2020 09 schwarzenbach1Negli ultimi tempi l’Europa è colta da un crescente sentimento di preoccupazione, dettato certamente dalle difficoltà economiche e sociali che si sono acuite con la crisi sanitaria degli ultimi mesi. Se già nelle campagne politiche degli ultimi anni non era raro imbattersi in vecchi slogan populisti inneggianti una presunta superiorità di una certa parte di popolazione rispetto ad altri gruppi sociali o etnici, le folle scese in piazza negli ultimi mesi confermano il dilagare di discriminazioni ed episodi di razzismo nelle nostre società “occidentali”.

Sono passati cinquant’anni esatti da quando nella radio, in televisione, sui palchi e sui giornali un politico svizzero tuonava slogan simili a quelli che oggi intonano certi esponenti politici contro gli immigrati e gli stranieri. Solo che 50 anni fa, gli slogan si rivolgevano contro gli italiani.

Stesso linguaggio, stesso messaggio, ma allora i destinatari eravamo noi.

Emigrazione

L’emigrazione italiana in Svizzera affonda le sue radici nell’800, ma conosce un forte incremento nel secondo dopoguerra. Se la maggior parte degli emigranti italiani all’inizio del ‘900 proveniva dalle regioni settentrionali, la nuova ondata di migrazione degli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale partiva dal meridione dello stivale.

Diversi motivi spingevano i nostri genitori ed i nostri nonni a lasciare il proprio paese. L’Italia usciva ferita dalla guerra, le grandi città erano semidistrutte dai bombardamenti, l’economia era a terra e la disoccupazione dilagava. In molti cercarono dunque di trovare una sicurezza economica emigrando al nord, in America o in Australia.

Addirittura, il governo italiano negli anni immediatamente successivi alla fine del conflitto mondiale incoraggiava la popolazione a lasciare la propria terra proprio per cercare di abbassare l’alto tasso di disoccupazione del Paese.

Se il governo italiano guardava con favore questo flusso di emigrazione dal paese, anche la Svizzera ne traeva opportunità ed arricchimento. L’industria elvetica, a corto di forza lavoro a basso costo, ricercava attivamente i possibili nuovi operai nel proprio paese d’origine.

“Piccoli uomini del sud”

Per gli emigrati italiani negli anni ’50 e ’60, la vita in terra elvetica non era per nulla facile. Oltre al lavoro pesante in fabbrica o sui cantieri, i lavoratori e le lavoratrici italiani dovevano affrontare condizioni abitative spesso precarie, condividendo spazi stretti senza comfort come acqua calda o servizi igienici adeguati. Venivano anche confrontati con l’avversione di parte della popolazione elvetica che li giudicava come poco curati, rumorosi, non curanti delle leggi e della quiete pubblica. Molti temevano che i nuovi arrivati potessero importunare le ragazze e le donne svizzere.

È curioso quanto queste caratteristiche attribuite allora ai nostri concittadini e concittadine combacino con l’immagine che ancora oggi molti esponenti politici – ma anche semplici cittadini - abbia degli stranieri in generale.

Tornando agli anni ’60, queste avversioni nei confronti degli italiani e delle italiane si tradusse, anche a causa delle grandi proporzioni del flusso migratorio transalpino, in termini denigranti ed umiliazioni fisiche e verbali.

Anche la legislazione non fu da meno. L’ormai divenuto famoso statuto dello stagionale non permetteva ad esempio il ricongiungimento famigliare. Ciò significa che centinaia di lavoratori e lavoratrici non avevano il diritto di portare in Svizzera i propri bambini, che erano costretti a crescere senza un padre, senza madre o addirittura senza entrambi i genitori. Molti bambini venivano accuditi da parenti in Italia, altri erano affidati a conventi ed orfanotrofi subito dopo il confine, a Como e a Domodossola, in modo che i genitori potessero andare a trovarli almeno qualche volta al mese. Purtroppo, spesso questi bambini subivano violenze fisiche e/o psicologiche da parte di chi si dichiarava loro educatore. Altri bambini giungevano clandestinamente nelle città svizzere, dove erano costretti a vivere segregati in casa, nascondendosi per paura di essere allontanati dal paese.

