2022 11 tempoprezioso1A colloquio con il dott. Franco Tanzi, medico geriatra di Lugano

Siete mai entrati in una chiesa e vi siete interrogati sulle immagini di morte raffigurate sugli affreschi? Teschi e scheletri si ritrovano spesso in rappresentazioni tardo-medievali e spesso ci fanno impressione: non siamo più abituati a confrontarci con la morte e con la sofferenza nel nostro quotidiano o, al massimo, solo nella sfera strettamente privata. Ne abbiamo parlato con il dott. Tanzi, che ringraziamo nuovamente per la sua gentile disponibilità.

Se in passato sofferenza e morte erano molto presenti nella quotidianità delle persone, oggi abbiamo quasi l’impressione che queste siano accantonate, che si eviti di parlarne. Perché, secondo Lei, abbiamo tanta difficoltà a parlarne apertamente?

Da decenni la morte - ma in genere la sofferenza - viene delegata alle istituzioni sanitarie e così facendo esiliata nelle strutture ospedaliere e negli istituti di cura, al di fuori del contesto della vita sociale. Oggi, contrariamente al passato, meno del 10% della popolazione muore in modo improvviso e imprevisto, mentre fra le “morti attese” più dell’80% delle persone decede in una struttura sanitaria e solo il 19% a domicilio. Così facendo l’esperienza del fine vita viene affidata agli “specialisti” e nascosta ai più: con questo si rischia di isolare il malato terminale e soprattutto di contribuire a perdere quell’aspetto educativo che comporta la malattia per il morente, per i familiari e per gli amici. E se parlo dell’aspetto educativo della morte intendo con questo che ogni esperienza di sofferenza rinvia alla nostra fine e ci obbliga ad una riflessione sulla nostra persona: chi siamo, da dove veniamo e soprattutto dove andremo. Ogni uomo porta dentro di sé, magari anche inconsapevolmente, il desiderio di una vita senza fine: questo appartiene alle esigenze ed evidenze depositate nel nostro più intimo, laddove alberga il senso religioso di ogni uomo. Ma per prenderne atto occorre fare un lavoro su noi stessi, un’introspezione anche faticosa che necessita una messa in comune e condivisione in cerca di risposta. Ed è quanto si sono proposte le religioni offrendo ipotesi e promesse.

Ma solo il Cristianesimo poggia su un Dio fatto uomo che condivide fino alla morte il nostro destino. Gesù, infatti, è un ponte fra il cielo e la terra e attraverso di Lui si sale e si scende. Ma l’uomo moderno e la società secolarizzata sono distratti dal compiere questo percorso riflessivo, tanto sono attratti dai propri progetti di potere e di piacere.

Il suo lavoro la porta a vivere “a stretto contatto” con la morte. Non deve essere facile, dal lato umano, comunicare con chi presto lascerà la nostra terra e con i suoi parenti.

Sono stato attivo per quasi 20 anni, e fino al 2017, quale corresponsabile del Centro di geriatria acuta della Clinica Moncucco a Lugano. La pazientela che accoglievamo aveva un’età media oltre gli ottant’anni e spesso ospedalizzavamo persone molto anziane in fin di vita per cure palliativo-terminali. Miravamo sempre, quando vi erano i presupposti logistici ed assistenziali così come il desiderio del malato, a favorire il rientro a domicilio, purché la situazione clinica fosse stabile e compensata. Infatti, sul nostro servizio la percentuale di decessi raramente oltrepassava il 10%. Ma avevo certamente il “contatto con la morte” e questo portava quasi sempre ad uno scambio con la famiglia e, più prudente per rispetto del suo stato, con il paziente. Infatti, quest’ultimo andava incoraggiato a parlarne fornendogli dei suggerimenti indiretti (del tipo “cosa pensa del suo stato di salute? Si sente di parlarne? Ha qualche sensazione al proposito? Sente di aver bisogno di un sostegno psicologico o spirituale?”), mai invece con domande dirette e incisive. Occorre sempre rispetto per il vissuto soggettivo del paziente e per i suoi tempi di elaborazione. La fase terminale della malattia deve essere interpretata come un tempo prezioso della vita, un’occasione di preparazione alla “consegna” della vita al Mistero che l’ha generata, rispettivamente a Dio Padre per un nuovo inizio al suo cospetto. La vulnerabilità, il limite, la malattia, la sofferenza sono dunque intimamente connessi al vivere: siamo noi che nei tempi moderni ce ne siamo scordati, presi dagli affanni del lavoro, dalle ambizioni, dal piacere…

È emblematico che in un tempo in cui i bisogni fondamentali sono più che soddisfatti (alimentazione, abitazione, sicurezza, salute …) non vi sia più la disponibilità a conservare il sentimento di vulnerabilità connesso alla malattia, alla sofferenza, alla morte.

