Ad oltre un mese dall’inizio del conflitto in Ucraina, il numero di rifugiati che raggiungono l’Europa ed anche la Svizzera non cessa di aumentare. Abbiamo fatto qualche domanda a Stefano Ansaldi che, con la sua famiglia, ha scelto di ospitare una famiglia di rifugiati.

2022 56 tuttidannounamano1Come vi siete messi in contatto con queste persone? Come avete preso questa decisione?

Mia moglie è originaria dell’Ucraina e le persone che abbiamo accolto erano una coppia di nostri amici con cui ci vedevamo ogni qualvolta andavamo a Kiev, anche se negli ultimi 10 anni i nostri rapporti si erano ridimensionati ai classici auguri delle feste. Allo scoppio della guerra il nostro pensiero è andato subito a loro e ad altri nostri conoscenti, che siamo riusciti a contattare grazie ai social.

Qualcuno si era rifugiato in campagna, altri erano già in viaggio verso la Polonia. Altri ancora, come loro, non avevano nemmeno preso in considerazione di muoversi.

Io e mia moglie ci siamo naturalmente confrontati per qualche giorno, soprattutto per valutare la reazione che avrebbe potuto avere nostra figlia.

Dato che conoscevamo già da tempo questa famiglia, non abbiamo avuto grossi indugi nell’invitarli e anzi abbiamo insistito con loro per fargli lasciare la propria città, visto che non erano intenzionati a muoversi.

Come sono arrivati?

Li abbiamo aiutati a definire un viaggio sulla base delle informazioni incrociate di TV, internet e altri amici.

Un loro amico li ha accompagnati (ore 11 di martedì 15.03) alla stazione centrale di Kiev, un viaggio pericoloso perché hanno dovuto attraversare tutta la città in pieno giorno per prendere un treno stracarico verso il confine con la Cecoslovacchia. Alla frontiera sono arrivati dopo dodici ore di viaggio senza sosta, per poi passare finalmente il confine e arrivare all’01.00 di notte a Kosice in Cecoslovacchia.

Qui si è presentato un primo problema, dato che il biglietto per il Flixbus che sarebbe partito alle 03:15 in direzione Budapest andava acquistato online, ma i nostri amici non avevano connessione internet. Ci siamo subito resi conto che tante cose che diamo per scontato non sono poi così evidenti. Per fortuna mia moglie aveva lasciato la suoneria del cellulare accesa quella notte, così siamo riusciti ad acquistare noi per loro i biglietti necessari. Giunti a Budapest, sono poi saliti su un treno diretto a Monaco, dove si presentò un secondo intoppo: la polizia tedesca li ha fatti scendere dal treno per registrarli. Per di più, all’interno del comando della polizia non era consentito tenere i cellulari accesi, quindi siamo rimasti senza loro notizie per ben sei ore. Dopo la sosta forzata, in cui hanno comunque avuto la possibilità di riposarsi e di consumare un pasto caldo, hanno preso un treno notturno e sono finalmente arrivati a Berna venerdì mattina.

Come vi siete preparati all’arrivo di queste persone? Com’è la convivenza?

Abbiamo preferito ospitarli in casa nostra perché mia moglie parla la loro lingua e può sicuramente aiutarli meglio. Inoltre, volevamo tenere sotto controllo la situazione delle bambine, cercando di farle sentire come in una specie di vacanza, alleggerendo così quello che hanno visto. E a detta dei genitori hanno visto di tutto, purtroppo.

La coppia alloggia nella nostra stanza degli ospiti, che con la pandemia era ormai diventato il mio ufficio, mentre nostra figlia ha chiesto che le bimbe dormissero con lei come fa alcune volte con le sue amiche qui a Berna durante i suoi “pigiama party”.

Come tutte le convivenze, bisogna ogni giorno adattarsi alle abitudini diverse dei conviventi stessi, ma direi che funziona abbastanza bene. Noi abbiamo la nostra routine che ci fa vivere la casa solo la sera: io lavoro relegato in camera, mia figlia va a scuola e ha i suoi appuntamenti e mia moglie lavora al 70%. Tra i bambini la comunicazione è minima, ma giocano, disegnano e a volte escono sotto casa ai giardini … ma poco, perché sono abituati a stare sempre in casa. L’atmosfera è rilassata e alle volte ci si dimentica del perché sono obbligati a stare da noi tanto che all’ora del telegiornale ci risvegliamo tutti da questa tranquillità tornando alla dura realtà.

I nostri amici si informano sulla vita in Svizzera e sulla situazione del conflitto, contattando anche amici e i genitori di lei ancora a Kiev perché non in grado di sostenere lo stress di un viaggio del genere. Le bambine non possono ancora andare a scuola perché stiamo aspettando il permesso di soggiorno S che gli permetterà questo e altre cose.

Il 19 marzo siamo stati insieme alla manifestazione pro-Ucraina al Bundesplatz a Berna e sono rimasti meravigliati da una manifestazione così appassionata e senza forze di polizia, probabilmente la loro prima manifestazione politica civile.

Vi sentite supportati dalle istituzioni?

