2021 56 graffetta1Silenzio. Una voce greve scandisce nomi e cognomi. Ahmed, Abdul, Aisha. Infrangono il silenzio quasi assoluto, scandiscono un tempo quasi infinito.

Come fossero rintocchi di campane, come fossero granelli di sabbia in una clessidra.

Un granello, un secondo. Un nome, una vita.

Apro gli occhi. Sono seduto sul freddo banco di legno della Heiliggeistkirche di Berna. Nella penombra scorgo intorno a me persone assorte nei propri pensieri, intente a leggere e a scrivere. Silenzio. Bilal, Bouacha, Buy,… I granelli continuano a cadere nella clessidra. I nomi continuano a scendere, dalla mente al cuore.

Sono centinaia, anzi migliaia, i nomi che vengono letti. Una lista lunga vari metri. Si tratta di nomi di uomini, donne e bambini che hanno perso la vita nel tentativo di attraversare il Mediterraneo, in fuga dalla guerra, in cerca di sicurezza. Centinaia di migliaia. In molti casi si tratta di profughi che dovrebbero ricevere lo status di rifugiati e quindi avrebbero, secondo la Convenzione di Ginevra del 1951, il diritto di essere accolti dalla comunità internazionale. Eppure, troppo spesso osserviamo le condizioni disumane in cui sono costretti a vivere in campi profughi con misure igieniche insufficienti o respinti alle frontiere dei paesi europei dopo viaggi pericolosi in cui molti perdono la vita.

Prendo i tre foglietti su cui ho scritto tre nomi di migranti a lettere sbilenche e tremolanti. Li prendo ed esco dalla chiesa.

Sull’uscio il sole mi acceca, la vita della città mi si presenta davanti. I tram annunciano la propria partenza con quel loro tipico scampanellio, due signore chiacchierano allegramente davanti ad una tazza di caffè fumante e una musica indistinta mi giunge da alcuni ragazzi raggruppati all’altro lato della strada. Un netto contrasto con l’atmosfera del luogo che ho appena lasciato.

La signora accanto a me mi sorride gentilmente, le consegno i miei foglietti. Li prende, li tiene un attimo in mano, li scruta con uno sguardo vuoto, assente, come se pensasse ad altro. Poi si volta, prende tre graffette dal tavolino dietro di lei e sistema i miei foglietti su un filo che circonda la chiesa. È un gesto semplice, ma a tratti sacro. Perché la vita è sacra. E quei tre foglietti che ora decorano la facciata della chiesa al centro di Berna rappresentano tre vite spezzate, tre romanzi interrotti, tre canzoni mai terminate. Le storie di Ahmed, di Abdul e di Aisha, finite nel Mediterraneo. I miei foglietti si aggiungono alle altre centinaia che ora ricoprono l’intera chiesa.

È il 20 giugno 2020 e, come ogni anno, in occasione della giornata mondiale dei profughi, le associazioni Offene Kirche Bern, SOS Méditérranée e United against Refugees Deaths uniscono le proprie forze per organizzare questo evento dal nome “Beim Namen nennen” (“chiamare per nome”). Chi abita a Berna o ci viene regolarmente sa di cosa sto parlando. La grande chiesa di fronte alla stazione centrale, quella accanto alla fermata dei tram e che segna l’inizio del centro storico, si ricopre in questo di striscioline di carta.

Sembra quasi un evento inspiegabile, se non ci si ferma un attimo a leggere i pannelli informativi o a chiedere delucidazioni agli organizzatori. Quest’anno ho deciso di entrare a vedere anche io personalmente di cosa si tratta. È stata un’esperienza ricca di significato, suggestiva e impressionante. Oltre all’evento nella città di Berna, nel 2020 sono state organizzate manifestazioni simili anche in altre città svizzere: Basilea, Lucerna, San Gallo e Zurigo. Lo scopo della manifestazione è quello di mettere la gente a confronto con quello che succede quasi quotidianamente nel Mediterraneo per responsabilità di tutti i paesi europei.

Le organizzazioni si pongono l’obiettivo di sensibilizzare i passanti e di raccontare la storia delle singole vittime, sia pure solo nominando il loro nome e cognome, affinché non restino più solo freddi numeri.

Secondo i dati della List of Deaths (lista dei defunti, consultabile su internet) il numero complessivo di morti e dispersi nel Mediterraneo dal 1993 al 2020 è di 40‘555 persone. Si tratta sempre di stime piuttosto approssimative, non si sa quanti siano gli effettivi naufragi. Riprendendo i numeri degli anni passati, si nota come il totale sia in costante aumento: erano poco più di 33‘000 nel 2017, 36‘500 nel 2019.

