2021 56 bulimiaSe fosse una favola potremmo davvero cominciare dicendo “C’era una volta molto tempo fa…”.

I primi riferimenti della presenza di un disturbo alimentare formalizzato in ambito medico sono del 1689. I disturbi alimentari (parliamo di anoressia, bulimia) sono patologie presenti nella popolazione giovane femminile con una tendenza progressiva all'aumento fin dagli anni '80 quasi da rappresentare una epidemia del ventesimo secolo.

Essi possono essere distinti, per semplicità, in due grandi categorie: chi non mangia e chi mangia molto ma poi fa di tutto per liberarsi del cibo, perché in entrambe le tipologie l'ossessione prelvalente sono il peso del corpo e le sue sembianze. Lunghi digiuni, pensieri ripetuti sul cibo e come privarsene, grandi abbuffate per poi vomitare il tutto anche più volte al giorno.

Chiaramente in queste situazioni il cibo perde il suo connotato di composto fatto di carboidrati, proteine, eccetera e si carica di contenuti emotivi, si associa ad esperienze e vissuti drammatici. In questo doloroso trasformarsi, il cibo non è più solo alimento grezzo, dolce, salato, liquido e da addentare ma diventa un simbolo di una modalità di relazione, una specie di ponte tra me e il fuori di me, tra me e l’altro, tra me e parti di me con cui non dialogo facilmente o affatto. Seppur molto doloroso, il disturbo alimentare non è solo una malattia: dobbiamo sforzarci di ricordare che si tratta anche di una strategia, di uno strumento di sopravvivenza messo in atto spesso inconsapevolmente, quando alla persona sembra di non avere altre possibilità o vie di uscita.

Vi presento in breve la storia di Diletta: lei è – e si sente essere ormai soprattutto – o solo – una bulimia!

Diletta si abbuffa e rimette da anni, da almeno 12 anni, nel momento in cui la incontro. Si abbuffa quotidianamente, anche più volte al giorno. Dopo ogni abbuffata si auto-induce il vomito introducendo ledita in gola e spingendo finché lo stimolo è sufficiente a tirare fuori tutto, ma proprio tutto, dal suo disperato stomaco. Solo allora si sente in pace o trova qualcosa che a lei risulta pacificante.

Dopo è solo vuoto, resa, assenza, fine: dopo aver rimesso cinque, dieci, venti volte consecutivamente, non c’è più energia per pensare, per pensarsi, per pensare agli altri, al resto.

In quei momenti è come se “…mi distacco….non penso, non sento più di avere limiti …la confusione la intendo così, questo non sentirmi…non avere più le idee chiare…come se qualsiasi cosa facessi o pensassi…come se le osservassi dall’esterno di me stessa… è lì che mi sento confusa, staccata, altrove da dove mi trovo di solito…troppo vicina a me e ai pensieri che non voglio più fare e sentire”.

Nella storia di Diletta, il suo disturbo alimentare è associato ad un lutto precoce di cui crede essere responsabile (idea assolutamente irreale). Da bimba irrequieta e volitiva, si convince che il padre è deceduto perché lei ha fatto si che rimanesse completamente solo.

A riprova del fatto che è stata una sua responsabilità, mi racconta di sua madre, distrutta dal dolore e annichilita su un divano. Diletta si arrovella nel tentativo di capire come fare ad uscire dalla convinzione di aver "ucciso" il padre. Dapprima si chiude in se stessa, poi comincia a mangiare moltissimo e in breve è ricoverata per obesità. E proprio lí, infine, viene iniziata ai temi del digiuno e poi del vomito per gestire i digiuni che non tengono.

Prima sembrava bastasse arrivare a 60 Kg…poi “mi prende la mano la cosa e a 40 sento che sono ancora troppo... troppa!".

Arriva a pesarne 32 e poi 28. Poi pian piano poi si risale.

Pesa di nuovo 55 Kg e si sente brutta, sbagliata, inadeguata.

Ora è nel mio studio. Ha avuto una crisi. Va raccolta fisicamente, accoccolata in una poltrona, tranquillizzata, idratata, integrata di sali minerali e zucchero e raccolta nel suo bisogno di dire, di raccontare il vuoto, il pieno, il troppo peso che le è capitato di portare fino al momento di dirsi che non ne poteva più.

Riposa per circa un’ora e poi è pronta a tornare a casa, al suo noto, alla sua quotidianità, fatta di pesi che piuttosto che diluire cerca di strappare via dal cuore, senza sapere che nel farlo si porta via una parte di sé stessa.

Rosa Castra


Articolo pubblicato sul mensile insieme di maggio-giugno 2021.