2021 02 giornatamalato1XXIX Giornata Mondiale del Malato – 11 febbraio 2021

Gesù, in questa pagina tratta dal Vangelo di Matteo, ci aiuta a mettere in evidenza una modalità un po’ particolare che alle volte abbiamo di declinare le nostre relazioni quando incontriamo le persone nella loro fragilità: sentirsi maestri e guide di altri o assumere un atteggiamento paternalistico nei loro confronti, fosse anche nel tentativo di far loro percepire un’importanza originale nella nostra vita. Sono modalità di comportamento molto comuni, ma dobbiamo fare molta attenzione in quanto queste modalità di relazione non sono del tutto innocue.

Cosa le può rendere pericolose? La provocazione del Vangelo “Uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli” non sta tanto nel mettere all’indice le relazioni di aiuto, quanto mai necessarie per ridonare agli ambienti sanitari quel volto di umanità condivisa che li ha contraddistinti fin dal loro sorgere, quanto piuttosto nello snidare la tentazione di possedere le persone, esercitando un potere seduttivo su di loro. Spesso questo accade quando si tratta di relazioni che sono di loro natura asimmetriche, come quelle che si instaurano tra i malati e le persone che se ne prendono cura. Ma questo sbilanciamento necessario più che lasciare lo spazio al predominio, deve aprire la strada al servizio, alla capacità autentica di sapersi prendere cura del prossimo. Gesù si fa testimone di questo: autorevole, carismatico, potremmo dire molto seduttivo, disegna la sua posizione nella relazione, inginocchiandosi.

Nella lavanda dei piedi il Maestro e Signore consegna un ultimo autorevole insegnamento ai suoi discepoli, lasciando loro l’esempio supremo dell’amore e del servizio vicendevole. La scena contiene una serie di gesti servili che diventano onorabili e, per questo, autorevoli. Gesù ripete la mansione dei servi in una casa: alzarsi, deporre le vesti, cingersi di un asciugatoio, lavare i piedi e asciugarli. La prima reazione di Simon Pietro manifesta la resistenza di fronte al gesto che, a parer suo, degrada il Maestro. Ma il diventare servo di tutti è anticipazione della Pasqua, compimento delle profezie del servo sofferente di Yhwh. La risposta di Gesù a Pietro e all’intero gruppo dei discepoli conferma il fondamento autorevole della missione di Cristo che non è “venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”. L’autorevolezza del Maestro diventa servizio di amore, donazione di sé agli altri e paradigma del sapersi prendere cura e farsi carico delle fragilità dell’altro. Papa Francesco ci aiuta ad approfondire questa capacità: «San Paolo menzionava un frutto dello Spirito Santo con la parola greca chrestotes (Gal 5,22), che esprime uno stato d’animo non aspro, rude, duro, ma benigno, soave, che sostiene e conforta.

2021 02 giornatamalato2La persona che possiede questa qualità aiuta gli altri affinché la loro esistenza sia più sopportabile, soprattutto quando portano il peso dei loro problemi, delle urgenze e delle angosce. È un modo di trattare gli altri che si manifesta in diverse forme: come gentilezza nel tratto, come attenzione a non ferire con le parole o i gesti, come tentativo di alleviare il peso degli altri. Comprende il “dire parole di incoraggiamento, che confortano, che danno forza, che consolano, che stimolano”, invece di “parole che umiliano, che rattristano, che irritano, che disprezzano”». Ancora, nel Getsemani, il Signore vive la sua ultima ora nella preghiera gettandosi a terra.

L’autorevolezza del suo ministero trova conferma nella relazione con il mistero della morte. Accogliere la volontà del Padre rappresenta il compimento di quell’adesione personale alla verità che Cristo ha confessato, annunciato e testimoniato in tutta la sua vita. Prostrato nel servizio e provato nell’agonia, Gesù conferma con la sua coerenza di vita, la più alta e credibile autorevolezza.

