libro e spigaPer esercitare al meglio il servizio di lettori e lettrici, è essenziale avere la massima coscienza del significato, dell'importanza e delle implicazioni che questo servizio comporta per ciascuno dei lettori e per la vita della Chiesa tutta.

Esiste uno strettissimo rapporto tra la Parola di Dio e la liturgia

La celebrazione liturgica, infatti, non solo presuppone l'ascolto della Parola di Dio, e quindi la fede e la conversione a Cristo "Parola vivente" (cfr SC, 9), ma è il "luogo" privilegiato in cui questa Parola risuona oggi, nella Chiesa.

Con il rinnvamento conciliare, non c'è azione liturgica - soprattutto dei sacramenti - che non richieda una "liturgia della Parola" e perciò la proclamazione di una o più letture bibliche.

"Dio parla al suo popolo e Cristo annunzia ancora il suo vangelo" (ivi, 33)

Attraverso la Sua Parola, proclamata nell'assemblea cristiana, "Dio parla al suo popolo e Cristo annunzia ancora il suo vangelo" (ivi, 33).

Nella Parola, Cristo risorto si fa realmente presente tra i suoi e dona lo Spirito per la glorificazione del Padre e la loro santificazione e quindi per l'esercizio di quel "culto spirituale" che è proprio dei veri adoratori del Padre (cfr Gv 4,24).

La presenza del Signore nella Parola è sottolineata, nella celebrazione, dagli onori che vengono resi al libro santo e in particolare all'evangeliario. Questo rituale è destinato a esprimere una meravigliosa realtà: attraverso la Parola che si annuncia, si compie nella Chiesa una vera "epifania" del Signore in mezzo a coloro che, da questa stessa Parola, sono convocati per professare e celebrare il mistero pasquale di Cristo e crescere nella fede. "È Lui dunque che parla quando nella Chiesa si leggono le Scritture" (SC, 7).

La proclamazione della Parola: un avvenimento salvifico

Proprio per questo, la proclamazione della Parola nella liturgia diventa un evento che attualizza la storia della salvezza: un avvenimento salvifico.

Quando colui che legge fa risuonare tra i fratelli la parola di Dio non racconta una storia del passato, non fa una lezione di scuola, ma annuncia un "mistero" che si realizza qui e oggi per quanti l'ascoltano con attenzione e l'accolgono con fede.

Ciò vuol dire, in concreto, che la liturgia della Parola non è soltanto un elemento didattico o una "preparazione" a ciò che avviene più tardi (es.: la consacrazione e la comunione eucaristica), ma è essenziale all'atto di culto e quindi partecipa delle finalità di esso: la proclamazione della Parola è glorificazione di Dio e sorgente di salvezza e di santità per gli uomini.

Il servizio del lettore quale cammino di fede dell'intera comunità

Il corretto e fedele esercizio del servizio del lettore si inserisce nel vivo del cammino di fede dell'intera comunità parrocchiale, quale «Chiesa raccolta attorno alla parola di Dio e all'Eucaristia, con la costante e viva tensione che la Parola cresca, e si moltiplichi il numero dei discepoli (At 6,7) mediante il ministero del vangelo; e gli uomini raggiunti dal vangelo possano offrire se stessi come sacrificio vivo, santo, gradito a Dio» (cfr CEI, EM, 12).

Lo scopo ultimo dell'impegno del lettore è proprio questo e possiamo applicare a lui quanto s. Paolo afferma dell'apostolo / missionario: "Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato. Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? Come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci? E come lo annunceranno, se non sono stati inviati?" (Rom 10,13-15).

Il lettorato come ministero "non ordinato"

Per tutti questi motivi, accanto ai ministeri "ordinati", la vita e l'insegnamento della Chiesa hanno sempre visto ed ammesso altri ministeri, pur se con variazioni secondo le epoche e le necessità.

Dopo la riforma del Vaticano II, i ministeri "non ordinati" istituiti o “di fatto” sono due e fanno riferimento al libro e all'altare: il lettorato e l'accolitato. Essi sono conferiti ai candidati al presbiterato, ma possono essere affidati anche a "quei laici eletti da Dio, i quali sono chiamati dal vescovo, perché si diano più completamente alle opere apostoliche" (ivi), specialmente nel campo dell'annuncio della parola di Dio, della celebrazione liturgico-sacramentale e della testimonianza e del servizio di carità.

Questi ministeri, in forma diversa, partecipano della missione e della grazia del supremo sacerdozio di Cristo (cfr LG, 41) e, pertanto, non nascono dal sacramento dell'Ordine, ma dai sacramenti dell'iniziazione cristiana e "sono 'istituiti' dalla Chiesa sulla base della capacità che i fedeli hanno, in forza del Battesimo, di farsi carico di compiti e mansioni speciali nella comunità. Costituiscono anche essi una grazia, ossia un dono che lo Spirito Santo concede per il bene della Chiesa e comportano pure, per quanti li assumono, una grazia, speciale anche se non sacramentale, che viene invocata e meritata dall'intercessione e dalla benedizione della Chiesa" (cfr CEI, EM, 62).