2020 078 ragionefede12020 078 ragionefede2I primi mesi di quest’anno sono stati segnati profondamente dalla pandemia da Coronavirus. Per molti Paesi è stata un’esperienza drammatica, perché la malattia ha messo in crisi non solo il mondo della medicina, ma l’intera convivenza umana. La Covid-19 sembrava infatti diffondersi rapidamente e nessun Paese disponeva di antidoti efficaci. La società ha avuto talmente paura da accettare molte limitazioni, dalle visite al ristorante alle celebrazioni religiose, mantenere una certa distanza fisica persino tra parenti, rinunciare agli abbracci tra nonni e nipoti, indossare mascherine, non uscire di casa se non per necessità. Poi è prevalsa la ragione che ha dato una grande spinta alla ricerca di nuovi vaccini.

La pandemia ha stimolato anche la fede? La domanda merita una risposta, specialmente per i cristiani, e qualche riflessione sui rapporti tra ragione e fede.

La ragione studia i fenomeni

Quando è scoppiata l’epidemia in Cina, pochi, credo, hanno pensato che potesse giungere anche alle nostre latitudini. Dopo i primi casi registrati in Lombardia (vanto per un sistema sanitario pubblico-privato di grande efficienza), molti si sono meravigliati, ma senza allarmarsi perché nei Paesi cosiddetti «avanzati» sembrava azzerata la stessa possibilità di una pandemia e si era fatta strada l’idea che prima o poi la medicina, la farmacologia e la scienza in generale sarebbero state in grado di debellare qualunque malattia grave.

Solo col moltiplicarsi dei casi è subentrata la paura, anche perché inizialmente gli stessi «esperti» sembravano intimoriti di fronte al nuovo virus (Covid-19) di cui non conoscevano ancora la natura e la pericolosità. Almeno per un istante, è riemersa dal nostro subconscio una memoria lontana delle grandi epidemie del passato, delle pesti, della «spagnola» e dei milioni di morti che si sono portate appresso. Da ultimo, man mano che un numero crescente di contagiati guariva, hanno preso il sopravvento la ragione e la certezza di poter sconfiggere il virus.

La ragione è una forza primordiale che non si ferma di fronte a qualunque fenomeno sconosciuto, tanto più se percepito come pericoloso, e cerca di decifrarlo, conoscerne tutti gli aspetti, renderlo inoffensivo. Anche di fronte al Coronavirus non si è arresa e ha subito avviato alacremente la ricerca di cure e farmaci efficaci e soprattutto di un vaccino specifico.

La ragione, però, ha un raggio d’azione limitato ai «fenomeni», ossia – secondo il significato originario del termine nella filosofia greca – a ciò che si vede, si sente, si percepisce attraverso i sensi, a ciò che appare nel tempo e nello spazio. In verità ha sempre cercato di varcare questi confini, tant’è che molti filosofi antichi hanno anche ipotizzato un Essere trascendente i fenomeni, ne hanno persino «provato» l’esistenza, lo hanno chiamato Demiurgo, Creatore, Assoluto, Essere, o semplicemente Trascendenza. Qualche studioso ha visto in questa tensione del tutto naturale una sorta di «fede filosofica».

Non si tratta evidentemente della «fede rivelata» e la Trascendenza intravista dagli antichi filosofi non è il Dio della Rivelazione cristiana, ma è la risposta dell’uomo che seguendo una sorta di istinto naturale cerca al di là dei sui limiti l’immortalità, l’eternità, la Trascendenza o Dio e di percepirne in qualche modo la presenza nel mondo e nell’uomo.

La ragione può spiegare la malattia e la morte, ma non può dare il senso della vita e della morte, se non riducendo l’una e l’altra a fenomeni della biosfera.

La fede va oltre la ragione

La fede non minimizza il potere della ragione, ma ne supera i limiti. Solo la «fede rivelata», infatti, riesce a dare un senso compiuto alla vita come alla morte, soprattutto nei momenti in cui le domande al riguardo si fanno impellenti e drammatiche. Anche per questo, in occasione di tutte le grandi epidemie dell’era cristiana la Chiesa è stata in prima linea non solo per assistere gli ammalati e i moribondi in spirito di carità, ma anche per invocare con preghiere e digiuni la fine del flagello, considerato talvolta un «castigo di Dio» per i peccati degli uomini, ma più spesso una «prova» per i cristiani, «pellegrini in questa valle di lacrime».

