera, può esserci intimità, dialogo così come c’è tra genitori e figli in famiglia.

Nostro

“Nostro” significa che il Padre non appartiene esclusivamente a me, ma a tutti noi; è padre di tutti; condividiamo lo stesso padre, quindi siamo tutti fratelli, cioè una sola famiglia; ed in famiglia si comunica, ci si aiuta, si coopera.

Gesù ci propone di pregare “al plurale” perché è solo “in comunità” che possiamo rispondere all’amore di Dio amandoci gli uni gli altri così come Gesù stesso ci ha amato.

2019 078 padrenostro1Che sei nei cieli

I cieli non sono un luogo, ma un modo di essere; qualcosa che è “in cielo” non è come noi che siamo sulla terra. Dunque, essere in cielo vuol dire essere “altro”.

Tuttavia, il cielo c’è sempre, sia di giorno che di notte; è ovunque; dal cielo si vede tutto e, da terra, è sempre possibile guardare il cielo che è quella cosa che ci avvolge e ci protegge.

Sia santificato il tuo nome

Il nome dà identità e rende presente: chi ha un nome “è”, appartiene ad un gruppo; chi non ha un nome quasi “non esiste”, facilmente viene dimenticato. Dio ci ha rivelato il suo nome e a detto a Mosè, che il suo nome è: “Io Sono”; il fatto che noi conosciamo il nome Dio dà a Dio “familiarità”, lo rende presente in mezzo a noi.

Tuttavia, Egli è “santo” ed il suo nome va “santificato”.

Santificare significa separare, (Dio è tre volte santo cioè del tutto differente da noi) pertanto noi dobbiamo metterci in relazione con Dio e con il Suo “nome” nel modo giusto, tenendo presente questa differenza. Questo significa riconoscere che Dio non ci appartiene (piuttosto noi a Lui); santificare il nome di Dio, quindi, significa riconoscere la sua differenza nonostante la familiarità dei rapporti.

Ma dunque, che significa, nel concreto, santificare il nome di Dio? Come si fa? Obbedendogli con fiducioso abbandono come un bambino piccolo fa con suo padre e sua madre; così come Gesù ci ha mostrato obbedendo fino alla morte, ed alla morte di croce (cfr. Fl 2,8).

Venga il tuo regno

È la parte centrale del Padre Nostro, la parte più importante perché il messaggio principale di Gesù – la buona novella che è venuto a portarci, il suo Vangelo – è che il regno è vicino e ci si deve convertire per entrarci.

Nel Vangelo non c’è una definizione esatta del regno, ma tanti “indizi” e le numerose parabole narrate da Gesù ne tratteggiano tante caratteristiche. Ad esempio, si evince che il regno non è un regno politico e non ha un orizzonte temporale ben definito. Inoltre, il regno è vicino, anzi, è già venuto, è già iniziato qui sulla terra ma è ancora “in divenire”; a noi è richiesto di partecipare alla piena realizzazione di questo regno santificando tutta la nostra vita. Tante più persone entreranno nel regno di Dio, tanto più questo regno si sarà realizzato!

E come si fa ad entrare nel regno di Dio? Vivendo il comandamento dell’amore: “[…] Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. […] Amerai il tuo prossimo come te stesso” (Mt 22, 37 e 39, http://ora-et-labora.net/bibbia/). Il che significa compiere le opere di misericordia, vivere il perdono, e fare agli altri quello che vorremmo fosse fatto a noi.

Sia fatta la Tua volontà come in cielo così in terra

Gesù ci dà l’esempio perfetto di adesione alla volontà di Dio nel Getsemani.

Discernere, comprendere, “accettare” e aderire alla volontà di Dio è il nostro compito e strumenti necessari e sufficienti a compierlo sono la preghiera, la meditazione della Parola, l’adesione a Cristo (ad es. nella Comunione sacramentale e spirituale).

Accettare la volontà di Dio è un percorso con numerose tappe; spesso si passa per il risentimento, la rassegnazione, ma è necessario fare ancora della strada per potersi abbandonare, per riuscire ad abbracciare la volontà di Dio. Un piccolo suggerimento per quando attraversiamo un momento negativo nella nostra vita: per comprendere ed accettare la volontà di Dio può essere di aiuto smettere di chiederci “ma perché succede questo?” e cominciare a chiederci “ma per chi? a chi giova questa mia difficoltà?” (ad es. Gesù, con la sua passione, ha giovato a tutta l’umanità).

Inoltre, è importante ricordare che Dio non ci sottopone mai a prove che non siamo in grado di sopportare e che nulla accade per caso: il “caso” è solo Dio che viaggia in incognito.

