2021 02 linguamadreÈ una frase che potrebbe uscire dalla bocca di un qualunque bambino o bambina della nostra comunità. Io stesso l’ho sentita pronunciare in almeno una occasione. Il code-mixing e il code-switching sono fenomeni naturali, indicatori di una buona conoscenza di due o più lingue e permettono un alleggerimento dello sforzo cognitivo dei locutori multilingue.

Ma facciamo una breve analisi di questo enunciato. La prima parte – il soggetto – è in tedesco, anzi, in svizzero tedesco, che si può definire come un dialetto germanico. Segue il resto della frase in italiano, con l’utilizzo del verbo “imparare” al posto di “insegnare”, caratteristica tipica delle variazioni meridionali.

In occasione della giornata mondiale della lingua madre, indetta dall’Unesco per il 21 febbraio di ogni anno con l’obiettivo di promuovere la diversità linguistica e culturale e il multilinguismo, vi propongo una riflessione sul concetto di “lingua madre”. L’identità culturale di una persona non è altro che un linguaggio, ovvero un insieme di memoria storica, tradizioni, usi e costumi, patrimonio artistico, culturale, culinario. La lingua spesso è considerata come mezzo principe di trasmissione della propria identità culturale. Ecco perché spesso è stata oggetto di politiche identitarie e linguistiche, imposta alla popolazione per forzarne il processo di assimilazione in un nuovo stato unitario (vedasi le politiche linguistiche in Alsazia e Lorena, ma anche nell’Alto Adige), altre volte rivendicata come simbolo dell’identità culturale, etnica e nazionale (si pensi all’importanza della lingua nei movimenti di liberazione in Polonia, Irlanda o nei Paesi Baschi).

Se siamo abituati a pensare alla Svizzera come un paese multilingue, con le sue quattro lingue nazionali, quanto ne sappiamo dell’Italia? Il Belpaese vanta una ricchezza linguistica invidiabile! Pensiamo alle minoranze linguistiche: il francese valdostano, il tedesco altoatesino, le minoranze slave in Friuli. E ancora la comunità ladina tra le alpi, i locutori del sardo e le comunità di lingua greca e albanese nel meridione. Se poi aggiungiamo la miriade di dialetti locali che spesso cambiano anche nel raggio di pochi chilometri, ci rendiamo conto che l’Italia si può considerare un vero patchwork linguistico. La politica identitaria e linguistica volta a rafforzare la coesione nazionale, la necessità di una lingua veicolare che potesse essere compresa da tutta la cittadinanza, la migrazione e gli spostamenti a seguito della crescita economica del paese hanno fortemente incentivato l’uso dell’italiano standard a scapito dei dialetti e delle lingue minoritarie, spesso stigmatizzate e quindi abbandonate. Negli ultimi anni, grazie anche alle leggi europee di protezione della varietà linguistica e delle minoranze e forse come una risposta sociale al fenomeno della globalizzazione, si assiste ad una rinascita dei dialetti e delle identità locali.

Ma cos’è la lingua madre? È una domanda complessa, alla quale non esiste una risposta precisa. Per molti, la lingua madre è la lingua parlata nella famiglia d’origine, quella acquisita direttamente dai genitori (ds mami).

Quest’ultima non è per forza la lingua nella quale si è più competenti. Pensiamo ai molti bambini della nostra comunità, nati e cresciuti in Svizzera, che a casa parlano italiano ma che durante il resto della giornata parlano tedesco o un dialetto svizzero. È abbastanza naturale che acquisiscano un livello di conoscenza della lingua più alto in tedesco che in italiano. Ma la lingua madre non è solo la prima lingua imparata cronologicamente o la lingua parlata in famiglia, né quella in cui si è più competenti. La lingua madre è legata anche ad esperienze personali e a legami affettivi che coinvolgono l’individuo nella sua totalità. È espressione d’identità. Esiste quindi una risposta alla domanda posta all’inizio del paragrafo precedente? No. Ogni persona è libera di definire la propria lingua madre, proprio perché aspetto importante dell’identità personale di ognuno di noi, tanto che il diritto di parlare la propria lingua è tutelato da convenzioni internazionali e dalla costituzione italiana. La bellezza della diversità linguistica, dei dialetti e del multilinguismo, così come del bilinguismo della nostra comunità, dovrebbe essere considerata come una ricchezza, un valore aggiunto di cui andare fieri.

Luca Nicola Panarese


Articolo pubblicato sul mensile insieme di febbraio 2021.