50 anni fa: l’iniziativa contro l’«inforestierimento»

Il 7 giugno 1970 la popolazione svizzera fu chiamata ad esprimersi sulla famosa iniziativa contro l’inforestierimento, divenuta famosa con il nome di “Iniziativa Schwarzenbach”, dal nome del politico ideatore. L’iniziativa aveva lo scopo di limitare l’immigrazione e dunque il rischio di un “inforestierimento” anche culturale della Svizzera. L’immigrazione, che in quegli anni era in gran parte rappresentata dal flusso migratorio di lavoratori dall’Italia, doveva essere regolata secondo queste nuove indicazioni:

  • Restrizioni sul numero e sulle modalità delle naturalizzazioni.
  • Il numero di lavoratori stranieri presenti sul territorio elvetico doveva essere limitato. Tra queste non erano contati il corpo diplomatico, scienziati, artisti, studenti ed altre categorie.
  • La popolazione straniera non poteva superare il 10% della popolazione totale del cantone di residenza. Faceva eccezione il canton Ginevra, con il tetto massimo posto a 25%.

Gli esiti della votazione furono favorevoli ai nostri concittadini. Il 54% della popolazione svizzera rifiutò l’iniziativa, con una partecipazione al voto insolitamente alta: ben il 74% degli aventi diritto (N.B. le donne non espressero il proprio voto per questa iniziativa, avrebbero ottenuto il diritto del voto solo l’anno dopo, nel 1971). (Fonti da https://www.bk.admin.ch/ch/i/pore/vi/vis93t.html)

Ma cosa sarebbe successo, se fosse stata accettata? Si stima che circa 300’000 italiane ed italiani già presenti su suolo elvetico avrebbero dovuto abbondare il proprio posto di lavoro e rimpatriare in Italia. Ciò non avrebbe solo compromesso la vita di migliaia di lavoratori stranieri, ma avrebbe anche danneggiato l’economia stessa del paese, che in quegli anni era in continua crescita.

Sfide dei nostri giorni

Oggi la comunità italiana è spesso citata come un esempio riuscito di integrazione e rappresenta la comunità straniera più numerosa all’interno del territorio elvetico.

A seguito della crisi economica del 2008 si assiste ad una nuova ondata di migrazione italiana. I nuovi arrivati hanno spesso profili molto diversi da quelli degli emigrati del dopoguerra. Si tratta per lo più di giovani laureati o di nuclei famigliari. Nonostante l’emigrazione non sia mai facile, questi nuovi migranti economici sono per lo più ben accetti nella società elvetica. Non dobbiamo però dimenticare le molteplici iniziative contro l’immigrazione susseguitesi negli ultimi anni, non per ultima quella del 2014 contro l’immigrazione di massa, che fu accettata dal popolo svizzero.

Il 27 settembre 2020 la popolazione svizzera è chiamata ad esprimersi sull’iniziativa “Per un’immigrazione moderata” conosciuta anche con il nome di “Iniziativa per la limitazione”. Il testo dell’iniziativa chiede la fine della libera circolazione con i paesi dell’Unione Europea. Si metterebbe così a repentaglio non solo la mobilità transfrontaliera, gli accordi sulla circolazione di Schengen e di Dublino, ma anche tutta un’altra serie di accordi bilaterali tra Svizzera ed Unione Europea (Bilaterali I), che regolano anche i rapporti economici tra il paese elvetico e la UE.

Luca Panarese

2020 09 schwarzenbach2Voci dal periodo Schwarzenbach

Per comprendere meglio cosa davvero accadesse in quel periodo nella società svizzera e come i nostri connazionali seguissero con preoccupazione l’evolversi degli eventi abbiamo raccolto alcune testimonianze. La prima è tratta da un discorso di Max Frisch, in cui emerge la paura della popolazione svizzera dell’epoca di un possibile “inforestierimento” del Paese. Altre due testimonianze sono state raccolte tra gli appartenenti alla nostra comunità che hanno vissuto quel periodo in prima persona.

Luca Panarese

“Un pericolo per la nazione”

Discorso di Max Frisch tenuto alla Conferenza annuale dei Capi della polizia degli Stranieri del primo settembre 1966 a Lucerna.

