2020 056 rivederlestelle1Una riflessione di Silvio Mignano, Ambasciatore d’Italia a Berna

In questi giorni sto conducendo una lettura pubblica della Divina Commedia, attraverso i canali Facebook mio e dell’Ambasciata. Ho appena finito l’Inferno e iniziato il Purgatorio. Non ho potuto fare a meno di riflettere, mentre sfogliavo i canti per prepararmi e ancor più mentre leggevo a voce alta i versi di Dante, su quanto di attuale vi sia nella scrittura del sommo poeta e nella descrizione del viaggio iniziato nella Settimana Santa dell’anno Milletrecento.

Il ciclo di letture è stato pensato non solo quale omaggio a Dante ma anche e soprattutto come strumento di alta evasione della mente per tutti coloro che in queste settimane hanno visto la propria esistenza improvvisamente restringersi, spesso oltre i limiti delle capacità di accettazione, come se una sorta di claustrofobia ci fosse stata imposta a mo’ di condanna per una colpa collettiva e incomprensibile.

“Libertà va cercando, ch’è si cara”, dice Virgilio a Catone l’Uticense nel primo canto del Purgatorio, riferendosi a Dante, che ha intrapreso il proprio viaggio per liberarsi del peccato ma anche della cappa di oscurità che ha invaso la sua esistenza. Poco prima, al termine della risalita dal budello che collega l’inferno al purgatorio, il poeta aveva detto: “e quindi uscimmo a riveder le stelle”.

Tutti noi, in questo momento, vogliamo “ritornare nel chiaro mondo”, come scrive ancora Dante nell’ultimo canto dell’Inferno, e godere appieno “de le cose belle che porta ‘l ciel”. Per i credenti, questo vuol dire sentirsi appieno parte di quel Creato che, come ci ha insegnato San Francesco, non ci è nemico ma fratello e sorella.

Lo faremo. Di questo ho avuto ferma certezza fin dal primo giorno dell’emergenza. Ci riapproprieremo delle nostre vite. Bisognerà ancora attendere, con pazienza, ma lo faremo.

Ho subito percepito la serietà dell’epidemia, fattasi poi gravità della pandemia, e ho immediatamente colto l’angoscia collettiva anche dei nostri connazionali in Svizzera. Il senso di una responsabilità che lo stato italiano mi ha affidato su di loro mi ha imposto da un lato un peso non facile da portare, perché molto di quanto è accaduto e sta accadendo va oltre le possibilità di azione mie e di qualsiasi altro uomo, ma dall’altro lato mi ha spinto a fare comunque tutto il possibile per dare anche il più piccolo contributo. Siamo riusciti a non chiudere nessuno dei nostri uffici, sebbene anche chi vi lavora condivida le stesse paure degli altri. Prestare servizio, dare informazioni, aiutare chi veniva da altri paesi a raggiungere l’Italia (lo abbiamo fatto per almeno un migliaio di italiani), aiutare le imprese a non interrompere importanti contatti commerciali, coordinare le strategie di controllo delle frontiere o di contenimento dell’epidemia non sono atti di eroismo ma espressione del senso del dovere.

Di eroi ne abbiamo incontrati, ne abbiamo conosciuti, a volte senza accorgercene. Senza dubbio lo sono i medici e gli infermieri, ma tendiamo a dimenticarci di quanti altri ve ne siano nella quotidianità: quanti milioni di persone combattono con la propria paura ma non per questo smettono di lavorare per gli altri. Chi è rimasto a casa ha continuato a mangiare il pane ogni giorno impastato da fornai, trasportato da guidatori di camion, venduto da commessi e commesse. Siamo entrati forse in una farmacia trovandovi venditori pronti a servirci e acquistando prodotti usciti in questi giorni da stabilimenti, impacchettati in contenitori preparati da altri operai. Abbiamo perfino acquistato in un supermercato pesce fresco, senza magari chiederci chi fosse uscito prima dell’alba in mare aperto, a centinaia di chilometri di distanza, in queste dure notti di epidemia, e chi avesse atteso l’arrivo dei pescherecci sul molo, pronto a confezionare le casse per l’invio. L’intera umanità ha dato il meglio di sé, giorno dopo giorno, spesso in silenzio, senza chiedere nemmeno un grazie. Non dimentichiamoci mai di pronunciarla noi, questa parola, soprattutto in questo momento.

La Svizzera sta lentamente riaprendo le attività – quelle che erano state interrotte, perché molte altre, come ho scritto, erano sempre andate avanti. Anche l’Italia dà i primi segnali di ripresa. Che questo accada nel pieno della primavera è una coincidenza bellissima. Mentre scrivo queste parole al computer guardo in giardino una magnolia giapponese, che nel corso dei millenni ha sviluppato una strategia riproduttiva tutta sua: fiorisce per pochi giorni, concentrando solo in quelli la produzione di polline che gli insetti trasporteranno e trasformeranno. All’improvviso nella desolazione invernale dei rami esplodono sfere di un bianco-rosa bellissimo, e questa bellezza ci parla della vita: che non è solo sopravvivenza, è qualcosa di più, implica la capacità di riappropriarsi del lavoro, dello studio, degli affetti, della quotidianità. Sarà importante ancora per un certo tempo farlo con prudenza e con le attenzioni che ci verranno suggerite dagli scienziati e talora imposte dai governi. Ma facciamolo finalmente con il cuore alleggerito, come trovandoci dinanzi a quel foro circolare nella roccia oltre il quale si vedono già il chiarore del giorno, le stelle del mattino, la risacca del mare sulle rive dell’isola del purgatorio.

