Liturgia ImmistioneDurante i riti di comunione, che iniziano con la recita del Padre nostro, il sacerdote compie un gesto che resta per lo più misterioso: spezza un pezzo di ostia e lo mette nel calice col vino. Durante questo rito – chiamato “immistione” – egli dice: “Il corpo e sangue di Cristo, uniti in questo calice, siano per noi cibo di vita eterna”. Che significato hanno queste parole e questo gesto?

In ecclesiologia si usa spesso l’espressione di “comunione nella diversità” per indicare ciò che già S. Paolo affermava attraverso l’immagine del corpo: in Cristo i battezzati sono membra dell’unico corpo. C’è dunque una dimensione unitaria, rappresentata dal battesimo, pur nella diversità dei carismi, dei ministeri, delle funzioni… e delle appartenenze. In effetti, a differenza del termine “sinagoga”, rimasto ad indicare il luogo concreto del raduno per la preghiera, il termine “chiesa” fu usato anche nella sua accezione plurale per indicare i cristiani provenienti da altre zone.

Ritroviamo soprattutto nelle lettere paoline il riferimento a varie “Chiese” (“alla Chiesa di Dio che è in Corinto” – 1Cor 1, 1) o le Chiese della Galazia nominate in Gal 1,2, oppure le esortazioni dell’autore del libro dell’Apocalisse indirizzate alle “sette Chiese” (Ap 2-3). Si parla, dunque, di “Chiese” intendendo le comunità costituitesi dopo l’annuncio degli apostoli, non tanto i luoghi di culto. Un ulteriore sviluppo di questo termine fu il suo utilizzo nuovamente al singolare, per indicare stavolta non più una singola comunità locale, ma tutti coloro che avevano aderito alla fede e che credevano in Gesù. Il teologo italiano Severino Dianich afferma: “Se c’è una chiesa a Corinto, una a Efeso e una a Roma, in realtà, nella sua dimensione profonda la chiesa è un’unica realtà. Questo avviene soprattutto nelle lettere agli Efesini e ai Colossesi, in parte anche in
Apocalisse e per tre volte in Atti. L’insieme di tutti i credenti in Gesù, e quindi l’insieme di tutte le chiese, è semplicemente ‘la chiesa’ ”.

Ma la concezione iniziale delle prime comunità non nasce primariamente dal legame col luogo, bensì dall’appartenenza allo stesso Cristo, per cui si concepivano tutte come “Chiesa di Cristo”, nuovo popolo di Dio. È la comunione data dall’unica fede in Gesù che unisce le singole comunità locali, facendo sì che il termine “Chiesa” lo si possa applicare sia alla comunità locale, residente qui o là, che alla comunità universale. La comunità locale incarna e rende visibile la comunità universale. Papa Francesco ci aiuta a cogliere questo significato: “Ogni Chiesa particolare, porzione della Chiesa Cattolica sotto la guida del suo Vescovo, è anch’essa chiamata alla conversione missionaria. Essa è il soggetto dell’evangelizzazione, in quanto è la manifestazione concreta dell’unica Chiesa in un luogo del mondo, e in essa «è veramente presente e opera la Chiesa di Cristo, una, santa, cattolica e apostolica».

Tornando ora al gesto e alle parole del sacerdote durante l’Eucarestia, dobbiamo collocarlo in questo contesto di comunione tra la parte e il tutto, il singolo e l’istituzione, e dobbiamo rifarci alla realtà dei primi secoli della Chiesa, quando, gradualmente, aumentò il numero delle celebrazioni eucaristiche nella stessa città.

La domenica, i preti titolari della città di Roma dovevano celebrare per i loro fedeli e non potevano perciò prendere parte alla Messa celebrata dal Papa. Questi, volendo mantenere viva la comunione con i sacerdoti, inviava un frammento del pane eucaristico (fermentum) ai presbiteri delle chiese urbane. A loro volta, i presbiteri lo mettevano nel calice (“immistione”) quando celebravano l’Eucaristia nelle loro comunità.

Il rito del fermentum, dunque, sottolinea fortemente l’unità che l’Eucaristia richiede, quella comunione nella Chiesa data dalla comunione al corpo e sangue di Cristo, ora non più separati, ma riuniti nell’unico calice. Gesù ha promesso che chi si nutre del “pane del cielo” vivrà in eterno. Non stava certo preservando i suoi discepoli dalla morte fisica, ma annunciava una dimensione nuova, una vita piena, frutto della comunione anche con la sua risurrezione.

P. Antonio