2019 09 speranzaNell’ottobre del 2014, ad un convegno delle Missioni Cattoliche di Lingua Italiana in Svizzera, ho ascoltato la testimonianza di Suor Rita Giarretta, fondatrice della comunità Casa Rut, a Caserta. Mi sono profondamente commossa e ho scritto qualche riga che mi permetto di riproporre, come segno di speranza e dimostrazione che, quando non mancano coraggio, determinazione e costanza, se si vuole, si può.

Casa Rut, per ricominciare a sognare

Nel 1995 Rita Giarretta, suora Orsolina del Sacro Cuore immacolato di Maria ha deciso di trasferirsi con alcune consorelle dalla tranquilla Vicenza in una città ricca di storia, arte, fascino, calore umano, ma anche afflitta da tanti mali, Caserta. Qui, presso la tenda di Abramo, sono venuti ad ascoltare la sua testimonianza i Missionari e gli operatori pastorali delle Missioni Cattoliche di lingua italiana in Svizzera riunitisi a Sorrento per il loro annuale convegno.

Suor Rita parla con umiltà e semplicità, ma con grande passione; le sue parole che rivelano coraggio, fermezza, gioia interiore, amore del Vangelo sono ascoltate in commosso silenzio e lasciano il segno.

In un ambiente difficile e pericoloso per la mancanza di lavoro, le varie forme di illegalità, la migrazione clandestina in gran quantità, il malgoverno, la collusione tra politica e camorra, le suore scoprono cosa fare per concretizzare la missione specifica del loro ordine religioso: “la promozione umana e cristiana delle donne attraverso il dialogo, la tutela dei diritti, la valorizzazione di ogni cultura, religione, etnia di appartenenza”. (Rita Giarretta - S. Tanzarella, Osare la speranza. Il pozzo di Giacobbe)

Correndo non pochi rischi, con il coraggio dell’amore, hanno deciso di avvicinare, accogliere, ascoltare, accompagnare le donne vittime della tratta, costrette a vendere il proprio corpo sulla strada. Sono Moldave, Albanesi, Rumene, Africane soprattutto, che partono dalla loro terra nella speranza di lasciarsi alle spalle ingiustizie, povertà, sofferenze e si ritrovano vittime di una superorganizzata criminalità internazionale, che ne fa delle schiave senza documenti e senza nome e, con violenze fisiche e coercizioni morali, le lega a sé e le butta sulla strada a vendersi.

Da sole è impossibile liberarsi dal giogo, ma grazie alla comunità di casa Rut (questo il nome scelto da suor Rita per la comunità da lei fondata, un nome che è già un programma per chi ricorda la biblica Rut), molte di loro hanno potuto e possono intraprendere un cammino di liberazione per ritrovare a piccoli passi la loro dignità di persone e la speranza di una vita vera e, come dice suor Rita, ricominciare a sognare. A casa Rut sono accolte, ascoltate, curate nel loro corpo martoriato dalle violenze, accompagnate nel percorso di regolarizzazione, alfabetizzate, aiutate a trovare il coraggio della denuncia, assistite psicologicamente per riuscire a lasciare dietro di sé il dramma vissuto.

Se ci sono bambini, casa Rut accoglie anche loro e fa in modo che possano restare con le mamme.

Riconquistata la libertà, riscoperta la femminilità, finalmente le ragazze, spesso giovanissime, possono guardare al futuro attraverso la formazione e il lavoro nella cooperativa sociale da loro fondata, che produce i più svariati e coloratissimi oggetti con tessuti tipici.

Casa Rut è una casa di accoglienza ben lontana da un convento o da un istituto; non ci sono corridoi, refettori, stanzoni, porte chiuse, rigide regole prestabilite; è un semplice appartamento che immaginiamo chiassoso e variopinto, per le risa e i pianti dei bambini e per l’incontro di etnie, tradizioni, lingue diverse, unite dal linguaggio dell’amore concreto e gratuito, che fa superare tutte le differenze.

Il progetto di Casa Rut non è rigidamente definito, ma pronto a cambiare e innovarsi con il mutare delle situazioni e delle persone; si costruisce giorno per giorno, in un cammino comune.

È la prova che non sempre vince il male, che la fedeltà al Vangelo rende possibile la vita, anche nelle situazioni più difficili e pericolose, quando si ha il coraggio di metterlo in pratica. È la testimonianza di un amore concreto, segno di una Chiesa aperta e in cammino con i più deboli, che non si limita all’elemosina e alla generica condanna del male, ma si mette in discussione, corre dei rischi, esce dalle sacrestie per incontrare l’altro, non ha paura, si mette in gioco. È la Chiesa del “si può fare”. Un esempio per tutti, una sfida.

E il bene vince: si può “ricominciare a sognare”.


Articolo pubblicato sul mensile insieme di settembre 2019.