2022 11 rivoluzioneSi può morire per una ciocca di capelli fuori posto? Mahsa Amini era una giovane iraniana di 22 anni, figlia di una famiglia di etnia curda. Il 16 settembre scorso si trovava a Tehran dove insieme ai genitori si era recata in vacanza, ed è lì che ha trovato la morte. Una ciocca di capelli scivolata fuori dal foulard, la Gasht-e-Ershad (polizia morale) che la ferma, come da anni fa con le donne che ritiene non rispettose del codice di condotta morale nel vestire, la trascina in un commissariato da dove uscirà in coma. Spirerà in ospedale dopo tre giorni per i colpi violenti infertile alla testa e al corpo.

Si può diventare simbolo di una ribellione proprio malgrado? L’uccisione di Mahsa Amini ha rappresentato la classica goccia che fa traboccare un vaso pieno fino all’orlo di rabbia, esasperazione, frustrazione di una popolazione che da più di 40 anni vive sotto un regime di repressione e terrore, un sistema che entra all’interno della vita privata di ogni singola persona strangolandone la libertà di azione e pensiero. Fin dall’inizio dell’ascesa al potere del defunto Ruhollah Khomeini, fondatore della Repubblica Islamica, manifestazioni di protesta si sono succedute nel paese, soprattutto con la richiesta di riconoscimento dei diritti umani, civili, sindacali e, prima tra tutti, delle donne.

Proprio sulla questione dei diritti delle donne vorrei soffermarmi e sul senso della rivolta contro l’obbligo del velo che continua a incendiare le strade non solo della capitale e dei maggiori capoluoghi ma anche dei centri più piccoli, nonostante la spietata repressione messa in atto dai tanti apparati esistenti che ha causato già più di 200 morti e migliaia di arresti.

Il 7 marzo 1979 Khomeini emetteva il decreto per cui tutte le donne iraniane a prescindere dalla propria appartenenza religiosa o etnica, avrebbero dovuto indossare l’hijab, il codice di vestiario che obbliga l’osservanza di coprire i capelli e celare le forme del corpo. Il giorno dopo, 8 marzo giornata internazionale della donna, cento mila iraniane di tutte le età, estrazione sociale e credo religioso manifestavano contro tale imposizione.

Poco più di un anno dopo, quando già in Iran erano in atto gli arresti segreti di attivisti e oppositori, sempre Khomeini nel corso di un sermone tuonava: il riflesso del sole sui capelli delle donne è uguale al riflesso delle fiamme dell’inferno. Lo ricordo perfettamente perché lo ascoltai in televisione sottotitolato in inglese e ne fui scioccata. Da quel giorno la repressione contro le donne e contro il popolo tutto, l’intrusione degli apparati di sorveglianza nella vita di ogni singola persona, le torture e le esecuzioni non si sono più fermate.

La Repubblica Islamica fondata da Khomeini e portata avanti con lo stesso rigore da Khamenei ha fatto della misoginia e della repressione delle donne il pilastro fondante della propria sopravvivenza. Alcuni esperti nostrani negli anni hanno proposto analisi, chi per ingenuità chi per colpevole condiscendenza se non addirittura complicità ideologica, che tale sistema patriarcale e dittatoriale potesse essere riformato con qualche concessione alle persone. Parametri occidentali applicati su un contesto complesso quale quello iraniano. Nessun governo “riformatore” ha mai operato per far deflagrare la struttura su cui si basa la Repubblica Islamica dell’Iran, ovvero la supremazia della “guida suprema”: avrebbe significato la fine di tutti coloro hanno contribuito a costruire e mantenere tale sistema.

In questi anni si sono succedute manifestazioni contro il carovita, la corruzione, per la mancanza d’acqua, per le decisioni sul Covid… e le donne sono sempre state in prima fila con il loro rusari (foulard) scostato sulla testa o abbandonato sulle spalle. Consapevoli del loro ruolo.

Mahsa Amini non è la prima a morire per “bad hejabi”. Ma il motivo della sua uccisione ha dato slancio alle tante rivendicazioni delle persone in Iran.

Le iraniane hanno occupato completamente la scena, nelle tante università e nelle scuole dove le ragazze affrontano impavide gli sgherri del regime. Nelle piazze, per le strade.

E gli uomini di qualsiasi età ed estrazione sociale sono con loro. Non contro l’Islam, ma contro il regime.

Gridano marg bar diktator (morte al dittatore) e molte di loro sono musulmane osservanti. Pretendono il diritto di scegliere come vestire perché è il cammino per arrivare al raggiungimento delle tante altre libertà e diritti, lo vogliono strappare dalle mani dei clerici. Per questo bruciano il velo e si tagliano i capelli in segno di lutto.

Ciò che sta accadendo in Iran ha una valenza politica potente: attraverso la liberazione delle donne passa la liberazione di tutto il paese dalla repressione e l’oscurantismo. Al nome di Mahsa Amini si vanno aggiungendo quelli di tante altre sue connazionali. Al grido di “Donna, Vita, Libertà”, Zan, Zendeghi, Azadi.

Patrizia Fiocchetti


Articolo pubblicato sul mensile insieme di novembre 2022.