2020 12 nuovomessale1Il Padre nostro

Uno dei temi più discussi dai Vescovi è stato quello del Padre nostro. Le modifiche apportate sono ancora oggetto di discussioni e, in alcuni fedeli, lasciano delle perplessità. Ma, si sa che rendere viva una lingua ormai morta non è semplice, soprattutto, quando si tratta della Parola del Signore scritta nell’originale greco e tradotta poi in latino. Si è deciso di inserire nel Messale la stessa versione della preghiera del Signore che troviamo nella Bibbia CEI del 2008, la quale presenta due novità: la prima è l’aggiunta della congiunzione “anche” nella remissione dei debiti “come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”, la seconda è la correzione del “non ci indurre in tentazione” con il “non abbandonarci alla tentazione”. La prima garantisce una maggiore fedeltà al testo originale greco e alla sua traduzione latina, dove troviamo un “et” – anche (sicut et nos dimittimus); la seconda è dovuta a una esigenza teologico-pastorale, dal momento che la traduzione precedente, pur corretta dal punto di vista lessicale (non ci indurre), rischiava di trasformare Dio Padre nel tentatore. Purtroppo, secondo alcuni anche il “non abbandonarci alla tentazione” non risolve tutti i dubbi giacché può lasciare intendere che in qualche modo Dio possa tentarci, ma come sappiamo bene Dio non può tentare i suoi figli piuttosto fino al loro ultimo respiro, a braccia aperte, ne aspetta il ritorno. In ogni caso, nella supplica “non abbandonarci” chiediamo al Padre che ci stia sempre a fianco sia quando siamo nella tentazione che quando stiamo per entrarvi.

Il dono della pace

Nei riti di comunione troviamo, oltre al Padre nostro, un piccolo ed espressivo cambiamento nell’invito allo scambio della pace. Finora il sacerdote, o il diacono, invitava l’assemblea allo scambio della pace con queste parole: “Scambiatevi un segno di pace”, ora invece la formula è più intensa: “Scambiatevi il dono della pace”. Perché il segno è scomparso? Perché, i fedeli si scambiano non il segno della pace ma la pace stessa. Questo spiega il ricorso alla parola “dono”, la quale pone l’accento sul fatto che la pace è un dono che proviene dal Signore e deve diventare, nella celebrazione eucaristica, un compito e un impegno. Il dono, poi, è scambiato con un gesto o un segno, che sia la stretta di mano, l’abbraccio, il bacio o, in varie culture,con altri segni ancora, ma il segno non è l’oggetto proprio di ciò che viene reciprocamente offerto. In ogni caso la parola pace ricorre tante volte nell’intero rito della celebrazione eucaristica, dai riti di inizio: “La grazia e la pace di Dio … siano con voi” fino al saluto finale: “La Messa è finita, andate in pace”.

Don Saverio Viola


Articolo pubblicato sul mensile insieme di maggio-giugno 2021.