2020 056 rivederlestelle2Andrà tutto bene, se…

Lo slogan che ha accompagnato e che tuttora accompagna gli italiani durante la crisi sanitaria più seria dell’ultimo secolo, lo si ritrova un po’ dappertutto. Campeggia sui lenzuoli bianchi appesi ai balconi di mezzo stivale, scritto a caratteri colorati ed irregolari dai bambini di ogni paese e città. Lo utilizzano i politici nei loro discorsi, i giornali nei propri titoli e gli spot pubblicitari in televisione. È diventato un hashtag virale sui social e sul web, finanche ad entrare nei testi delle canzoni di diversi cantanti.

Queste tre parole le conosciamo oramai tutti. Ma chi ne conosce le origini? Non ci è dato sapere da dove abbia preso questa espressione la prima persona ad aver lanciato lo slogan in Italia lo scorso marzo. Certa è invece, l’origine mistica e religiosa di queste tre parole piene di speranza. Esse ci rimandano infatti alla storia poco conosciuta della beata Giuliana di Norwich, una giovane donna inglese vissuta tra il 1342 ed il 1430 circa. Ammalatasi gravemente di peste nel maggio del 1373, raccontò di aver avuto delle visioni in sogno che terminarono solo qualche mese dopo, quando Giuliana guarì dalla sua malattia. Secondo la religiosa, fu Gesù stesso, apparso in sogno, ad infonderle speranza in quel momento di grande dolore con le parole “tutto andrà bene”. Tornando ai nostri giorni, cosa significa davvero questo slogan? Di certo è un messaggio pieno di speranza. Ma significa forse, che questa crisi sanitaria non sarà che una triste parentesi nella storia del nostro mondo moderno e che, una volta chiusasi, la storia del mondo continuerà ad essere scritta da dove è stata interrotta? Nessuno lo sa con certezza, ma sono in molti a sperarlo. Credere che una crisi di questa portata non abbia alcuna ripercussione – almeno a breve termine - sull’economia, la politica e la società mondiale è, purtroppo, un’utopia.

Gli esperti hanno disegnato diversi possibili scenari per il post-covid19 in ambito economico, politico e sanitario. Dalle previsioni più rosee a quelle più tetre, tutte prevedono degli effetti significativi della crisi sanitaria, almeno per i prossimi mesi o anni. Ovviamente, non ci è dato sapere quale fra questi si avvererà nel prossimo futuro, ma è certo che il ritorno alla normalità sarà lento e graduale.

Ma cosa resterà, quando finalmente tutto sarà finito? Quando anche l’economia e la finanza si saranno riprese, tornerà davvero tutto come prima? Io, personalmente, spero di no. Se tutto tornasse esattamente come prima, significherebbe che non abbiamo imparato nulla da questo drammatico evento.

In queste settimane di lockdown abbiamo riscoperto il valore di piccole cose che prima davamo per scontate. Abbiamo riscoperto la melodia del cinguettio degli uccellini la mattina, ma anche i lati migliori della tecnologia, che ci ha permesso di mantenere il contatto con amici e parenti. Abbiamo riscoperto gli affetti, l’amicizia e la solidarietà. Abbiamo riscoperto il valore del tempo che nella nostra frenetica vita quotidiana era diventato un bene raro.

Spero quindi che questa crisi sanitaria non rimanga un semplice inciso delimitato da due parentesi. Spero piuttosto che si trasformi in subordinata causale, che implichi quindi un cambiamento che possa migliorare, in qualche modo, il mondo.

Ma per cambiare il mondo, bisogna che prima cambino le persone che lo abitano. Ecco dunque il grande cambiamento che ognuno di noi, nel suo piccolo, può fare: esercitare la memoria, ricordare questi valori riscoperti anche quando tutto riaprirà e si ritornerà alla “vita normale”. Perché non è l’avvenimento di per sé a cambiare il mondo, sono gli insegnamenti che le singole persone traggono da esso, e la loro memoria, che possono cambiarlo radicalmente.

Mi auguro che non si passi dalla distanza interpersonale ad una distanza sociale, emarginando ed escludendo chi è “diverso” da noi. Spero che non si applichi più la regola del “lavarsi le mani” anche in situazioni che richiedono di prendere posizione. Perché solo se cambieremo noi stessi, sempre affidandoci al Padre misericordioso come la beata Giuliana di Norwich, solo allora davvero andrà tutto bene, anzi, tutto andrà meglio.


Articolo pubblicato sul mensile insieme di maggio-giugno 2020.