2021 04 dante1In onore del 700esimo anniversario della morte di Dante Alighieri, si moltiplicano gli eventi in onore del sommo poeta. Dante (1265-1321), spesso ricordato come il “padre della lingua italiana”, ci ha fatto pervenire vari scritti (poesie, sonetti, tragedie) in volgare, la lingua parlata nella Firenze dell’epoca, antenata dell’odierno italiano. Spesso abbandonata sui vecchi banchi scolastici, la sua maggiore opera, la Divina Commedia, ha ispirato artisti e scultori, politici ed ecclesiastici per tutto il medioevo. Ma ancora oggi, oltre ad essere un’opera eccezionale dal punto di vista poetico, letterario e linguistico e per questo studiata nelle università di tutto il mondo, la Divina Commedia ci porta ancora a riflettere, sul genere umano, sulla sua natura complessa, sulle sue passioni e speranze. A 700 anni dalla morte di Dante, la sua Commedia resta, incredibilmente, attuale.

Abbiamo chiesto all’Ambasciatore d’Italia a Berna Silvio Mignano, scrittore e appassionato della figura e dell’opera dantesca, di scrivere per noi un articolo in occasione di questo importante anniversario.

Dante Alighieri, l’Umanità eterna

Il 4 marzo l’ambasciata, i consolati e l’istituto italiano di cultura hanno lanciato, per aprire le celebrazioni dantesche, una mostra dell’artista Elena Bellantoni, curata dal critico Antonello Tolve, composta da quattro video e intitolata Libertà va cercando.

Ci ripenso adesso riflettendo sul significato dell’attualità di Dante. Libertà va cercando è un verso del canto I del Purgatorio. Dante e Virgilio hanno appena abbandonato gli orrori dell’Inferno, un luogo di tenebre, di pianto e stridor di denti, arrampicandosi lungo il vello di Lucifero, l’angelo più bello, amato dal Signore, e poi scacciato, precipitato nel fondo degli inferi e divenuto orrendo, metafora della bruttezza del peccato. Le tre bocche di cui sono dotate le sue altrettante teste maciullano i traditori per eccellenza: uno non poteva che essere Giuda, ma gli altri due sono i cesaricidi, Bruto e Cassio.

Questa scelta lascia pensare che il poeta propenda per l’esaltazione della figura storica di Giulio Cesare, non fosse altro in quanto fondatore di fatto dell’Impero romano, la cui prosecuzione, sotto forma di Sacro Romano Impero, è per Dante nel momento in cui scrive l’Infermo l’unica vera speranza di una salvezza politica dell’Italia e di Firenze.

Ma anni dopo, iniziando la stesura del Purgatorio, Dante sembra cambiare radicalmente idea e affida un ruolo cruciale a un instancabile avversario di Giulio Cesare, proprio Catone l’Uticense. Catone lottò contro Cesare, giungendo ad allearsi con Pompeo, e dopo la sconfitta di quest’ultimo rifiutò la possibilità, che pure gli era stata offerta, di una riconciliazione con il dittatore, preferendo piuttosto suicidarsi. E qui si innesta uno dei tanti meravigliosi misteri della Divina Commedia. Il suicidio è ovviamente un peccato mortale, e chi se ne macchiava era precipitato da Dante nel settimo cerchio, nel girone riservato ai violenti contro se stessi, trasformati atrocemente in cespugli di sterpi dilaniati dalle orride Arpie. Perfino a un uomo caro a Dante, Pier delle Vigne, raffinato intellettuale e giurista, collaboratore di quel Federico II che il poeta considerava la più grande figura politica dei suoi tempi, era riservata una punizione così cruda, nonostante si fosse ucciso per sfuggire a un’ingiusta calunnia.

Invece a Catone l’Uticense tutto questo viene perdonato – e v’è di più: pur essendo stato certamente un pagano, vissuto un secolo prima di Cristo e del Cristianesimo, viene accolto nel Purgatorio, dal quale prima o poi si è destinati ad ascendere al Paradiso. Per comprendere appieno l’enormità dell’eccezione, a Virgilio, l’amato padre putativo, Dante non concede altrettanto e gli assegna un destino ingiusto, crudele ma poeticamente intenso, ovvero la condanna a trascorrere l’eternità nell’Inferno, sia pur nella relativa serenità del Limbo.

Perciò per il Dante più maturo che scrive il Purgatorio, negli anni per lui più difficili, nei quali continua a sperare di poter rientrare a Firenze vincendo l’esilio, la libertà è il valore più alto, più delle convinzioni storiche e politiche che ad esempio ha espresso nel De Monarchia – e dunque sovvertendo quanto fatto nell’ultimo canto dell’Inferno esalta un avversario di Giulio Cesare, un campione assoluto della libertà.

