2022 09 messicousaSeimila ottocento chilometri. È la distanza approssimativa che intercorre tra il Brasilia e Montreal, città canadese e città più popolata della regione francofona del Québec. È proprio questo il tragitto che sta percorrendo Yakomi (nome di fantasia), giovane ragazzo venticinquenne. Un percorso comune a migliaia e migliaia di migranti su una delle rotte più lunghe e pericolose – ed al contempo meno conosciuta – del fenomeno migratorio mondiale. Al momento si trova a Tijuana, città messicana sul confine con gli Stati Uniti, dove ha trovato assistenza nella Casa del Migrante retta dagli scalabriniani. Yakomi racconta la sua storia travagliata a Marianna, giovane ragazza della nostra comunità italiana in Svizzera, partita per un’esperienza di volontariato.

“Era da tempo che volevo andarmene da Haiti. È un’isola bellissima, la terrò sempre nel cuore come porto nel cuore la mia famiglia che purtroppo ho dovuto lasciare lì. Ma la vita era diventata insopportabile.
Con la crisi politica, sociale e istituzionale il mio paese è ormai allo sbando. Già prima della pandemia era considerato uno dei paesi più poveri del mondo, ora la situazione è solo peggiorata. Inoltre, il vuoto di potere sta creando insicurezza e instabilità anche nella società civile, con sempre più scontri tra bande armate. Ecco perché ho deciso di fuggire.
Sono riuscito a raggiungere Brasilia in volo, grazie alla sorella di mia mamma che abita proprio nella capitale brasiliana. Sono rimasto lì circa due settimane, poi ho ripreso il viaggio. Una gran parte del tragitto in Sudamerica l’ho percorso grazie a passaggi di fortuna, facendo autostop o racimolando qualche soldo per un biglietto del treno. Non è stato per nulla facile: oltre alle difficoltà di un viaggio del genere ho dovuto combattere la paura di non farcela, l’ignoto, la nostalgia, il senso di colpa per aver lasciato i miei cari ad Haiti.
E l’ostilità della popolazione locale. In alcuni stati sudamericani che attraversavo le persone non potevano darmi un passaggio perché, nel caso in cui fossero stati scoperti, sarebbero andati incontro a severe sanzioni.
Grazie a Dio, ho sempre trovato qualcuno che mi allungava un tozzo di pane.
A piedi ho superato le montagne, attraversato foreste, guadato fiumi. Sono tante le esperienze forti che ho vissuto, sia emotivamente che fisicamente. Ricordo ancora il grido di quella donna incinta, quando è scivolata ed è caduta nella scarpata. Non c’è stato più nulla da fare. Un grido di paura e dolore che mi ha lacerato, penetrando diritto al cuore.
Nonostante tutte le fatiche e le sofferenze, mai i miei pensieri si fecero tanto bui come in quei giorni che ho passato nella foresta tra Colombia e Panama. Tappo di Darién, lo chiamano. Forse proprio perché sembra ti chiudi ogni via di fuga. Animali selvaggi pericolosi, malattie debilitanti e potenzialmente mortali, mancanza di acqua potabile. A cui si aggiungono le bande armate di trafficanti di droga e i soldati di frontiera, troppo spesso corrotti, che richiedono dazi o violentano donne e bambini. Un inferno verde nel paradiso turistico dei tropici.
Insieme a me camminavano famiglie e altre persone singole provenienti un po’ da tutto il subcontinente a cui si sono aggiunte, man mano, persone provenienti da El Salvador, Guatemala, Honduras. Quando sono arrivato al confine tra Messico e Stati Uniti, mi sembrava un sogno. Un sogno che si è interrotto man mano che si concretizzava davanti ai miei occhi quel muro inseparabile che divide i due paesi. Un muro di mattoni e ferro spinato, ma anche di diffidenza, razzismo, discriminazione, inumanità. A Tijuana ho trovato rifugio presso la Casa del Migrante, retta dagli scalabriniani e dai preziosi volontari. È stato come trovare un’oasi di pace in mezzo al Sahara. I volontari ci ascoltano, ci danno supporto morale e materiale, assistenza medica e cercano di farci integrare nella società messicana. Io però voglio attraversare la frontiera, trovare l’America, quella vera, quella fatta di auto di lusso, di soldi a palate, di Las Vegas e New York.”

La storia di Yakomi è una storia di fantasia ma verosimile, un mosaico di esperienze vissute dagli ospiti della Casa di Tijuana, riportati dalla nostra volontaria Marianna. Sono in molti a giungere lì inseguendo il sogno americano, dopo un viaggio durato mesi. Ma attraversare quel muro illegalmente equivale ad autocondannarsi: una volta arrestati si viene schedati e rimpatriati. Da quel momento in poi, sarà impossibile anche solo chiedere un visto turistico per entrare nel paese a stelle e strisce. Si resta così, sospesi sulla linea di una frontiera, in un limbo di momentanea serenità e di incertezza.

Luca Panarese & Marianna Cascini


Articolo pubblicato sul mensile insieme di settembre 2022.