2020 01 50ragazzeNel 1969, esattamente mezzo secolo fa, la rivista IL TEMPO di Milano dedicava ogni settimana otto pagine d’informazione e servizi giornalistici ai lavoratori italiani in Svizzera. Era il periodo dell’iniziativa contro l’inforestieramento voluta da James Schwarzenbach che se fosse stata accettata, almeno 300 mila italiani, provenienti perlopiù dal sud, avrebbero perso il loro posto di lavoro e sarebbero stati rinviati nei loro paesi d’origine. Nella Svizzera tedesca li chiamavano i Gastarbeiter – un sostantivo allora sprezzante che voleva dire lavoratori ospiti – ma anche braccia a buon mercato di gente senza qualifica. Il clima era d’incertezza e di paura. Lo stesso Schwarzenbach si era accorto di un libro che avevo scritto sulla situazione dei bambini italiani dal titolo Piccoli italiani in Svizzera (in tedesco: Oliven wachsen nicht in Norden) e nel suo ufficio della Niederdorfstrasse di Zurigo volle farmi un’intervista. Lui era direttore della casa editrice Thomas Verlag e collezionava materiale per convincere sempre più elettori per la sua causa. Alla fine del colloquio mi disse: È fantastico com’io possa comunicare con lei, che se vuole può restare qui nel nostro Paese. Sono gli italiani del sud che non sopportiamo!

Non aveva capito che anch’io provenivo dal sud, dal sud più lontano d’Italia.

Il clima era infuocato, le comunicazioni nella nostra lingua erano rare e avvenivano tramite qualche quotidiano che si andava a comprare alla stazione anche perché i programmi della TV italiana qui non si recepivano. Attilio Pandini, corrispondente della RAI da Ginevra, insieme al sottoscritto, propose al direttore del settimanale TEMPO di Milano Nicola Cattedra, di pubblicare ogni settimana un servizio di otto pagine. Per i nostri lettori ho ripescato un breve reportage del tempo dal titolo "50 ragazze con un po’ di nostalgia".

A Felsenau, a qualche chilometro dal centro di Berna, esiste un pensionato femminile il cui nome è “Casa Serena”. Vi abitano cinquanta ragazze italiane e spagnole di età comprese tra i 18 e i 22 anni. Per le ospiti del pensionato, che lavorano in fabbriche, in negozi e presso famiglie del luogo, l’alloggio alla Casa Serena in camere a due letti viene a costare trentanove franche mensili, mentre per il vitto completo la spesa è di centoquarantacinque franchi. Pagati vitto, alloggio, tasse ecc., alle emigrate rimane un guadagno (medio) netto di quattrocentocinquanta franchi. Ci è sembrato interessante andare a “chiacchierare” con la direttrice di Casa Serena Marta Bustafa, una signora veneta da quattro anni residente in terra elvetica, per avere da lei, che è l’amica e la confidente di tutte le pensionanti, dei giudizi sulle “sue” ragazze.

D. – Non crede che queste giovani lavoratrici siano qui per risolvere particolari problemi familiari?

R. – Senz’altro: questo è il principale motivo che le spinge all’emigrazione.

D. – Quali reazioni hanno dapprincipio verso la società ospitante?

R. – Posso dire che non c’è nessuna presa di posizione. Anzi, subiscono passivamente il nuovo ambiente: semmai è più facile che si irrigidiscano nei confronti delle compagne, chiudendosi in loro stesse e dando sfogo a un certo egoismo. Pensano infatti di essere autosufficienti, indipendenti.

D. – Capita mai che trovando un amico, il loro carattere migliori?

R. – Frequentemente. Molte sono scontrose perché hanno lavori che non danno soddisfazione e che mortificano la loro femminilità.

D. – Quanti anni di solito rimangono qui?

R. – Uno, due al massimo.

D. – Perché se ne vanno così presto?

R. – Moltissime trovano marito, altre, prese dalla nostalgia, tornano nei propri Paesi.


Articolo pubblicato sul mensile insieme di gennaio 2020.