Non ho esperienze pregresse di aiuto dalle istituzioni. Mi ritengo una persona fortunata a non averne mai avuto bisogno. Da italiano ho sempre avuto paura per la loro complessità, in Svizzera ho capito che normalmente ci sono margini buoni per ricevere comunque aiuto, sempre a determinate condizioni. Questa volta penso si siano superate e forse parliamo di un caso unico, una macchina che si è messa in moto in maniera velocissima e ha coinvolto tutti. Aiuti finanziari, posti letto in famiglie o ostelli, assicurazione medica.

Al momento è passato solo un mese dall’inizio della guerra …non so se si potrebbe fare di più di quello che si sta già facendo. Per il futuro penso che servirà da subito una collaborazione tra associazioni e istituzioni per concentrare gli sforzi nell’integrazione dei bambini come urgenza e poi dei genitori, controllando bene che non finiscano in mano a gente senza scrupoli o approfittatori. Spero che la gente possa anche solo inserirli con contratti di apprendistato a tempo determinato così da poter aggiungere delle esperienze nei loro curriculum e potersi confrontare con il mercato del lavoro europeo.

A me sembra scontato che tornare in un paese che è stato raso al suolo, non sia una opzione percorribile per chi ha bambini. Dunque, focalizzarsi nel non perdere una generazione e dare la possibilità a quella attuale di vivere degnamente.

Si parla molto dello Statuto S. Cosa prevede?

Lo statuto S concesso dal SEM prevede, oltre alle prestazioni mediche, un aiuto finanziario (a seconda del cantone da 9 a 12 chf giornalieri), la possibilità di cercare un lavoro e nel caso applicare senza le norme restrittive di contingentamento, oltre alla possibilità di muoversi nell’area Schengen, corsi di lingua per gli adulti e scuola per i bambini. Al momento lo si ottiene avendo la cittadinanza e/o residenza in ucraina allo scoppio della guerra, sembra che ne abbiano anche diritto chi vi era semplicemente residente in Ucraina.

Quali sono i progetti per l’immediato futuro?

Ci stiamo occupando di trovare loro una sistemazione adeguata, possibilmente vicino a noi. Anzi colgo l’occasione per un appello: se qualcuno avesse disponibilità nella zona di Urtenen- Schönbuhl si metta gentilmente in contatto.

Trovare l’alloggio giusto richiederà tempo, ma sarà importante calibrarlo sulla base delle necessità delle bambine. Non vogliamo che cambino troppo spesso ambiente e soprattutto scuola.

Anche in Ucraina le bambine hanno vissuto un lockdown di quasi due anni e quindi erano già chiuse in casa con la scuola online. Le bombe dell’”operazione speciale” di Putin non hanno fatto che aggravare quello che già era un disastro sociale tra i bambini.

Sistemate le bambine, si passerà a rivedere i curriculum dei genitori che comunque avevano un lavoro professionale a Kiev. Lui è un professionista IT con buone basi in inglese, servirebbe una società che lo includesse anche solo per un periodo determinato così da vedere come quel lavoro viene svolto qui e allenare il tedesco che ha oltretutto già cominciato a studiare.

Lei era una fotografa di scena sui set cinematografici e si diletta con la grafica al computer. Magari qualche studio fotografico o agenzia grafica potrebbe darle un’opportunità per misurarsi sul campo. Parte però svantaggiata con la lingua, servirà un po’ più di pazienza e tempo, ma siamo fiduciosi.

Hai imparato qualcosa da questa esperienza?

Più che altro mi è stato confermato quanto ho sempre sostenuto: se tutti danno una mano non esistono difficoltà’ insuperabili. Se invece si lascia il peso di tutto su pochi, questi ne verranno sicuramente sopraffatti. Per la prima volta ho visto una comunità coesa in Svizzera e in Europa, indipendentemente dalle bandiere. Penso che questo sia dovuto al fatto di vedere delle persone molto simili ai nostri standard sociali perdere in poco tempo la libertà che dopo anni stavano i riconquistando. Tutti si sono immedesimati all’istante. Detto questo, un pensiero non può non andare a tanti altri migranti in qualche modo dimenticati e che hanno come unica “colpa” quello di avere qualcosa di diverso da noi. Possiamo dire senza mezzi termini che avremmo potuto fare molto di più anche per i rifugiati siriani e africani, senza troppe discussioni e polemiche inutili. Solidarietà ed empatia andrebbero insegnate come materie a scuola. Da adulti, dovremmo dare l’esempio alle nuove generazioni e questo è quello che spero di aver dato a mia figlia e anche alle figlie dei miei amici ospiti. Loro sono il futuro e spero che riusciranno a costruire un futuro di pace ed eguaglianza.

Un ultimo messaggio?

Vorrei ringraziare tutti gli amici e le comunità italiana e svizzera per la vicinanza, il supporto e l’interessamento dimostrati in questa prima settimana.

Sarà un lungo cammino anche dopo che questa insensata guerra finirà. Se posso esservi di aiuto con qualche consiglio o informazione diretta non esitate a scrivermi, in qualche modo fa parte anche delle mie responsabilità come membro del Com.it.es di Berna, Neuchâtel e Friburgo (www.comites-bernafriburgo.ch).

Intervista a cura di Luca Panarese


Articolo pubblicato sul mensile insieme di maggio-giugno 2022.