Anche stavolta, durante le fasi più acute della Covid-19, che coincidevano fra l’altro col periodo quaresimale e pasquale, in molte chiese è risuonata la supplica: «A peste, fame et bello, libera nos Domine» (dalla peste, dalla fame, dalle guerre, liberaci Signore). In molte parti del mondo sono state celebrate veglie di preghiera, funzioni religiose, Via Crucis e persino i riti pasquali sebbene senza pubblico (nel rispetto delle norme sul distanziamento tra le persone) per chiedere non tanto miracoli quanto la pace eterna per i defunti e conforto a tutte le persone colpite, ai loro familiari e ai professionisti e volontari impegnati in prima linea nella lotta contro l’epidemia.

Nel corso di numerose celebrazioni, anche Papa Francesco non ha smesso di invocare l’intervento misericordioso di Dio, ma ha anche cercato di indicare il senso «religioso» di quel che accadeva. In un suo intervento durante la Settimana Santa, lo ha indicato con queste parole: «Penso al Signore crocifisso e alle tante storie dei crocifissi di questa pandemia, medici, infermiere, infermieri, suore e sacerdoti, morti al fronte come soldati che hanno dato la vita per amore, resistenti come Maria sotto le croci delle loro comunità, negli ospedali, curando gli ammalati».

Ragione e fede: distinte ma complementari

Nella storia, molto frequentemente i rapporti tra ragione e fede sono stati non solo complicati ma anche conflittuali, persino all’interno della cristianità. L’episodio più noto di questa conflittualità è quello riguardante Galileo Galilei (1564-1642), un credente che voleva restare tale anche se un tribunale dell’Inquisizione pretendeva, per aver salva la vita, che ritrattasse le sue convinzioni scientifiche. Si sa che Galilei finì per ritrattare pur di restare in vita e nella Chiesa.

La ritrattazione di Galilei, che sapeva, messa a confronto con la condanna a morte sul rogo del contemporaneo frate domenicano Giordano Bruno (1548-1600), che credeva, ma non volle ritrattare alcune sue convinzioni religiose di fronte all’Inquisizione, ha fatto ritenere al noto filosofo tedesco Karl Jaspers (1883-1969) che ci siano verità (razionali) incondizionate e verità condizionate e relative alla persona che le vive.

La verità di Galilei è sopravvissuta anche se ritrattata, quella per cui viveva Giordano Bruno sarebbe invece morta se ritrattata.

A prescindere dalla contrapposizione jaspersiana tra Galilei e Bruno si può affermare che ragione e fede sono due realtà ben distinte, ma non necessariamente conflittuali. I conflitti nascono quando si pratica una sorta d’invasione di campo e, per esempio, la ragione pretende di decidere sulla ragionevolezza della fede in base a presunte «prove» scientifiche oppure la fede contraddice una certezza scientifica usando la Bibbia come un testo scientifico.

In realtà, negli ultimi decenni, anche se non si assiste più a conflitti clamorosi, non c’è dubbio che la divaricazione tra ragione e fede è enormemente cresciuta. Basti pensare alle varie forme di agnosticismo e relativismo, contro cui si sono battuti specialmente gli ultimi pontefici.

La fede, però, non desiste, non si sottrae al confronto e cerca costantemente il dialogo con tutti gli uomini di buona volontà.

Il 3 maggio scorso, Papa Francesco ha invitato gli scienziati e gli Stati a «mettere insieme le capacità scientifiche, in modo trasparente e disinteressato, per trovare vaccini e trattamenti e garantire l’accesso universale alle tecnologie essenziali che permettano ad ogni persona contagiata, in ogni parte del mondo, di ricevere le necessarie cure sanitarie». Nella stessa occasione il Papa ha tuttavia invitato per il 14 maggio «i credenti di tutte le religioni» a unirsi spiritualmente «in una giornata di preghiera e digiuno, per implorare Dio di aiutare l’umanità a superare la pandemia di coronavirus».

Con tale invito, la fede ha fornito un’ulteriore prova, se mai ce ne fosse stato bisogno, che «la ragione senza fede non guarisce, ma la fede senza la ragione diviene non umana» (Joseph Ratzinger). Tra ragione e fede c’è distinzione, ma non dev’esserci separazione perché sono complementari, «come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità» (Giovanni Paolo II nell’enciclica Fides et ratio, fede e ragione, del 1998).

Giovanni Longu


Articolo pubblicato sul mensile insieme di luglio-agosto 2020.