2020 056 reagisciHo scritto questo testo un mese fa, dunque non posso sapere con precisione come si è evoluta la situazione generale circa il Coronavirus e, di conseguenza, lo status generale delle nostre società e comunità. Mi sono sforzato, però, di proiettarmi positivamente in avanti, con sentimenti di speranza e di ottimismo. È da tempo che alcuni analisti e opinionisti ci provocano con la domanda: “Come riprenderemo la nostra quotidianità?”, e sono in tanti a dire che non sarà più come prima. Mi sto lasciando provocare da alcune letture e da alcune riflessioni più a carattere pastorale che cercano di fare una verifica del nostro modo di reagire durante il tempo della pandemia e di proiettarci già oltre, per ipotizzare una chiesa post-pandemia.

Lo sappiamo dall’esperienza personale, e ce lo insegnano gli psicologi, che per guarire occorre “accogliere” le proprie ferite. Continuare a ribellarsi all’evidenza dei fatti o, peggio, far finta di nulla, può portare conseguenze irrimediabili a livello fisico e psichico. Nella vita delle nostre comunità pastorali mi sembra che stiamo vivendo il tempo della pandemia proprio con questi primi due atteggiamenti: o il far finta di nulla (“tutto andrà bene”) o la ribellione (“ce la faremo”). Se ci penso bene, questo mi mette in crisi, perché anche noi come Missione abbiamo reagito proprio così: all’inizio emotivamente, preoccupati di non far mancare alla comunità ciò che ha sempre avuto, quasi un “far finta che non stia succedendo nulla”. Cambiamo la forma, ma continuiamo con la stessa vita… perché “i fedeli si sentono soli”. Le reazioni istintive vanno bene per un breve periodo, ma quando la crisi non finisce occorre un altro atteggiamento più deciso. Ed eccoci alla fase 2 del “Ce la faremo”. Stiamo cercando di darci coraggio, per autoconvincerci che prima o poi finirà, anche se non sappiamo quando, e qualcuno già ci sta dicendo che col virus “dobbiamo conviverci per qualche anno”. Quanto resisteremo con questo stile pastorale? Cosa potremo inventarci per dare una parvenza di “normalità” ad una situazione che si preannuncia non tornare normale a breve termine?

Mi proietto in avanti, al mese di giugno, o forse in estate, o già in autunno, alla ripresa del nuovo anno pastorale, e mi chiedo: “E se la crisi fosse un tempo di grazia?” (in senso pastorale, naturalmente!). Nella Bibbia l’esperienza del deserto non è necessariamente associata alla morte, anzi, Gesù nel deserto dialoga col Padre (Mc 1, 29-39). S. Paolo rilesse la drammatica esperienza delle persecuzioni cristiane come un segno di fedeltà e di compartecipazione alle sofferenze e alla risurrezione di Cristo (2 Tm 2, 1-13).

Cosa abbiamo capito in questo tempo di crisi? Cosa sta facendo emergere? Che tipo di (nuova) esperienza di comunità potrebbe nascere da questa situazione?

La nostalgia che noi abbiamo di voi e che voi avete della Missione è solo una questione di frequentare degli spazi fisici? Siamo chiesa solo in questa struttura o stiamo imparando ad essere chiesa già in casa? L’esperienza di non avere più il punto di riferimento “classico” per pregare – cioè la chiesa della Missione – lo stiamo considerando come un elemento che potrebbe definire il nostro nuovo stile di essere comunità (= assunzione della crisi) o lo stiamo sopportando più che possiamo, nella speranza che passi presto? Le grandi sacche di povertà e di precarietà che questa crisi ha messo in evidenza stanno scuotendo le nostre comunità per capire che c’erano già prima e che forse i nostri occhi non le vedevano? La preoccupazione e l’attenzione verso le persone sole e ammalate è data solo dal fatto che abbiamo più tempo da gestire e una volta passata la crisi torneremo alle agende piene, ad una corsa contro il tempo, a riappropriarci di quel vocabolario che al momento abbiamo messo da parte (es.: stress, burnout, non ho tempo), trasformando tutto in una parentesi temporanea e, forse, obbligata?

La crisi, quando è assunta, diventa un tempo di grazia e un’occasione per crescere e maturare. Auguriamoci, anche a livello pastorale, che le nostre comunità possano vivere questo periodo non col desiderio di tornare alla vita di prima, a quella “normalità”, di cui, in fondo in fondo, forse non eravamo neanche tanto soddisfatti, ma di assumere questo tempo-kronos e trasformarlo in un tempo-kairos, cioè un tempo indeterminato, durante il quale accade qualcosa di speciale.

P. Antonio


Articolo pubblicato sul mensile insieme di maggio-giugno 2020.