Cosa dice la Chiesa sul diffondersi della cremazione? Da dove nasce questa nuova pratica? Perché questa voglia di far sparire il proprio corpo, di non lasciar più nessuna traccia sulla terra? Siamo destinati a diventare semplice spazzatura? Qual è la posta in gioco?

2021 11 cremazione1Padre, può venire a darci una benedizione, perché abbiamo in casa un grave problema?

Di che cosa si tratta?

Da quando abbiamo portato in casa l’urna delle ceneri di papà, mamma è un mese che non dorme più, non ha pace. Abbiamo per questo deciso di portare l’urna in Italia e di metterla nel cimitero del nostro paese. Ma vorremmo una benedizione per il viaggio.

Anche se si tratta di una reazione personale, è comunque il segno di una vera rivoluzione che si sta compiendo sotto i nostri occhi, legata alla usanza sempre più diffusa della cremazione per i funerali, e di cui non siamo in grado di misurare le conseguenze sociali e comunitarie.

Assistiamo al rapido diffondersi di usanze che cancellano pratiche funerarie ritenute fino a poco tempo fa perenni. Dalle statistiche in Francia risulta che nel 1975 la cremazione risultava lo 0.5% delle esequie, nel 2010 il 30%, e si pensa che arriverà al 50% nel 2030. E come sono trattate le urne? Nel 2004, sempre in Francia, su 121.595 cremazioni, quasi il 75 % delle urne funerarie sono state riconsegnate alle famiglie, cioè 91’056 urne. Il 6% sono state deposte in un cimitero, 17% disperse nei luoghi più diversi. Non mancano situazioni scioccanti, come urne ritrovate nei mercatini delle pulci, o svuotando le soffitte per i traslochi.

Sa Padre, che nei magazzini della nostra ditta funeraria ci sono circa un centinaio di urne, che nessuno è più venuto a ritirare! Nonostante le nostre ripetute e-mail inviate agli interessati.

E voi che cosa fate?

Noi siamo obbligati per legge qui in Svizzera a tenerle per vent’anni, se mai qualche parente un giorno volesse venirle a ritirare.

Di fronte a queste situazioni, non sorprende che molti fedeli pongano spesso al sacerdote domande sulla cremazione:

La Chiesa, Padre, è contraria alla cremazione?

No, la Chiesa non è contraria alla cremazione, anche se la escludeva fino a poco tempo fa, perché era vista come un atto di polemica pubblica contro la Chiesa. Anche se la Chiesa raccomanda di preferire la sepoltura, perché esprime «una maggiore stima verso i defunti», tuttavia la cremazione non è vietata.

Che cosa è vietato?

La chiesa ha stabilito delle norme, per coloro che si ritengono cattolici. Nell’istruzione Ad resurgendum cum Christo (Per risuscitare con Cristo), pubblicata il 25 ottobre 2016, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha ribadito il “no” alla dispersione delle ceneri o alla loro conservazione in un luogo non sacro, per esempio in casa.

E se il defunto ha disposto la cremazione e la dispersione in natura delle proprie ceneri?

Se lo ha fatto per ragioni contrarie alla fede cristiana, «si deve negare il funerale cattolico”.

Ma perché la Chiesa proibisce di spargere le ceneri? Perché vuole imporre quello che noi dobbiamo fare con i nostri defunti? Non è ognuno libero di fare come ritiene più opportuno?

La Chiesa non impone le sue regole, ma dice “se vuoi…” Se vuoi seguire quello che Gesù ha insegnato, allora ti comporti così. “Se vuoi…”

2021 11 cremazione2Quali sono le motivazioni di questo comportamento, raccomandato dalla Chiesa?

Si tratta della dignità assoluta di ogni singola persona umana e del suo corpo. Tra gli animali e l’essere umano c’è una differenza fondamentale per quanto riguarda il rapporto con i morti. L’animale lascia il suo simile morto alla mercé delle intemperie naturali e degli altri animali. L’uomo protegge la dignità anche del defunto, mettendolo al riparo della terra perché “riposi in pace”, diciamo noi oggi.

La dispersione delle ceneri nasce da una mentalità che vede nell’uomo un semplice fenomeno naturale, per cui la sua morte è simile allo spegnersi di una luce. La fede cristiana dice tutt’altro: Dio stesso si è fatto uomo, è morto, è stato posto nel sepolcro, ed è risuscitato il terzo giorno. Questo è il senso vero della morte: la strada verso la risurrezione. Inoltre, le indicazioni della chiesa vogliono “ridurre il rischio di sottrarre i defunti alla preghiera e al ricordo dei parenti e della comunità cristiana”.

Ma perché la proibizione di tenere l’urna in casa?

