2022 78 umanoconflitto1Nell’ordito dell’umano lungo complesse epoche si intreccia il “conflitto”: un’arte che si impara a scuola, sì a “scuola dell’Io” (Georg Simmel). Ed è ciò del quale sembra interessante argomentare in un odierno presente.

Evidenziando opportunamente che la presenza di questa condizione umana non si esaurisce nel presente, non è dominabile nell’infinita destinazione del pensare, rimanda a una causa e anche la ragione filosofica viene chiamata a dare spiegazione e interpretazione delle sue componenti essenziali, in virtù di ciò che andrò ad argomentare per tentare di dar luce al sommerso. Ma se pensiamo che il potere sia numerabile, il conflitto è invece plurale e il segno dell’esistere che si rivela fenomenicamente e a ragion di questo pare essenziale argomentare tale essenza dell’umano in una Contemporaneità in cui il conflitto ha ceduto il posto al potere della superficialità, al potere che fa naufragare in questo mare. La trama dell’umano nel conflitto filosofico e politico dell’Oggi conduce a riflettere sull’agire responsabile dove l’individuo spesso fugge nascondendosi nei meandri della libertà. Il fatto della responsabilità nella sua dimensione diacronica ponendo l’accento sull’affaire quotidiane pervade la nostra esistenza densa di antinomie, sia essa una responsabilità retrospettiva (in cui il nome è sempre al singolare), sia essa una responsabilità prospettica (in cui il nome può anche essere al plurale).

L’attore, sulla scena della commedia umana, è sempre responsabile. Eppur tuttavia di converso da quanto detto dalla filosofa Àgnes Heller il mondo sociale fugge anche dalle responsabilità, considerandole un “patetico repertorio archeologico”. Cos’è il conflitto dunque se non ciò che Machiavelli considera attuabile nel proscenio politico? D’altronde anche la contemporanea Arendt sottolinea che l’agire individuale e sociale coincidono con quello politico. E proprio attraverso Machiavelli, un ‘classico del presente’, si comprende come la società, di conseguenza la politica si misuri e si rapporti con il “conflitto” cercando di tramare attraverso maschere e menzogne in una corruzione pervasiva, indicando le direzioni per raggiungere gli scopi e assurgere così a ruoli di potere. Ecco allora che diventa una vera e propria “arte del conflitto” dalla quale vincono le scelte strategiche. Il politico per Machiavelli è “bestia”, perché possiede il monopolio della violenza.

La filosofia machiavelliana disvela con il Principe in particolare come gli uomini siano “ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori dei pericoli, cupidi del guadagno”. In riferimento all’uso di maschere e di animali anche Nietzsche lo fa nelle sue opere per raccontare il genere umano, le sue forze e le sue fragilità. Un palcoscenico dell’azione individuale e sociale che contraddistingue l’essenza dell’individuo nella sua inquietudine conflittuale, tendendo a risolverla per raggiungere i suoi scopi con la “menzogna”, persino vitale.

Studiare Machiavelli aiuta a prendere coscienza di ciò che è l’uomo e forse ad aggiustare il tiro finché persiste la consapevolezza della vita facendo cadere le maschere, evitando di ritrovarsi a un tratto con volti scarni e sciapiti dall’usura del tempo tragico vissuto. Machiavelli ha dimostrato come l’avidità del denaro, l’utile, il piacere, il desiderio, l’esercizio del potere interagiscano reciprocamente nella fenomenologia della commedia umana, nella sua cifra antropologica e ontologica centrale che riguarda la soggettività politica e l’agire politico.

2022 78 umanoconflitto2Machiavelli spaventa. Ma senza Machiavelli probabilmente non si potrebbe comprendere l’umano nella sua totalità: se Simmel ne affronta l’agire quotidiano dell’individuo e della società nella prospettiva filosofica e sociologica, Arendt prospetta nei suoi scritti una teoria politica derivante certamente dalle condizioni tragiche vissute di persona; Machiavelli non ha vissuto la tragedia del totalitarismo, ma sa raccontarla. Racconta il conflitto, le sue contraddizioni, il carattere tragico che ne consegue. L’uomo non è governato solo da “cose” amabili, anzi, è fondamentalmente egoista e inaffidabile, nonché ipocrita, poiché il conflitto è potenziato dalla forza del desiderio di avere ciò che appartiene agli altri. Gli umani mentono, ingannano, si auto-ingannano, sono dissimulatori, volubili, simulatori: complicato muoversi nella contingenza di una vita “precaria” e “artificiale”. Tra il simulare e il dissimulare gli uomini si ingannano reciprocamente in un tempo che divora l’uomo in una “contingenza di occasioni e di opportunità” che si rincorrono, a volte sfuggono, provocando inquietudini, conflitti irosi. Patologie che incarnano il Contemporaneo. Vita, conflitto, potere: superficialità e profondità si liquefanno, diventando così indistinguibili. Una contraddizione antropologica che il genere umano vive sin “dalla notte dei tempi”. Intrecci. Conflitto e potere. Il gioco è presto fatto. Rivolgendo lo sguardo alle opere del filosofo fiorentino si comprende il conflitto sociale e politico: un esempio potrebbe essere la relazione tra ‘principe’ e ‘popolo’ che non si configura “come un rapporto affettivo, basato sull’amabilità, la gentilezza e l’affabilità reciproca. Si tratta, infatti, di una relazione che non nasce per amore, ma per paura: la paura del principe, che teme che le congiure dei grandi lo porteranno alla rovina, e la paura del popolo, che ha timore di essere privato dei suoi beni”.