Al momento non conosciamo il numero esatto che verrà presentato il prossimo 20 giugno nella Heiliggeistkirche di Berna, né l’impatto che la crisi sanitaria mondiale ha avuto sui movimenti migratori nel Mediterraneo. Nel leggere questi grandi numeri, dobbiamo ricordarci che ogni singola unità rappresenta una persona, una vita, sogni e speranze infranti. Ogni persona lascia una famiglia nel suo paese d’origine che probabilmente non saprà mai cos’è successo a suo figlio, a sua sorella o a suo marito. Ed è proprio questo il punto di forza di questa campagna di sensibilizzazione: i nomi delle centinaia di vittime annegate attraversando il Mediterraneo vengono letti ad uno ad uno ad alta voce dai volontari, e rimbombano così dai muri della chiesa nelle menti dei presenti. Per le associazioni che organizzano l’evento, si tratta di vittime della così detta “fortezza Europa”, ovvero della politica di respingimenti ai confini e di contenimento dell’immigrazione attuata dai paesi europei.

Il comitato organizzativo è composto da organizzazioni non governative, quindi senza colori politici. Lo stato è libero di scegliere la propria politica migratoria come meglio crede, ma in nessun caso dovrebbero esistere discussioni o dibattiti politici sul salvaguardare e salvare vite umane. Una vita in pericolo va prima di tutto salvata a prescindere dal colore politico, perché la vita non ha colori. Né rosso né verde. Il colore della vita è il bianco.

Il bianco, che per la fisica è la presenza e la somma di tutti i colori, nessun escluso, bianco come il colore della luce. Bianco immacolato come dovrebbero rimanere questi foglietti, senza l’inchiostro nero che vi traccia i caratteri e le lettere di nomi di persone che hanno perso la vita cercando di salvarsi.

Studenti usciti da scuola, impiegati in pausa pranzo e passanti per le vie dello shopping gettano sguardi incuriositi verso la chiesa quasi completamente ricoperta di striscioline di carta. Ora anche le mie tre striscioline di carta sono attaccate sul filo di ferro che ricopre tutto il perimetro della grande chiesa accanto alla stazione centrale di Berna. Come loro, altre centinaia di pezzetti di carta resistono al piacevole vento di giugno che tenta di portarli via solo grazie ad un’esile graffetta. È lei che tiene le striscioline di carta appese al filo, rendendo evidente a chiunque passi dal centro della città l’enormità della tragedia che ogni anno si ripete nel Mediterraneo. Anche io vorrei essere una di quelle graffette, per mantenere salda la memoria di ciò che succede nel Mediterraneo ed evitare che la brezza leggera delle nostre preoccupazioni quotidiane non allontani e minimizzi l’immane tragedia che continua a compiersi in quello che i romani chiamavano “mare nostrum”.

Luca Nicola Panarese

2021 56 graffetta2Presto la figura di “rifugiato climatico”?

Tutti i rifugiati sono migranti, non tutti i migranti sono rifugiati! Esistono molteplici motivi che spingono le persone a spostarsi da un Paese all’altro. Motivi lavorativi, come per i così detti “migranti economici”, tra cui gran parte di noi italiani in Svizzera, o motivi affettivi, come chi si sposta per raggiungere il proprio partner. Lo status di rifugiato è stato definito nell’articolo 1A della Convenzione di Ginevra del 1951 che sancisce il rifugiato come colui “che temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese; oppure che, non avendo cittadinanza e trovandosi fuori del Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di tali avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra”. Riceve lo status di rifugiato dunque chi è costretto a lasciare il proprio paese per sfuggire a persecuzioni e non può farvi ritorno senza incorrere in gravi pericoli. Secondo il diritto internazionale, i Paesi hanno il dovere di assicurare loro i diritti umani fondamentali. Un tema controverso degli ultimi anni è quello riguardante i migranti climatici, ovvero coloro che sono costretti a lasciare la propria terra d’origine a causa di catastrofi naturali. Come considerarli? Andrebbe loro accordato lo status di rifugiato? Il dibattito è ancora aperto. Per ora, non è riconducibile all’articolo della convenzione di Ginevra. D’altra parte però, i fenomeni climatici sempre più violenti stanno causando spostamenti di migliaia di persone tanto che, secondo l’Internal Displacement Monitoring Center, nel 2019 si tratterebbe di circa 17,2 milioni di persone nel mondo.

Per l’agenzia per i rifugiati dell’ONU, lo status di rifugiato climatico sarebbe difficile da regolamentare poiché spesso il clima non si rivela la causa principale della migrazione ma piuttosto un fattore tra tanti.

La Redazione


Articolo pubblicato sul mensile insieme di maggio-giugno 2021.