2020 09 statueLa prima metà di quest’anno è stata agitata in molte parti del mondo, da distruzioni o imbrattamenti di statue di personaggi «illustri». Si è trattato di episodi particolarmente clamorosi perché hanno preso di mira statue di personaggi storici come Cristoforo Colombo, presidenti americani come George Washington e Theodore Roosevelt, statisti come Winston Churchill. Ne è seguito un acceso dibattito non solo sul significato delle statue, ma anche sul genere di narrazione storico-celebrativa sempre più contestato.

Significato delle statue

Tutte le civiltà antiche hanno cercato di tramandare un’immagine positiva di sé attraverso statue e monumenti dedicati a miti, eroi, geni dell’arte e della conoscenza. Anche gli Stati moderni non rinunciano ai miti di fondazione, agli eroi che li hanno incarnati e ai «figli illustri», dedicando loro piazze, vie, monumenti e statue a profusione.

Ad avviare la decapitazione e l’imbrattamento di statue negli Stati è stata la barbara uccisione di un afroamericano. L’indignazione contro il suprematismo bianco, il colonialismo e in generale ogni forma di razzismo si è diffusa anche in alcuni Paesi ex coloniali d’Europa, con strascichi anche in Italia e in Svizzera.

Al di là della condanna quasi unanime degli atti di vandalismo indiscriminato e nel rispetto delle opinioni di ciascuno, è lecito chiedersi se sia «opportuno» ostentare in luogo pubblico statue di personaggi compromessi con comportamenti condannati dalla storia e dal comune sentire di un popolo. Non sarebbe più appropriato collocarle nei musei?

Fatti i debiti accertamenti sia sui personaggi «incriminati» che sull’entità dei contestatori, la mia risposta è affermativa. Infatti le statue non rappresentano soltanto personaggi, ma anche la mentalità politica, economica, sociale dell’epoca in cui sono state realizzate. Pertanto, se una società ripudia quella mentalità, è giusto che le statue di quei personaggi che la rappresentano siano rimosse. La storia non ne soffrirà.

Rispetto delle sensibilità popolari

Anzi ne trarrebbero beneficio. Dal dibattito sull’argomento è infatti emerso che molte società, nazionali o locali, oggi interpretano diversamente la storia patria e mal sopportano una narrazione trionfalistica avvalendosi di personaggi «gloriosi» anche se nella loro vita hanno avuto, approvato o tollerato comportamenti oggi disapprovati come lo schiavismo, il colonialismo di sfruttamento, la discriminazione razziale.

Trasformare questa diversa visione del mondo e della storia in atti concreti non è facile, ma il problema va affrontato anche nel rispetto delle nuove sensibilità delle nostre società e attingendo il più possibile a quei valori che appaiono sempre più irrinunciabili.

Dalle reazioni agli episodi ricordati è anche emerso che se è vero che l’opinione pubblica non va necessariamente seguita, essa va sempre ascoltata con attenzione. Dal confronto e da un atteggiamento serio di disponibilità e di tolleranza possono nascere compromessi più soddisfacenti delle soluzioni alternative e necessariamente divisive. Il dialogo è spesso proficuo.

La Croce di Auschwitz

Forse nessuno ricorda più la clamorosa controversia degli anni 1986-1997 tra l’episcopato polacco e alcune potenti organizzazioni ebraiche, ma in questo contesto merita senz’altro un rapido cenno. Quando nel 1979 il papa polacco Giovanni Paolo II, da poco eletto, fece visita al campo di sterminio di Auschwitz, nella spianata adiacente al campo principale dove fu celebrata la messa era stata eretta una grande croce (8,6 metri), poi rimossa dopo le cerimonie. Sullo stesso luogo, qualche anno dopo, le suore carmelitane aprirono un convento e ripiantarono la croce, ormai nota come «croce del Papa».

La reazione degli ebrei di tutto il mondo fu immediata, ma i cattolici oltranzisti polacchi, sostenuti da politici (compreso Lech Walesa) ed ecclesiastici (anche il cardinale Jozef Glemp) si opposero alle richieste exdi chiudere il convento e rimuovere la croce. Nella vicenda intervennero molte personalità di tutto il mondo e lo stesso Papa chiedendo tolleranza.

La controversia durò a lungo, ma fu avviata a soluzione grazie al compromesso proposto dal gesuita Stanislaw Musial che convinse i connazionali a delocalizzare il convento carmelitano e gli amici ebrei a lasciare la croce al suo posto. Compromesso riuscito!

Giovanni Longu


Articolo pubblicato sul mensile insieme di settembre 2020.