2021 11 caporalato1Avete mai fatto i pomodori pelati in casa? Dietro a un vasetto di pelati si nasconde tanto lavoro: scartare i pomodori non commestibili, lavarli, farli bollire, sbucciarli, lavare e pastorizzare i contenitori. E questo è solo la lavorazione del prodotto agricolo. Se ci aggiungiamo il lavoro sui campi, la coltivazione e la raccolta dei pomodori, ci rendiamo conto che dietro ad una semplice scatola di pelati si nasconde in realtà un lavoro immenso. Andate ora al supermercato dietro casa. Quanto costa una scatola di pelati? Qualche centesimo. E in questo prezzo è compreso il prezzo dell’imballaggio, del trasporto, il guadagno del rivenditore…

Certo, un’azienda agricola riesce ad abbattere prezzi e tempi grazie a macchinari e tecnologie agricole ma… basta farsi due conti per capire che a chi lavora sui campi restano davvero pochi spiccioli.

Dalle pagine della nostra rivista ci siamo spesso occupati della piaga del caporalato che è purtroppo presente in diverse regioni italiane, in particolare in quelle meridionali durante la stagione della raccolta dei pomodori.

Nel film “Das neue Evangelium” il regista bernese Milo Rau ha ambientato la passione di Cristo nelle campagne del Materano, con la figura di Gesù che si è rivelato in mezzo agli ultimi: in mezzo ai braccianti agricoli durante la raccolta dei pomodori.

Quest’estate le notizie di morti tra i braccianti agricoli nelle campagne pugliesi si sono purtroppo susseguite a ritmo incalzante, tanto da costringere il governo della regione a prendere provvedimenti e a vietare il lavoro nei campi nelle ore più calde della giornata. Lo sfruttamento di questi lavoratori è un’ingiustizia, ma io che abito a Berna, cosa posso farci?

Il vero volto della schiavitù in Italia

Il caporalato può essere considerato a tutti gli effetti come una forma schiavitù e può colpire sia stranieri che italiani. Ma come funziona? Durante i periodi in cui un’azienda agricola ha bisogno di più braccianti (ad esempio durante la raccolta), essa si affida ad un intermediario, il così detto caporale, il quale assume i braccianti. Questi raccolgono frutta e verdura per il consumatore finale che la reperisce solitamente attraverso i supermercati della grande distribuzione. Dietro al caporalato si nascondono, nella gran parte dei casi, numerosi reati, tra cui: evasione fiscale, lavoro irregolare, sfruttamento dei lavoratori, clandestinità e associazione di stampo mafioso. Il caporalato colpisce persone che spesso sono ai margini della società, in particolare immigrati o persone in estrema povertà. Questi vengono sfruttati dai caporali e costretti a vivere in condizioni di para-schiavitù in campi improvvisati, senza servizi igienici fondamentali né acqua corrente e obbligati ad orari di lavoro disumani a prezzi stracciati, 2-3 euro l’ora. Il bracciante a sua volta si sente legato al caporale che gli assicura un lavoro e che si occupa anche dell’alloggio e del trasporto. Il caporale seleziona la manodopera, organizza gli spostamenti e distribuisce il compenso a nero. I braccianti solitamente alloggiano nelle borgate, semplici fattorie dismesse o edifici abbandonati trasformati in dormitori di fortuna.

Si tratta di una parte di popolazione invisibile, senza diritti, ma che al tempo stesso è fondamentale per il sistema agricolo italiano. Quali sono le cause del caporalato? Sicuramente la stagionalità, la fragilità e la dipendenza della produzione agricola dalle condizioni meteo, che concentrano il lavoro in pochi mesi all’anno favoriscono il lavoro stagionale. D’altra parte, ciò non legittima questa pratica schiavista che priva i lavoratori di diritti fondamentali. Il prezzo misero di frutta e verdura sul mercato obbliga le aziende ad impiegare manodopera a basso costo e a rivolgersi quindi ai caporali. Da parte dello Stato, la carenza di una legislazione in materia (almeno fino alla legge sul caporalato) e la mancanza di controlli per far rispettare le leggi vigenti permettono l’esistenza di questo fenomeno disumano.

Yvan Sagnet e lo sciopero dei braccianti

Nel film di Milo Rau, Yvan ha interpretato il ruolo di Gesù che sposava la causa dei lavoratori sfruttati. Yvan non è un attore, anzi, è il protagonista del primo sciopero di braccianti agricoli in Italia. Arrivato in Italia dal Camerun nel 2008 con una borsa di studio, Yvan era un semplice studente di ingegneria delle telecomunicazioni a Torino. In Italia, per usufruire di una borsa di studio, è necessario dimostrare il proprio impegno sostenendo un certo numero di esami, ma nel 2011 Yvan non è riuscito a sostenere tutti gli esami necessari e ha quindi perso la borsa di studio. Si è dunque ritrovato a dover cercare un lavoro estivo.

