2020 01 letteraFondatore del gruppo Abele di Torino, da molti anni Presidente di Libera, Associazione, nomi e numeri contro le mafie, Don Luigi Ciotti, che ha dedicato e dedica la vita ai più poveri ed emarginati, non è un sacerdote da prediche. Parla in modo chiaro, semplice, diretto alla mente e al cuore.

E secca, dura, schietta e insieme accorata è la sua “Lettera a un razzista del terzo millennio”, un pamphlet scritto a cuore aperto e senza sconti contro l’emorragia di umanità alimentata dagli imprenditori della paura.

È una salda presa di posizione contro tutti razzismi, una lettera indirizzata a un razzista del terzo millennio ormai avvelenato da luoghi comuni e narrazioni tossiche, per decostruire i pregiudizi e affermare i principi di una società più giusta.

Alla scrittura don Ciotti preferisce i fatti con il loro linguaggio silenzioso ma vero, ma di fronte all’ingiustizia che ruota intorno a noi non si può stare zitti, afferma nel prologo, e continua: per questo ho deciso di scrivere.

Proprio a te, coinvolto nella ubriachezza razzista che attraversa il paese. Una ubriacatura a cui partecipi forse per convinzione o forse solo per l’influenza di un contesto in cui prevalgono le parole di troppi cattivi maestri e predicatori d’odio, che tentano di coprire l’incapacità di chi ci governa (e ci ha governati) di assicurare a tutti, compresi i più poveri, condizioni di vita accettabili…

Non mi sento, comodamente e presuntuosamente, dalla parte giusta. La parte giusta non è un luogo dove stare; è, piuttosto, un orizzonte da raggiungere. Insieme. Ma nella chiarezza e nel rispetto delle persone. Non mostrando i muscoli e accanendosi contro la fragilità degli altri.

Poiché ama i fatti, don Ciotti offre al suo destinatario tutti i dati necessari a smontare i luoghi comuni: gli stranieri sono troppi, ci invadono, vivono alle nostre spalle, ci rubano il lavoro e, come se non bastasse, delinquono: rubano, spacciano, violentano.

Sembrano discorsi da bar, si sentono al mercato e a ogni angolo di strada, e sono terribilmente pericolosi; fanno inneggiare all’uomo forte che chiude i porti, non fa entrare gli stranieri e, quando entrano, li rimanda a casa, dove devono essere aiutati…

Tutto ciò don Ciotti lo chiama per nome: è razzismo.

Numeri alla mano, dimostra che la situazione di reale povertà in cui versa l’Italia non può essere attribuita ai migranti, ma che, in mancanza di scelte politiche impegnative e radicali, si elude il problema, incanalando la rabbia sociale contro il capro espiatorio dei migranti.

Perfino le immagini sconvolgenti dei bambini morti annegati provocano commenti rabbiosi e cinici, sui social e non solo, e addirittura verso chi prova a soccorrerli o esprime dolore e compassione.

Il razzismo, dice l’autore, non è più un tabù, è stato sdoganato e incombe sul nostro Paese. Parlo del razzismo nella sua accezione più cruda, la pulsione ostile, aggressiva nei confronti del diverso, per il colore della pelle o per abitudini di vita, lingua, religione.

Dall’insulto “orango” detto a una ministra, al lancio di banane o l’ululato allo stadio contro i calciatori di colore, ad attentati e uccisioni.

È tanto diverso da quello che successe 80 anni fa agli ebrei? chiede don Ciotti. Pensaci. Che cos’hanno alle spalle il Nazismo e la Shoa se non il razzismo, l’indifferenza diffusa, la degradazione della coscienza collettiva?

Nazismo e Fascismo si sono insediati così, passo dopo passo, fino alle leggi razziali.

Ma guai a parlare di razzismo, nessuno è razzista… ma ci vuole un uomo forte, per la nostra sicurezza . È l’anticamera del fascismo.

La Lettera è di sole 69 pagine, si può leggere in meno di un’ora, ma impegna il lettore a riflettere, a soffermarsi sulle parole, a prendere posizione. È bene sia letta da buonisti e cattivisti. Interpella anche noi migranti di vecchia data, che siamo chiamati a recuperare una memoria storica, che dai discorsi che si ascoltano e dalle diatribe sui social, sembra purtroppo scomparsa.


Articolo pubblicato sul mensile insieme di gennaio 2020.