Sentimenti che però affiorano prepotenti dalla rimozione in cui li avevamo riposti al minimo accenno di fragilità e sofferenza.

Il fine vita è un periodo particolare. Come si accompagnano i pazienti dal punto di vista medico, psicologico e spirituale? Come si accompagnano i familiari?

Il paziente terminale necessita innanzitutto di presenza e rassicurazione.

Da una parte non vuole sentirsi abbandonato (e quante volte, non sapendo come comportarci, evitiamo di visitarlo, magari per schivare domande difficili o discorsi che ci rimandano alla nostra debolezza), d’altra parte teme la sofferenza e il processo stesso della morte. Il dolore è la sensazione sgradevole che fa seguito ad uno stimolo sensoriale sproporzionato (vedi un trauma che si differenzia da una carezza), la sofferenza, invece, può essere senza dolore fisico ed è un’entità che coinvolge primariamente la sfera psicologica ed emotiva: in realtà la maggior parte della nostra sofferenza non ha nulla a che fare con il dolore.

È indotta da emozioni negative come tristezza, depressione, o da situazioni come solitudine, angoscia, ecc. Da quanto detto si capisce bene che il malato terminale spesso presenta contemporaneamente dolore e sofferenza ed entrambe le manifestazioni devono essere riconosciute ed affrontate con la sua partecipazione. E qui ci aiutano le conoscenze e le competenze della medicina palliativa che mira alla qualità di vita nelle sue componenti fisica, psicologica, sociale e, non da ultima, spirituale. La conoscenza del paziente aiuta molto ad instaurare un clima di fiducia e di comprensione interiore, consente di stringere quella che chiamiamo un’alleanza terapeutica, cioè decidere insieme le misure che si impongono, adattandole all’evoluzione della malattia e dei sintomi.

E nel dialogo che inizialmente parte dalle necessità più stringenti (dolore, alimentazione, fiducia, confort, …) si scende progressivamente, se il paziente lo desidera, ad affrontare il suo vissuto psicologico ed esistenziale, fino alla spiritualità che spesso emerge nella consapevolezza della sacralità della vita. E in questa azione il medico non è solo: concorrono ad accompagnare il paziente le professioni paramediche (in prima linea le infermiere), se del caso lo psicologo e sovente l’assistente spirituale che da noi è il cappellano ospedaliero portatore di una formazione specifica.

2022 11 tempoprezioso2I familiari necessitano spesso, oltre che di informazione sulla dinamica della malattia, di supporto e concertazione. Se da parte nostra, conoscendoli e dialogando, possiamo ottenere noi stessi utili informazioni sulla persona del malato, da parte loro necessitano di sostegno e consiglio a fronte spesso di decorsi lunghi e complessi che portano ad esaurire le proprie forze di presenza e compagnia. È utile pianificare incontri regolari, possibilmente con uno o pochi membri della famiglia, responsabili poi di distribuire le informazioni agli altri componenti. E poi concordare con le rispettive esigenze (del malato, dell’istituto di cura e della famiglia stessa) gli orari di visita e di presenza, adattandoli ad ogni situazione particolare.

Immagino che durante la sua lunga carriera medica Lei abbia assistito tante persone durante le loro ultime ore. Ci racconta un’esperienza che l’ha colpita particolarmente?

Ricordo con commozione la morte di un caro amico di mio papà, un suo collaboratore che ho curato durante molti anni. Quel giorno mi decido di andare a trovarlo a casa sua, al di fuori di una visita programmata: sapevo che declinava progressivamente e passava il tempo prevalentemente a letto, assistito amorevolmente dalla figlia e dal personale dell’aiuto domiciliare. Mi riceve a casa la figlia e mi accompagna in camera: riesco a salutarlo e gli stringo la mano. Mi accenna un sorriso, non riesce ad esprimersi, lentamente chiude gli occhi e si abbandona alla morte...

Sono convinto che la mia presenza lo ha rassicurato e ha potuto morire in pace sapendo che la figlia non era sola nel momento della perdita del padre.

Per me una conferma ulteriore che il malato terminale sente la fine della vita e si “consegna” in pace al Mistero, purché non sia sfigurato dalla sofferenza e sia certo di affidare i familiari ad una compagnia.

Intervista al dott. Franco Tanzi, a cura di Luca Panarese


Articolo pubblicato sul mensile insieme di novembre 2022.