“Che significa infiltrazione straniera? Il giovanotto che nell’albergo prende il mio bagaglio, la cameriera ai piani, il barista, più tardi il portiere di notte, l’altro cameriere che serve la prima colazione, tutte queste persone che rendono piacevole il mio soggiorno in patria sono rispettivamente: uno spagnolo, una jugoslava, un italiano, ancora un italiano, un terzo italiano, un renano. Ignoro chi fa i piatti e chi lava le camicie. L’unico che parli dialetto svizzero è il proprietario. […] si fiuta un pericolo per la nazione […]. Da una parte tutto ciò che è sano, sacrosantamente giusto, nostrano e valido, in breve: svizzero. Dall’altra eserciti di estranei che piombano sul nostro benessere, sempre più piccoli e sempre più neri, calabresi, greci, turchi. […] alcuni si preoccupano per il fatto che gli italiani, del cui aiuto abbiamo bisogno, sono cattolici. Altri temono che i lavoratori italiani possano essere comunisti”.

“Speravo che il popolo accettasse l’iniziativa”

Ci furono 4 iniziative con pressoché lo stesso postulato tra il 1968 e il 1977 che andavano contro l’inforestierimento. Già per un motivo di correttezza civica (non sarebbe stato lecito continuare a porre all’elettorato gli stessi quesiti), le varie iniziative avrebbero dovuto essere respinte senza esitazione.

Avevo appena 9 anni nel 1970 quando ci fu la famosa prima votazione (quella del 1968 venne ritirata) su iniziativa di James Schwarzenbach che chiedeva di limitare il contingente di stranieri in Svizzera.

Meglio ancora mi ricordo l’iniziativa dell’ottobre 1974. Avevo 13 anni. Mi sono rimaste impresse due cose di quel tempo. Molti mesi prima della votazione, mi capitava di vedere, nella mia città di Berna e nei vari quartieri, camion che caricavano la mobilia e beni casalinghi e personali di intere famiglie di stranieri che avevano deciso di rimpatriare. Famiglie che non avevano intenzione di aspettare il risultato della votazione e correre il pericolo che si chiedesse loro di lasciare il paese, non volevano subire questa umiliazione.

Io speravo che il popolo svizzero accettasse l’iniziativa e che noi come famiglia fossimo costretti a rimpatriare. Desideravo tanto tornare in Italia. Ho avuto un’infanzia non facile in quel periodo in Svizzera. Venivo spesso bullizzato in classe durante la scuola dell’obbligo. Di conseguenza nel tempo libero cercavo sempre di più la compagnia di ragazzi/e italiani. Il mio pensiero/desiderio era di lasciare la Svizzera appena sarei stato indipendente. Quindi questo evento mi stava tornando utile.

Purtroppo, ma oggi posso dire per fortuna, invece questa iniziativa fu rigettata come anche quella successiva del 1977.

Biagio Marcone

“Non ti aiuto, tanto tra poco te ne vai”

Facevo la seconda o la terza elementare. Mi ricordo benissimo, anche perché avevo un maestro a cui non piacevano gli italiani. Mi ricordo che andavo male a scuola e che quindi non riuscivo a seguire, soprattutto in tedesco e matematica. Ma è normale, io a casa non parlavo mai tedesco e tutti i miei amichetti erano italiani. Mi ricordo che poi quando alzavo la mano per chiedere spiegazioni il maestro si girava male contro di me e mi diceva che non voleva perdere tempo con me, che tanto dopo le votazioni me ne sarei dovuta tornare in Italia. Poi mi ricordo che negli incontri scuola-famiglia i miei maestri volevano parlare con mia mamma, ma io dovevo fare da traduttrice, perché i miei genitori non parlavano tedesco.

Anche i miei compagni di classe mi prendevano spesso in giro, purtroppo abitavo in un quartiere in cui c’erano pochi italiani, quindi andavo a scuola con bambini svizzeri.

Addirittura mi ricordo che a fine anno io avrei voluto ripetere l’anno, perché mi rendevo conto di non aver imparato abbastanza, ma mi ricordo che i miei maestri mi hanno detto che quei pochi posti liberi sarebbero stati assegnati a bambini svizzeri, tanto gli italiani se ne sarebbero andati subito dopo le votazioni. Fu così che finii in una classe speciale, che poi mi segnò per tutta la vita lavorativa.

