2020 09 scuoladistanzaSettembre, rientro a scuola. Mentre scrivo (fine luglio) si discute ancora animatamente sulle modalità del rientro, che siano tali da proteggere la salute dei ragazzi e non solo; la discussione è più accesa e confusa in Italia, a causa soprattutto dei problemi di logistica e di personale, ma anche in Svizzera c’è ancora molto da definire, con diversità da cantone a cantone.

In tutte le nazioni, a causa della pandemia da Coronavirus, i ragazzi hanno forzatamente vissuto un periodo a scuole chiuse, seguendo le lezioni online, interrogati al computer, supportati, quando possibile, dai familiari, lontani dai compagni e dagli insegnanti, privati dei gesti, degli incontri, delle abitudini e anche degli imprevisti della loro quotidianità.

Per fortuna i validi e potenti mezzi di cui disponiamo, oltre a mantenere i contatti durante l’isolamento, hanno permesso ai docenti di continuare a insegnare e agli allievi di proseguire l’apprendimento.

Inorridisco però, da insegnante innamorata del mio lavoro, quando sento affermare che il modello di scuola a distanza potrebbe diventare la scuola del futuro.

La scuola è in primo luogo socialità e non può essere sostituita da una piattaforma online, per quanto didatticamente utilissima per integrare l’insegnamento in presenza.

Bisogna intendersi su quello che ci si aspetta dalla scuola: istruzione o educazione?

I due termini non possono in alcun modo essere confusi o sovrapposti. L’etimologia fa chiarezza.

Istruire deriva dal latino instruere=inserire, mettere dentro; educare nasce da educere = trarre fuori.

Per istruire metto dentro, considero l’alunno un sacchetto, un vaso vuoto da riempire, mentre per educare devo far emergere tutte le potenzialità che già possiede, che sono insite in lui.

Come dice il notissimo prof. Cacciari educare vuol dire “fare sgorgare qualcosa dal profondo, qualcosa che c’è già”.

È un concetto antico, che giunge a noi dai greci, padri remoti della nostra civiltà occidentale. Platone afferma che educare è “coltivare una mente, un’anima e anche un corpo”; Aristotele vede come fine dell’educazione l’acquisizione della “virtù”.

A questa visione tanto profonda dell’educazione si oppongono l’utilitarismo e un malinteso pragmatismo della nostra società: la scuola deve servire. Certo, ma anche qui bisogna scegliere: vogliamo istruire i ragazzi per lo svolgimento di un preciso servizio e professione o vogliamo formare degli uomini liberi, che saranno capaci di compiere scelte professionali e civili con consapevolezza e responsabilità?

Se crediamo che obiettivo della scuola sia l’educazione della persona, condividiamo il pensiero del già citato prof. Cacciari: “scuola vuol dire prima di tutto socialità, in senso orizzontale (tra studenti) e verticale (con i docenti), dinamiche di formazione onnilaterale, crescita intellettuale e morale, maturazione di una coscienza civile e politica.”

Proprio per questo tutti i paesi europei, nonostante le difficoltà, i rischi e le limitazioni, dopo la chiusura hanno fatto tornare a scuola gli alunni per qualche settimana, l’Italia no. Non sta a me giudicare le motivazioni di salute pubblica, ma è preoccupante la mancanza di chiarezza per quello che avverrà a settembre.

Spero comunque che non si dia per scontata l’intercambiabilità tra il sistema con presenza e quello remoto.

Un gruppo di seri intellettuali ha lanciato un appello contro tale eventualità.

In Italia una riforma della scuola è necessaria, ma aggiornare programmi, ammodernare metodi e mezzi della didattica, programmare una formazione continua dei decisamente maltrattati insegnanti è ben altro che snaturarla.

Ilia


Articolo pubblicato sul mensile insieme di settembre 2020.