2022 01 algeloDa un lato, la polizia bielorussa, dall’altra quella polacca. In mezzo, povere famiglie di migranti alla ricerca di un riparo dalla neve. La situazione sui confini orientali dell’Unione Europea, nonostante il freddo rigido del generale inverno, resta incandescente.

Cerchiamo di capirci qualcosa partendo dall’inizio. Il governo della Bielorussia, retto da Lukashenko, da molti considerato un dittatore, è stato recentemente sanzionato dall’Unione Europea e dalla comunità internazionale per i suoi attacchi all’opposizione politica e alla democrazia. Per fare pressione sull’Unione Europea, la Bielorussia ha ora aperto un ponte aereo con le zone del Medioriente in cui imperversano crisi militari ed umanitarie. Così la compagnia di bandiera bielorussa ha trasportato centinaia di persone nel suo paese, da dove li ha poi spinti verso le frontiere dell’Unione, ovvero verso la Lituania e, in particolare, verso la Polonia. L’intento della Bielorussia sarebbe proprio quello di far pressione su Bruxelles utilizzando i migranti e spingendoli verso le frontiere polacche, inasprendo il conflitto interno all’Unione tra Varsavia e gli altri paesi. In Polonia abbiamo infatti assistito ultimamente ad una forte deriva autoritaria, con un governo a forte tendenza nazionalista che limita i diritti delle minoranze e si batte da sempre in Europa contro la politica della ridistribuzione dei migranti tra i paesi membri. Il Paese si ritrova ora centinaia di migranti alle frontiere, contro cui polizia e forze dell’ordine polacche hanno già usato la violenza. Ora la Polonia propone di costruire un muro lungo l’intero confine con la Bielorussia, proposta bocciata da Bruxelles che le vieta di utilizzare fondi europei per questo progetto.

Tra tutte queste opinioni politiche, relazioni internazionali e geopolitica rischiamo di perdere di vista le persone. Quelle donne, quei bambini e quegli uomini che hanno lasciato le loro case bombardate dagli scontri militari e che, come un miraggio, si vedono offerti un volo diretto in Europa.

Quelle famiglie che, giunte finalmente in un paese europeo, si vedono rifiutati e spinti verso una frontiera. Una frontiera presidiata da polizia in tenuta antisommossa. Non possono tornare indietro, non possono proseguire. E non hanno colpa. Sono in trappola tra due trincee, nella terra di nessuno.

Al freddo e al gelo tra due fuochi.

Questo modo di gestire le relazioni internazionali sulla pelle delle persone è sconcertante. E non è la prima volta che succede: ricordiamo gli accordi con la Turchia di Erdogan o ancora con la Libia. Quando capiremo come gestire queste emergenze in modo umano e sostenibile?

Luca Nicola Panarese

Mappamondo spinato!?

Come posso dimenticare il mappamondo, quel palloncino girevole su cui è riprodotta la superficie terrestre, con le sue catene montuose, i tanti mari ed oceani? Quella sfera rotonda era onnipresente nelle aule scolastiche italiane, fin dalle prime classi elementari.

Nessuno di noi si immaginava, a quel tempo, muri, recinsioni e file interminabili di filo spinato arrotolato per creare non poche difficoltà di penetrazione. I pochi casi risaputi a quel tempo riguardavano alcune frontiere che si erano servite con tali “ornamenti” durante la Prima Guerra Mondiale.

Ma ora tali “ornamenti” ricoprono centinaia e centinaia di chilometri sulla superficie terrestre in tutti i continenti.

Da vari anni, nelle nazioni a sufficiente sviluppo economico, è scoppiata una guerra di difesa contro l’invasione dei migranti, rifugiati, sfollati o comunque uomini, donne e bambini alla ricerca di un mondo migliore, di una esistenza meno travagliata.

La costruzione di un muro con un enorme investimento e dispendio di dollari americani lungo il confine con il Messico e zona di transito aveva creato scalpore e perplessità in Europa. Pochi anni dopo, la comunità europea ha voluto dimostrare la sua grinta: ha investito miliardi di euro soprattutto per frenare i flussi al loro nascere, con la collaborazione di governi ed agenti subalterni, turchi e libici, nel caso dell’Europa. Ma non per tendere una mano ai naufraghi o alle migliaia di dispersi nelle boscaglie sui confini della Bielorussia.

Una cosa rimane pur sempre certa: sia muri, che fili spinati e politiche occlusionistiche non arresteranno il flusso degli arrivi. Viviamo in un mondo dove la mobilità umana è sempre più estesa e incontrollabile, nonostante le tante dichiarazioni autorevoli di Dublino e Ginevra o i posti di blocco nelle zone di frontiera.

Emerge suprema ed indiscussa l’indomita forza del desiderio umano, allettato da visioni di benessere e felicità, di migrare altrove. È una partita ancora tutta aperta dove i partecipanti si chiedono: possibile che non esista, anche per me, una maniera per entrare a far parte di società dove la sicurezza finanziaria ed economica non è una eccezione, ma una condizione condivisa dalla maggior parte dei cittadini ivi residenti?

Tony Paganoni


Articolo pubblicato sul mensile insieme di gennaio 2022.