2019 11 ideologieUn pensatore napoletano, Giambattista Vico (1668-1744), parlò dei «corsi e ricorsi» della storia, ossia eventi, ideologie, atteggiamenti del passato che si ripresentano in epoche successive, sia pure in forme diverse. In realtà la storia non segue un percorso circolare e nemmeno lineare, ma procede per così dire a zig zag. Nondimeno è facile osservare oggi forme di nazionalismo, patriottismo, fascismo, ecc., riconducibili a ideologie e comportamenti del passato, sia pure con significati diversi.

Si pensi, per esempio, al populismo e al sovranismo. Se un tempo «populismo» esprimeva l’esigenza legittima di democrazia, di rappresentanza e di partecipazione del popolo al potere, oggi non si tratta più di una rivendicazione dei diritti popolari (già riconosciuti in tutte le costituzioni democratiche, compresa quella italiana), ma della presunzione di rappresentare al meglio il popolo attraverso una sorta di investitura dell’«uomo forte» capace di risolvere tutti i problemi. In realtà il «populismo» è una degenerazione della democrazia, ossia demagogia.

Analogo discorso potrebbe essere fatto per il «sovranismo ». Se un tempo poteva aver senso sollecitare il popolo a difendere la sovranità nazionale minacciata da un altro Stato o a riacquistarla se già persa, oggi nessun popolo (almeno nel mondo occidentale) si trova in una tale condizione. Eppure i sovranisti, anche in Italia, vorrebbero che lo Stato si riappropriasse della parte di sovranità ceduta ad organizzazioni internazionali e sovranazionali in una logica di reciproci interessi, senza rendersi conto che questa forma di nazionalismo porterebbe qualunque Paese all’isolamento e al declino, in un mondo sempre più integrato e interdipendente.

Tanto il populismo che il sovranismo sono atteggiamenti pericolosi perché negano di fatto quelle forme consolidate di rappresentanza popolare e di collaborazione internazionale, che sono divenute gli assi portanti della democrazia e delle relazioni internazionali moderne.

C’è però un’altra ideologia di ritorno ancor più pericolosa di quelle appena viste, il «neofascismo». Forse il termine è improprio, ma non c’è dubbio che in molti Paesi europei l’aspirazione all’«uomo forte», all’«uomo della provvidenza», all’uso della forza per imporre l’ordine, ecc. sta crescendo. Lo si osserva facilmente sui social, nelle manifestazioni di partito o di gruppo, nei simboli esibiti, nelle celebrazioni di anniversari.

Anche in Italia da qualche anno si assiste, spesso nell’indifferenza generale, a manifestazioni con migliaia di partecipanti che rendono omaggio al duce e sottolineano quanto, sotto il fascismo, si stesse meglio.

Se la nostalgia individuale è legittima, rivendicare nel caso specifico un «passato glorioso», perché ci furono nei primi anni del regime momenti di slancio innovativo e produttivo, significa scambiare la parte per il tutto e soprattutto mistificare un ventennio che fu deleterio per il popolo italiano.

I rigurgiti del fascismo sono pericolosi non tanto perché si tenta di rispolverare un passato per nulla glorioso dell’Italia, ma perché i messaggi trasmessi sono ingannevoli. Infatti non serve l’«uomo forte» per risolvere il disagio sociale, ma bastano buone leggi applicate bene.

Non serve la chiusura dei porti o il blocco navale per risolvere il problema dei profughi, ma basta una buona politica dell’accoglienza e dell’integrazione. Oltretutto sarebbe anche nell’interesse dell’Italia e del suo sviluppo sostenibile.

I cattolici, che possono attingere a piene mani dalla tradizione cristiana, devono essere esempi di riferimento positivi in tutti i campi, dalla politica alla socialità, dalla cultura alla solidarietà.


Articolo pubblicato sul mensile insieme di novembre 2019.