Questa è una delle tante ragioni per le quali in questo settecentesimo anniversario della morte dobbiamo sottolineare l’attualità di Dante.

2021 04 dante2Ezra Pound scrisse che «l’intelletto di Dante può significare “Ognuno”, cioè “Umanità”, per cui il suo viaggio diviene il simbolo della lotta dell’umanità nell’ascesa fuor dall’ignoranza verso la chiara luce della filosofia» (E. Pound, Lo spirito romanzo, 1910). Dante è dunque per Pound Everyman, ciascuno di noi, in qualunque epoca. È l’incarnazione universale dell’umanità, proprio perché la rappresentazione del genere umano, delle sue passioni, dei suoi dolori, delle sue speranze, della sua crudeltà e dolcezza, del suo amore terreno e divino non ha tempo né latitudine.

Nella Divina Commedia spesso i personaggi della mitologia e dei poemi classici si sovrappongono a quelli della storia reale e soprattutto delle Sacre Scritture: questo avviene proprio perché certi modelli dell’umanità sono eterni e possono riflettersi e ripetersi senza bisogno di un ancoraggio storico rigido e definitivo. E questo non vale soltanto rispetto al passato, ma anche e ancor di più verso il futuro: c’è già nella storia di Paolo e Francesca, nel canto V dell’Inferno, tutto ciò che Shakespeare scriverà in Romeo e Giulietta, tre secoli più tardi. C’è già, nella vicenda feroce eppure dolorosamente tenera di Ugolino, tutto Dostoevskij in nuce. Ci sono già, nell’invettiva alla serva Italia del VI canto del Purgatorio, l’Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno di Petrarca del 1344 e il lamento che Leopardi affida alla poesia All’Italia nel 1818 o Manzoni nel coro dell’Adelchi nel 1822 o Giuseppe Verdi in quello del Nabucco nel 1842.

Sarebbe poi fin troppo facile trovare punti di contatto tra l’opera di Dante e la nostra attualità, e non solo riferita alla pandemia che ci ha colpiti – penso alla complessità inestricabile che si è costruita attorno all’umanità e all’interdipendenza tra il nostro destino e quello del pianeta, tra la nostra storia e le forze profonde che ci muovono spingendoci a seguire la ragione o l’irrazionalità a seconda dei risultati dell’incessante battaglia interiore che si svolge nelle nostre anime.

Penso perfino a quanto l’intuizione e il genio di Dante, uniti alla sua enorme cultura, permisero al poeta di anticipare le leggi della fisica e la descrizione del cosmo. Quando Dante e Virgilio attraversano il centro della terra accade un fatto sorprendente: la discesa lungo il vello di Lucifero diventa all’improvviso salita, tanto che il poeta si sente smarrito e teme di tornare verso l’Inferno anziché uscirne. Virgilio però gli spiega che tutti i corpi sono attirati verso il centro della terra e che dunque i concetti di salita e discesa perdono valore a seconda della prospettiva che si adotta: non è altro che la legge di gravitazione universale che solo nel 1687 Isaac Newton formulò compiutamente.

E ancora: nel canto XXII del Paradiso, prima di salire al cielo delle stelle fisse, Beatrice invita Dante a sporgersi verso il basso e ammirare l’universo e lo spettacolo della terra, minuscola, lontana, l’aiuola che ci fa tanto feroci”, come la chiama il poeta in uno dei suoi versi più belli, così come la vedranno Yuri Gagarin e John Glenn nel ventesimo secolo, quando potranno compiere l’orbita a bordo delle prime navicelle spaziali. Nel successivo canto XXX del Paradiso l’universo diventa circolare, curvo, e lo spazio e il tempo si fondono in un’unica dimensione: è la prefigurazione delle teorie di Einstein e della fisica quantistica, come ha ricordato il grande fisico Carlo Rovelli poche settimane fa sul Corriere della Sera.

Dante non deve essere esaltato in modo acritico: è un uomo, prima ancora che il più grande poeta dell’umanità (così lo definisce Jorge Luis Borges), ed è un uomo pieno di contraddizioni, spesso ingiusto, non sempre capace di scegliere le giuste compagnie e di comprendere davvero il corso della storia nel momento stesso in cui si svolgeva davanti ai suoi occhi. I suoi giudizi sul prossimo sono a volte frutto di errori o semplicemente delle sue passioni. Tuttavia quel che di lui resta a noi, in questo anno 2021, è la profondità senza eguali dell’indagine nell’intimo del genere umano, è la visione sconfinata dell’universo, il suo dispiegarsi circolare, infinito, nelle cose più piccole e nell’immensità del cosmo. E soprattutto, di masticare tutto ciò e restituircelo in forma di inarrivabile poesia.

Silvio Mignano, Ambasciatore d'Italia a Berna


Articolo pubblicato sul mensile insieme di aprile 2021.