2021 02 carloacutisIl primo beato dei millennials

È il titolo che stampa e giornali hanno dato a Carlo Acutis, il ragazzo stroncato nel 2006 da una leucemia fulminante a soli 15 anni e beatificato lo scorso 10 ottobre ad Assisi. Ammirato anche da Papa Francesco, poiché ha “saputo utilizzare le nuove tecniche di comunicazione per trasmettere il Vangelo, valori e bellezza”, l’influencer di Dio potrebbe presto diventare patrono di internet.

Lettera di un giovane al giovane Carlo Acutis

Lo scorso 31 Dicembre cantando il Te Deum insieme alla gente della mia parrocchia, ho ripercorso simbolicamente eventi, storie, volti e testimoni incontrati nell’anno che si chiudeva. E mentre il mio parroco benediceva solennemente la comunità sollevando l’ostensorio mi risuonavano nella mente le coordinate che Carlo Acutis amava inserire nel navigatore dei suoi giorni quando affermava che “L’eucarestia è l’autostrada per il cielo!”.

Fra i nomi, i volti e le testimonianze incontrate e conosciute nel mio 2020 infatti c’era proprio lui, la primavera del suo cuore, la freschezza della sua anima. Io – lo dico molto chiaramente e sinceramente – non lo conoscevo prima di quest’anno; ho cominciato a sentire insistentemente il suo nome e cognome nel 2020, ma mi è bastato leggere qualcosa su di lui o ascoltare e vedere qualche intervista alla madre per farmi un’idea abbastanza chiara su tutta questa storia. Allora quella sera ho pensato di scrivergli una lettera per presentarmi.

Se sei così celeste Carlo (come dicono tutti e come sono sicuro tu sia stato da vivo – nel senso “pieno di cielo”), perdona quella che potrà sembrarti sfrontatezza ma altro non è che voglia di assomigliarti un po’, come quei pulcini che giocano a calcio e sognano di diventare Maradona.

Caro Carlo, io non ti conoscevo finché non ti ho visto morto ovunque: sulla home di Facebook, sulla home di Instagram, in Tv! Per giorni alla fine dell’estate le immagini della tua tomba scoperta erano negli occhi di tutti. Mia nonna direbbe che neanche da morto ti lasciano stare o riposare in pace. Non ti nego che all’inizio questa cosa mi agitava non poco. Anche l’impossibile a dirsi era sulla bocca di tutti: ci si è chiesti se il tuo volto era stato ricostruito come quello di Padre Pio, o se invece era intatto, originale e quindi autenticamente così sereno.

Mi è bastato cercare il tuo nome su Google e vederlo associato a quello di un grande santo a cui chiedo quasi ogni giorno di accompagnarmi (Piergiorgio Frassati, patrono dei giovani di Azione Cattolica) per comprendere che un particolare del tuo outfit nelle foto con cui ti ho conosciuto non è e non poteva essere secondario. Vabbè Carlo, te lo dico: ti ho immaginato beato al cospetto di Dio in jeans e scarpe da ginnastica.

Noi che eravamo abituati a coniugare le vite dei santi al passato remoto ci siamo resi conto che con te bastava un semplice imperfetto. Perché tu Carlo giocavi a Snake come noi su un Nokia 6110, perché potresti essere nostro cugino, nostro fratello, nostro compagno di corso. Eppure, sei beato!

Noi che pensavamo che santità facesse rima con perfezione con te abbiamo scoperto che altro non è se non vivere per come siamo, così come siamo, ma tenendo a mente che viviamo del/ nel Suo amore!

Te lo devo proprio dire Carlo. Non sopporto chi fa di te un modello irraggiungibile, ti dipingono come aleatorio, inarrivabile, ma se guardo i video in cui scherzi con la tua famiglia penso che il tuo segreto sia stato quello di essere semplicemente genuino ed in questo stra-ordinario! Avrai pianto anche tu per qualche incomprensione con qualche amico, ti sarai innamorato anche tu e magari lei ti ha bidonato con un sms.

Allora cos’hai tu più di noi? Semplice e disarmante, quasi banale: ti sei sempre fidato e affidato a Lui, che è l’amore più grande, più vero, più certo. Se fosse dipeso da me decidere come rappresentarti nelle statue, in mano ti avrei messo un cellulare, aperto su Facebook o Instagram. Niente tensione a chissà quale condotta morale. Semplicemente veri, senza filtri, terreni.

Caro Carlo, insegna a noi giovani, ad abitare il mondo e gli spazi senza paura di dirci/professarci cristiani ma soprattutto senza paura di esserlo. Alla santità siamo chiamati tutti semplicemente perché battezzati e questa può sembrare una sfida, un gioco, una scommessa. Ma cominciamo dalla gratitudine, ritorniamo all’Eucarestia, riscopriamo la meraviglia di essere (ancora) qui, incamminiamoci verso il cielo.

Le coordinate ce le dà sempre Carlo: “Dio, non io!”

Raffaele Maisto


Articolo pubblicato sul mensile insieme di febbraio 2021.