Vi dice nulla la “paura”? Paralizza. Offusca il pensiero. Crea il caos quando diventa ‘angoscia’ e comporta la tragedia. E di tragedie nella Storia si può narrare. Non per ultima quella globale che si sta vivendo dall’inizio del 2020: il “virus Covid-19”. Un “virus” che dimostra la tipologia dell’umano: specchio del comprendere sia sociale sia politico. Una vera e propria globalizzazione virale che richiede paradossalmente un protezionismo e un confinamento spazio-temporale con crollo repentino del “capitale”. A consolidare tale dramma: la guerra tra Russia, Ucraina, l’America, l’Europa. Il mondo. L’umano non cambia. Il potere. I conflitti. Le tragedie per i più. Alla vulnerabilità di massa, la crisi di allocazione della libertà nel tardo capitalismo finanziario dell’età della globalizzazione, le narrazioni che continuamente su di essa si sovrappongono e che manipolano o falsificano la realtà, il senso comune, e rimarca Remo Bodei quando “prosperano la diseguaglianza e la corruzione”, la posta in gioco è la “democrazia” che si mostra come un volto anemico, più consono alle debolezze e alla generale mediocrità degli esseri umani. Per comprendere qualcosa in più su ‘democrazia’, ‘comunicazione’ e ‘potere’ Habermas, filosofo tedesco, propone possibili risoluzioni delle contraddizioni tramite l’etica del discorso: un’originale concezione della democrazia che nei suoi aspetti descrittivi aiuta a comprendere meglio le società complesse, e nei suoi aspetti normativi quello scarto che continua ad esistere fra l’idea di democrazia compiuta cui facciamo riferimento e “le democrazie realmente esistenti”.

E così, il gioco consiste nel considerare ciò che è da ciò che appare. Tra realtà e possibilità. Tra ciò che è e ciò che non è.

A voi la decisione. Intanto, i giochi si giocano anche senza “attori” e sic stantibus rebus la storia si compie. Fra filosofia e politica perciò e storia della filosofia politica muovendo dal “conflitto” attraverso Machiavelli, il fil rouge della soggettività, dell’individualismo presto svelato risiede nel conflitto e il potere. Categorie che appartengono all’individuo, alla società, alla politica da sempre e ne stabiliscono le sorti delle Nazioni. La constatazione di ciò che è l’essere umano, la politica, il potere e di ciò che nella speranza messianica o utopica potrebbe rappresentare, in fondo l’uomo è anche virtuoso e addirittura libero e nell’attesa di acciuffare la “Fortuna” si potrebbe agire con responsabilità, abbandonando i “pensieri ciechi” (Bodei) e l’ozio vittimistico e paralizzante che più che constatare il “conflitto” lo sublima comportando la non conoscenza, la superficialità, che deviando l’agire umano lo indirizza verso una “tragedia della cultura e della vita”. Di converso, pensare la politica può significare anche far ricorso all’uso di un potere che “corrisponda alla capacità umana non solo di agire, ma di agire di concerto, perché si tratta, infatti, di un potere che non è mai proprietà di un individuo, appartiene a un gruppo e continua a esistere soltanto finché il gruppo rimane unito” (Arendt). Se il potere diventa un fatto strumentale, imposto dalla sola volontà di agire del singolo per il singolo, viene meno la capacità del potere di dialogare con la pluralità dei singoli e non ne può che conseguire un atto politico di violenza. La politica si svuota della sua autenticità.

Muovendo dalla disamina attorno alle forme dell’umano: ‘conflitto’ e ‘potere’, si può dedurre come riflessione conclusiva dall’arte del conflitto all’arte del potere, il pensiero e l’azione segnano un percorso indicando una direzione filosofica che risiede nell’arte del vivere, del ‘saper vivere’. Già Seneca lo insegnava: pensiero e azione in un unicum per apprendere appieno il senso della vita. Saper vivere e assumersi perciò la responsabilità di esserci per sé e per l’altro. Cercare sé stessi: la ricerca costante che guida Nietzsche sino alla fine dei suoi giorni. Una ricerca che consiste nella relazione per evitare di giungere a uno stato di pazzia e di isolamento. Il conflitto con sé e con l’altro si può comprendere e controllare nella reciprocità, nell’arricchimento di una relazione. Se pur con maschere, in verità: “tutto ciò che è profondo ama la maschera… a ogni spirito profondo cresce continuamente una maschera” (Nietzsche, Al di là del bene e del male). Ed è qui che si gioca la partita!?!

Alessandra Peluso


Articolo pubblicato sul mensile insieme di luglio-agosto 2022.