Anonimo

2020 09 schwarzenbach3Due punti di vista…

L’iniziativa Schwarzenbach ha rappresentato a lungo argomento di discussione nell’intera società svizzera. Ci chiediamo dunque, come si siano posizionate le Chiese locali ed in particolare la nostra Missione Cattolica di Lingua Italiana a riguardo. Siamo andati spulciare tra gli archivi del Pfarrblatt e del mensile della Missione di Berna e abbiamo trovato due articoli interessanti ricchi di spunti di riflessione anche per i nostri giorni. Gli articoli ci mostrano i punti di vista di due comunità sorelle, quella svizzera e quella italiana, che affrontarono questo periodo da due punti di vista diversi ma complementari.

Le Chiese non possono tacere (Pfarrblatt Nr.20, 15 maggio 1970)

Sotto questo titolo, il numero del Pfarrblatt del 15 maggio 1970 riporta la posizione delle tre Chiese nazionali a riguardo dell’iniziativa. Il messaggio principale espresso nell’articolo è il seguente: “le Chiese non possono tacere di fronte all’iniziativa contro l’inforestierimento”. La Chiesa Cattolica, la Chiesa Evangelica e quella Cristiano-Cattolica si dichiarano ufficialmente contro la proposta di Schwarzenbach ricordando che i lavoratori e le lavoratrici stranieri non possono essere considerati come un esercito di riserva, da schierare nel momento del bisogno e poi rimandare a casa. “Non si sbatte la porta in faccia ai propri fratelli”, si legge qualche riga più in basso. Le tre Chiese invitano la popolazione a superare le differenze e le avversioni personali per accogliere i fratelli cristiani. Come unica soluzione alle difficoltà della convivenza tra le due comunità, le chiese svizzere prevedono la piena integrazione dei lavoratori stranieri nel tessuto sociale, religioso e politico del Paese. Nell’articolo accusano inoltre la politica di non aver affiancato al rapido sviluppo economico elvetico una politica sostenibile d’immigrazione e di integrazione. Nonostante la penuria di articoli sull’argomento, in queste righe le Chiese svizzere presero posizione contro l’iniziativa xenofoba, in un atto di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e politica.

La difesa migliore

L’articolo presente sul numero di ottobre 1970 del Bollettino di informazione della Missione Cattolica italiana di Berna usa toni più pacati. Non si rivolge alla società svizzera né alla classe politica del paese, bensì è scritto per la propria comunità, per le italiane e gli italiani presenti a Berna e dintorni. Pur condannando i disagi e le discriminazioni che i lavoratori e le lavoratrici erano costretti a subire giornalmente in territorio elvetico, nel bollettino si ricordavano le difficili condizioni di vita in Italia che avevano spinto parti della popolazione ad emigrare. Vengono ricordati la disoccupazione dilagante ed i “salari da fame” che non permettevano di condurre una vita dignitosa. In un secondo momento, l’articolo parla dell’importanza di superare le difficoltà della convivenza e del raggiungimento di un’integrazione della popolazione italiana nella società svizzera. A questo proposito, si esortano i lettori e le lettrici a difendersi dalle discriminazioni esercitando le virtù a loro generalmente riconosciute, ovvero quelle della laboriosità, della serietà, del senso del risparmio, dello spirito di sacrificio e di attaccamento alla famiglia. Inoltre, i lettori sono anche chiamati a riprendere gli elementi positivi del popolo elvetico, quali la puntualità, il senso della precisione, il rispetto delle leggi. Ognuno è dunque chiamato a donare le proprie capacità e ad apprenderne altre, in modo da creare un clima di reciproco rispetto per rendere più facile la convivenza ed accelerare il processo di completa integrazione.

Una massima di sapore antico dice: “non si tratta di cambiare il mondo quanto piuttosto di imparare a capirlo ed amarlo”. Ed è questa anche l’ultima via per cambiarlo.

… una parola d’ordine

Entrambi gli articoli, seppur scritti da punti di vista diversi, ruotano intorno al concetto fondamentale di “integrazione”.

Entrambi indicano una strada a doppia corsia per raggiungerla: la corsia privata, in cui ogni individuo dovrebbe cercare di superare gli ostacoli della convivenza e ad imparare da chi ci circonda; e la corsia pubblica, in cui impegnarsi socialmente contro le ingiustizie

Luca Panarese


Articolo pubblicato sul mensile insieme di settembre 2020.