Un’altra “palestra” fondamentale che può abituarci a fare la volontà di Dio “tutti i giorni” è la famiglia: quando si hanno dei figli, la volontà dei genitori passa in secondo piano rispetto alle necessità dei figli. Di fatto, ed un po’ paradossalmente, potrebbe essere più facile fare una scelta Cristiana in una singola situazione difficile che non nei comportamenti di tutti i giorni!

Fare la volontà di Dio nel quotidiano, infatti, vuol dire scegliere uno stile di vita e fare scelte che aderiscono all’insegnamento di Gesù ogni giorno; cioè fare il proprio dovere quotidianamente: dovere nei confronti dei familiari, degli amici, dei colleghi, della società ma anche nei confronti di chi è violento verso di noi.

2019 078 padrenostro2Dacci oggi il nostro pane quotidiano

Questa parte del Padre Nostro ci insegna a chiedere il necessario, a farlo con modestia e con costanza quotidiana (oggi e solo per oggi); Dio ci dà tutto e solo quello di cui abbiamo bisogno, e lo fa in modo generoso; non è giusto chiedere troppo o il sovrappiù.

Dio provvede alle nostre esigenze perché ci ama. E non solo alle esigenze corporali; ci consola, ci rassicura. È addirittura “Beato l’uomo che ha posto la sua fiducia nel Signore” (Si 40,5, http://ora-et-labora.net/bibbia/), dove essere beati significa vivere la serenità di avere accanto qualcuno che si occupa di te, ti ascolta, ti capisce, ti coinvolge, ti stimola a continuare e non ti abbandona mai.

Nella Bibbia ci sono numerosi esempi di interventi di Dio a favore del Suo popolo (uno tra tutti: la manna nel deserto), ma in realtà la provvidenza del Signore è evidente nella vita di ciascuno di noi e solo la nostra superbia ci impedisce di farne esperienza nel nostro quotidiano.

Dio sa quello di cui abbiamo bisogno e non ce lo fa mancare, inoltre, se chiediamo qualcosa ci risponde sempre… ma bisogna chiedere e saper chiedere.

Se non chiediamo o chiediamo qualcosa di “sbagliato” non lo riceveremo perché Dio è come un padre saggio, che fa il nostro bene anche se noi non lo capiamo (anche noi, ad esempio, se nostro figlio di 5 anni ci chiede di guidare da solo una macchina o di fumare una sigaretta gli diciamo di no…).

Inoltre, se non chiediamo con fede (cioè con la incrollabile certezza che otterremo quello che chiediamo) non otterremo. E la fede la si dimostra anche con la pazienza: se abbiamo chiesto nel giusto certamente il Signore ci esaudirà ma non sappiamo né quando né come.

Ma perché Gesù ci insegna a chiedere “il pane”? Gesù stesso è il Pane di vita (cfr. Gv 6, 35) Egli ci ha donato sé stesso facendosi pane; in questo modo può entrare in noi, a far parte di noi fisicamente ed intimamente. Inoltre, il pane è un alimento basilare e comune (in forme diverse) a tutte le culture del mondo.

Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori

È ben noto che la frase significa “perdona a noi nella stessa misura con cui noi perdoniamo agli altri”. Ma cosa è il perdono? Che cosa significa perdonare?

Marc Twain ha detto: “Il perdono è il profumo che lascia la violetta quando viene schiacciata”.

Perdonare vuol dire andare oltre (non necessariamente dimenticare), perdonare vuol dire non portare rancore, andare oltre quello che è successo. Perdonare può richiedere tempo e, sempre, richiede di fare un percorso – appunto, andare oltre –, di crescere.

Un po’ tutti abbiamo vissuto dei “torti”, situazioni grandi o piccole, in cui qualcuno ci ha fatto del male, è stato scorretto nei nostri confronti o ha tradito la nostra fiducia. Quindi tutti ci siamo trovati nelle condizioni di dover perdonare: e non è facile.

E se anche siamo stati privilegiati, sempre circondati di solo amore, tutti avremo avuto bisogno, almeno una volta, di essere perdonati; se non da altri uomini per lo meno da Dio, perché tutti pecchiamo. Peccare significa proprio sbagliare, fallire il bersaglio. Peccare verso Dio significa tradire la fiducia e l’amore di Dio: allontanarsi da Lui.

La buona notizia annunciata da Gesù è che Dio ci perdona sempre, ma proprio sempre! Non importa la gravità dell’errore, né quante volte lo ripetiamo.

Ma noi riusciamo a chiedere perdono? Dio, infatti, ci perdona sempre ma non “incondizionatamente”, ci sono delle condizioni per essere perdonati da Dio. Anzitutto dobbiamo chiedere perdono!

Poi Dio ci chiede due cose: pentimento sincero e “reciprocità” cioè che anche noi perdoniamo “di cuore” chi ci fa del male; cioè fare il percorso cui si accennava prima e non perdonare solo con la bocca.