Quando siamo invitati a un funerale, noi facciamo le condoglianze ai parenti del defunto. Le condoglianze sono un rito, per quanto semplice: alcune parole accompagnate da un gesto, come la stretta di mano o un inchino. Fare le condoglianze, fare il lutto, vuol dire vivere insieme il distacco dal defunto, vuol dire lasciarlo andare, non appartiene a noi, ha una dignità assoluta di fronte a Dio. Per questo lo deponiamo in un luogo sacro, perché sacra è la vita uomo.

Padre, ma questo vale solo se uno ha la fede cristiana, e niente può dimostrare che la fede sia vera. Cosa direbbe lei a uno che non ha la fede e che la interrogasse sulla cremazione?

Gli direi quello che affermava il poeta Rainer Maria Rilke, poeta boemo di lingua tedesca, nato a Praga nel 1875 e morto a Muzot, nel Vallese in Svizzera nel 1926. Rilke non credeva in Dio, per lui dicendo “divinità” si intende l’essenza profonda dell’uomo.

Questo il pensiero di Rilke: se vogliamo essere degni della nostra condizione umana, dobbiamo uscire dall’anonimato, ciò che implica uno sforzo di singolarizzazione. Dobbiamo lavorare costantemente per aderire al mondo nella nostra singolarità, per attaccarci alle cose, per “aggrapparci” a vicenda gli uni agli altri! Se non facessimo questo sforzo noi saremmo, per Rilke, dei “nichilisti”.

Essere nichilisti vuol dire non fare differenza tra le cose, dare più valore al mondo in cui siamo, che a coloro che lo abitano.

Disperdere i morti nell’anonimato della natura, vuol dire essere nichilisti, vuol dire non tener conto di tutto quello che i nostri cari hanno tentato di essere, tutto il senso concreto della loro vita, ritenuta un avvenimento senza consistenza nell’evolversi dei tempi e delle stagioni.

Questo progressivo anonimato (cenere senza nome, dispersa al vento) che tende ad avvolgere la morte, si ripercuote anche sulla vita. Lo sforzo di personalizzazione, che rende il mondo una casa, che fa di un fiore il “mio” fiore (secondo l’augurio fascinosamente candido ma vero del Piccolo Principe di Saint-Exupéry), tende a svanire.

Dobbiamo allora tornare ai “funerali di una volta” con i cavalli e le vedove in nero, le “pompe funebri” magniloquenti?

No, perché come diceva giustamente Georges Brassens: “I bei becchini dei nostri vent’anni hanno fatto il loro tempo”. I becchini sono scomparsi e con loro i funerali di una volta. È così e basta!

In nome di cosa, allora, dovremmo guardare con interesse ai riti di una volta, dove la morte era meno deformata, più singolare? In nome della religione? Dovremmo far rivivere le comunità di villaggio e le antiche cerimonie funebri che si sono sempre più “secolarizzate”?

No, queste non sono le vere ragioni. Non si può tornare indietro. La fine della “morte sociale”, cioè vissuta assieme, cioè in modo rituale, non è un fenomeno marginale, è il frutto della fine delle comunità sociali, il frutto della scomparsa della coscienza di “essere un gruppo”. Ciò che non è più, non è più. Non si tratta di un guasto dovuto solo alla mancanza di manutenzione, facilmente riparabile con il recupero di qualche usanza di una volta, ma di un cambiamento completo delle prospettive sociali.

Se non si torna alle pratiche di una volta, che cosa bisogna fare?

Bisogna tornare non alle pratiche, ma alle “ragioni” dei funerali di una volta. Perché una lampada sulla tomba? Perché la bellezza solenne dei gesti rituali? Perché un funerale pubblico?

Perché questo desiderio di essere connessi (religione) all’altro?

Perché cercare un senso a ciò che sperimentiamo e alla nostra stessa vita? Perché?

Perché?

La risposta ci viene dalle parole di Papa Paolo VI, che nella sua splendida meditazione “Pensiero alla morte”, dice:

“Prego, pertanto, il Signore che mi dia la grazia di fare della mia prossima morte un dono d’amore alla Chiesa. Potrei dire che sempre l’ho amata; …. ma vorrei che la Chiesa lo sapesse; e che io avessi la forza di dirglielo, come una confidenza del cuore, che solo all’estremo momento della vita si ha il coraggio di fare. Anche perché non la lascio, non esco da lei, ma più e meglio, con essa mi unisco e mi confondo: la morte è un progresso nella comunione dei Santi.”

Il rito del funerale deve concretizzare questo desiderio nei confronti della famiglia di parenti e amici, la nostra piccola chiesa domestica, che tanto ci ha dato nella vita.

Padre Gildo Baggio


Articolo pubblicato sul mensile insieme di novembre 2021.