Anche l’atto di stendere la mano implica una relazione profonda, che genera nell’interlocutore un atto di speranza e soprattutto ispira fiducia e spinge all’affidarsi. L’autorevolezza del gesto si ripete sui tanti ammalati che attendono Gesù. L’atto di stendere la mano diventa espressivo nella scena del lebbroso. Toccando le sue membra, Gesù vive la piena compassione di Dio che vuole guarire l’uomo dalla sua condizione. L’imposizione delle mani da parte del Signore diventa un gesto autorevole sui malati di ogni tipo: sordomuti (Mc 7,32), ciechi (Mc 8,23), storpi (Lc 13,13), paralizzati (Mc 3,1-5), morti che vengono risuscitati (Mc 5,40-42; Lc 7,11-17). L’esercizio della sua autorevolezza appare così variegato: dalle guarigioni ai segni profetici, dalle relazioni di fiducia a quelle di accoglienza e di benedizione. Infine, le mani perforate dai chiodi diventano segno autorevole della sua risurrezione, quando il Risorto le mostra a Tommaso per confermarlo nella fede.

Un altro elemento di interesse nell’intessere relazioni con una persona è lo sguardo. Lo sguardo di Gesù, non disgiunto da tutta la sua persona, manifesta una certa attrattiva. L’episodio dell’emorroissa è incastonato nel racconto della risurrezione della figlia di Giairo. La donna malata aveva sentito parlare di Gesù, da qui la decisione di passare tra la folla, porsi alle sue spalle e toccare il mantello. La donna non osa farsi vedere e stende la mano verso il mantello del Signore senza guardare il suo volto. La guarigione accade in modo immediato e il Signore cerca colei che l’ha sfiorato. Gesù invita a passare dall’anonimato alla verità della fede. Allora la donna si getta ai piedi di Cristo e dichiara tutta la verità. È proprio la gestualità della donna guarita che sintetizza il cammino della sua scoperta di Dio: dalle spalle al volto, dal volto al gesto di adorazione del Cristo.

Nell’incontro dei due sguardi si compie per la donna la piena rivelazione della salvezza.

Ma Gesù non è solo Maestro per coloro che si prendono cura dei loro fratelli nel momento della fragilità, ma è Maestro anche per coloro che sono chiamati a vivere il mistero salvifico della sofferenza. Bisogna anche saper soffrire!

Molto spesso l’eccessivo dolore, quella sensazione di essere arrivati “al limite” non deriva dal fatto che siamo provati oltre le nostre forze, ma che semplicemente non abbiamo ancora appreso a fondo il modo di affrontare e il senso da dare alla nostra sofferenza. Gesù ci insegna a sperare contro ogni speranza; ci insegna a sentire che le mani di Dio sono più forti di qualsiasi mano potente degli uomini, più forti di ogni tentazione che possa sopraggiungere ed abbattersi su di noi. Un solo dito di Dio è più forte dell’intero potere di Satana.

Perciò anche quando la salute viene meno e la prova ci pare troppo dura, noi dobbiamo ripetere a noi stessi: nelle tue mani Signore, “Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre”. Dalla cattedra della croce Gesù ancora insegna, preoccupandosi di coloro che lascia, di quanti dovranno continuare la sua missione di annuncio di pace. Guardando a colui che è stato trafitto, i discepoli impareranno dal loro Maestro a perdonare, garantendo all’umanità il futuro. Perché, senza misericordia e perdono, nel mondo è solo sofferenza e morte. Stare con Maria ai piedi della croce è come immergersi nel grande mistero della Redenzione e diventarne una fedele manifestazione in mezzo agli uomini del nostro tempo, che troppo spesso passano distrattamente accanto alla sofferenza dei loro fratelli, incantati dai loro idoli che altro non fanno che accrescere il vuoto nel loro cuore. «Ella ha ricevuto sotto la Croce questa maternità universale (cfr Gv 19,26) e la sua attenzione è rivolta non solo a Gesù ma anche al “resto della sua discendenza” (Ap 12,17). Con la potenza del Risorto, vuole partorire un mondo nuovo, dove tutti siamo fratelli, dove ci sia posto per ogni scartato delle nostre società, dove risplendano la giustizia e la pace».

Noi che conosciamo la morsa dell’angoscia, crediamo che nel grido di Gesù morente si fa strada la speranza della vita? Noi, che pure facciamo l’esperienza del turbamento per i tanti sconvolgimenti che hanno segnato l’ultimo anno della nostra vita e del mondo intero, ne sappiamo trarre motivo di pentimento per convertirci a una più grande fede e soprattutto a un più grande amore? Se impariamo a vivere davvero il mistero della sofferenza si può finalmente squarciare il nostro vecchio mondo, il nostro vecchio uomo, il velo della nostra sufficienza; si può spaccare la roccia del nostro cuore per lasciar scaturire da essa una sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna.

A cura dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della salute della CEI


Articolo pubblicato sul mensile insieme di febbraio 2021.