Non avendo trovato niente a Torino, un amico gli ha parlato della raccolta di pomodori in provincia di Lecce. È qui che ha scoperto un lato oscuro del nostro paese. Intervistato virtualmente lo scorso febbraio da Stefano Puddu e in agosto da Paola Oggiano a Berna per l’associazione culturale Pecore Ribelli, Yvan Sagnet ci ha raccontato la sua storia. Giunto a Nardò è stato ospite con altre centinaia di persone di diversa provenienza presso una baraccopoli, scoprendo un luogo assurdo, con case fatte di plastica e cartone senza riscaldamento, acqua o elettricità. Il suo lavoro consisteva nel raccogliere i pomodori in dei grandi contenitori da 300 kg l’uno. Ogni contenitore veniva pagato tre euro e cinquanta. Era un lavoro a cottimo, bisogna essere veloce e resistente. “Io non ero un esperto, quindi riuscivo a riempire solo quattro cassoni dopo aver lavorato dalle 5 di mattina alle 20 di sera, sotto il sole cocente del Sud Italia. Dopo cinque minuti avevo la schiena spezzata. Intanto il caporale grida, ti insulta. Inoltre dovevamo pagare una serie di servizi. È il caporale che ci portava da mangiare visto che dove vivevamo non c’erano supermercati o commercianti, ma dovevamo pagare il panino che ci portava, il trasporto dalla baraccopoli sui campi e tutti i servizi del caporale… quindi a fine giornata in tasca rimaneva davvero poco.” Dopo cinque giorni di lavoro Yvan ha deciso con i suoi amici di organizzare una protesta che è stata definita come la prima protesta dei braccianti in Italia. Uno sciopero contro un sistema consolidato di sfruttamento e di violenza, a partire dai caporali fino alle aziende agricole, alle catene di distribuzione, alla mafia e alla politica. Sono riusciti a bloccare la raccolta dei pomodori nella Puglia meridionale per un mese e mezzo.

Grazie a questo sciopero la società ha iniziato a interessarsi delle condizioni di questi lavoratori e il parlamento ha anche approvato una legge a difesa dei diritti del bracciante.

2021 11 caporalato2No Cap – People Before Profit

Dallo sciopero di Yvan è nata l’associazione No-CapNo-Cap. È un’associazione che è nata per passare dalla protesta alla proposta. Dopo aver denunciato questo sistema, mi sono reso conto che lo sfruttamento in generale è il frutto di un sistema ben più ampio. Il caporalato è l’effetto dello strapotere della grande distribuzione organizzata che governano e comandano il settore agricolo attraverso il prezzo dei prodotti. In agricoltura il prezzo non lo decide infatti chi lo produce come avviene negli altri settori, bensì il supermercato. Con questi prezzi il produttore è costretto a rivolgersi ai caporali per abbassare il costo di produzione.

Ecco che NoCap ha creato un bollino, un marchio, che certifichi che la filiera produttiva sia avvenuta nel rispetto della dignità delle persone e dell’ambiente. Fin quando noi europei non avremo la consapevolezza del potere dei nostri acquisti, andremo a finanziare questo sistema mafioso e di ingiustizia. Il bollino NoCap valorizza e premia l’impegno delle aziende condividono i principi e valori basati sul rispetto dell’uomo e dell’ambiente. Al contempo il bollino mira alla sensibilizzazione dei consumatori affinché non siano inconsapevolmente corresponsabili di un sistema di sfruttamento dei lavoratori. Il bollino è facilmente riconoscibile e rappresenta sei mani tese verso l’alto su sfondi di colore diverso. Le mani in alto simboleggiano al contempo il lavoro dei braccianti e la richiesta di aiuto per uscire da una situazione di sfruttamento. Ognuna delle sei mani sta per un criterio che viene esaminato attentamente dall’associazione prima di consegnare il marchio NoCap al prodotto finale. I sei criteri sono: etica nei rapporti di lavoro, filiera sostenibile, rifiuti, valore aggiunto, benessere degli animali, energie rinnovabili. Le dita alzate per ogni mano corrispondono ai criteri soddisfatti.

La valutazione dell’associazione non si concentra dunque unicamente sui diritti dei lavorati ma è anche sensibile alla sostenibilità ambientale.

Cosa posso fare?

Tutti noi possiamo lottare contro questo sistema di sfruttamento. In che modo? Informandoci e sensibilizzando gli altri su questo argomento, ma soprattutto sostenendo le aziende e le imprese che assicurano la dignità ai propri lavoratori. Acquistando prodotti con una filiera di produzione regolamentata e certificata. Un punto di vendita No-Cap si trova a Olten (marktecke.ch), mentre a Berna è possibile rivolgersi all’associazione Pecore Ribelli, che si occupano anche di sensibilizzare ristoratori, mense e negozi alimentari sull’argomento. Ognuno di noi può fare qualcosa di concreto!

La redazione

Per maggiori informazioni sull’associazione NoCap: associazionenocap.itpecoreribelli.chmarktecke.ch


Articolo pubblicato sul mensile insieme di novembre 2021.