Il pentimento è la principale e fondamentale condizione per ottenere il perdono da Dio. Se c’è pentimento Dio perdona qualunque cosa. Pentirsi, infatti, vuol dire “distaccarsi” dal male che si è compiuto; allontanarsi da quel male perché non lo si vuole fare più e riavvicinarsi a Dio perché ci abbracci e ci accolga. “Allontanarsi” è un movimento, un’azione concreta; richiede volontà e sforzo, richiede un cammino, un percorso.

Se non c’è pentimento, invece, Dio non può fare nulla. Gesù ci ha detto che l’unico peccato che non può essere perdonato è quello contro lo Spirito Santo; peccare contro lo Spirito Santo vuol dire “voler fare il male”, vuol dire “non pentirsi”; se noi vogliamo, desideriamo fare il male coscientemente, desideriamo allontanaci da Dio, Dio non “può” – non vuole – impedircelo.

La seconda condizione per ottenere il perdono da Dio è perdonare a nostra volta, ma perdonare non è facile perché non è una prerogativa umana, ma divina: la capacità di perdonare ci viene da Dio.

Dunque, sia per perdonare che per essere perdonati c’è bisogno di impegno da parte nostra; la buona notizia è che Gesù ci ha dato anche degli strumenti molto efficaci: la preghiera ed il Sacramento della Riconciliazione.

La preghiera è strumento necessario e sufficiente per riuscire a perdonare chi ci fa del male. La preghiera, infatti, ha il potere di cambiare le persone: sia noi sia chi ci ha fatto del male. E questo perché pregare è chiedere a Dio e Lui può cambiare il cuore delle persone.

La confessione individuale, invece, è, assieme ai riti penitenziali all’inizio della S. Messa, lo strumento con cui possiamo riconciliarci con i nostri fratelli e con Dio. In particolare, il Sacramento della Riconciliazione è l’unico modo per ottenere il perdono dei peccati mortali.

“Ma perché devo confessarmi dal sacerdote? Non basta il mio pentimento sincero? D’altronde solo Dio legge nel cuore – non il sacerdote – e può vedere se sono pentito davvero o meno…” Questo ritornello, che si sente spesso, è uno dei sottili inganni del maligno in quanto è vero, ma non è tutta la verità! Il peccato, infatti, è sempre un’offesa sia verso Dio che verso i nostri “fratelli”; il sacerdote rappresenta tutti i nostri fratelli e dunque, chiedendo perdono attraverso di lui chiediamo perdono sia a Dio che a loro.

Inoltre, Gesù ha detto “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati” (Gv 20, 23, http://ora-et-labora.net/bibbia/) quindi Gesù ha previsto anche che degli uomini possano “non perdonare” i peccati di altri uomini. Se mi confesso io solo con Dio, dov’è il contraddittorio? Chi potrà mettermi dinanzi alla mia ipocrisia?

Non abbandonarci alla tentazione ma liberaci dal male

Quest’ultima invocazione del Padre Nostro, ci mette di fronte alla nostra libertà ed alla realtà del male. La tentazione è una lotta continua tra quello che desideriamo e quello che invece dobbiamo; questa lotta fa parte della nostra natura e ci aiuta a formarci e ad aumentare la nostra fede.

Gesù ci insegna a non chiedere a Dio di “esentarci” da questa lotta, ma di sostenerci, di aiutarci a non soccombere. E ci dice chiaramente come fare per affrontare e vincere la tentazione: “Pregate, per non entrare in tentazione” (Lu 22, 40, http://ora-et-labora.net/bibbia/). E ci dà l’esempio nell’ora più difficile, nel Getsemani: “Entrato nella lotta, pregava più intensamente” (Lu 22, 44, http://ora-et-labora.net/bibbia/).

Dio ci salva attraverso la nostra lotta, noi dobbiamo riconoscerci bisognosi del suo aiuto, fuggire e non giocare con la tentazione, abbandonarci alla grazia di Dio e martellare al Suo cuore con le nostre preghiere.

Gesù stesso ha pregato e prega il Padre allo stesso modo per noi: “Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal maligno.” (Gv 17, 15, http://ora-et-labora.net/bibbia/).

Gesù non ha timore di chiamare il male con il suo nome: il male è il maligno, Satana che letteralmente significa l’accusatore, l’avversario. Ed il nostro avversario è infido, si nasconde nell’ignoranza, nell’ombra, ci fa apparire innocuo e desiderabile ciò che ci allontana da Dio. Infatti, per poter chiedere aiuto (con la preghiera) in caso di pericolo (la tentazione) bisogna anzitutto rendersi conto del pericolo, riconoscerlo!


Articolo pubblicato sul mensile insieme di luglio-agosto 2019.