2023 01 sansabbiaIl 27 gennaio ricorre la Giornata della Memoria, in commemorazione delle vittime dell’olocausto. Una macchia indelebile nella storia dell’umanità intera. Lo scorso settembre ho visitato per la prima volta il memoriale della Risiera di San Sabba, l’unico campo di concentramento e di sterminio sul territorio italiano.

Due muri in cemento alti cinque metri. In mezzo, un lungo corridoio. Un passaggio angusto che incute quasi timore, riverenza. Nessuno imboccherebbe quel passaggio in questa bella mattinata di fine settembre, con il sole ancora estivo che non sembra voler cedere il passo all’autunno. Nessuno sceglierebbe di percorre quei metri rinchiusi tra due alti muri in cemento, non fosse per un piccolo cartello appeso all’ingresso del corridoio: ingresso al memoriale.

Ripongo il timore in un angolo del mio corpo ed entro nel passaggio. In fondo, è solo un corridoio. Sento i miei passi riecheggiare sul freddo cemento. Sarà solo un’impressione causata dalla prospettiva e dalla soggezione, ma i muri sembrano alzarsi sempre di più, fin quasi a rinchiudersi sopra la mia testa senza lasciarmi altra via di fuga se non quella di proseguire verso quel portone che pare aprirsi in fondo al tunnel. Tornare indietro non è contemplabile. Vi assicuro, la sensazione di costrizione, di soffocamento e di angoscia è vera e tangibile per chiunque.

Giungo finalmente alla fine del tunnel e si apre di fronte a me il cortile interno di quello che un tempo fu un luogo dedito alla lavorazione del riso, poi casolare abbandonato ed infine… l'unico campo di concentramento e di sterminio presente sull’odierno territorio italiano: la Risiera di San Sabba a Trieste.

La costruzione del plesso risale al 1898, quando fu costruito come luogo per la lavorazione del riso (da cui il nome di risiera). Terminata la produzione di riso nel primo Novecento, i locali dismessi furono abbandonati. Quando, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, i nazisti occuparono la penisola e instaurarono al nord la Repubblica di Salò, il territorio del Friuli-Venezia Giulia e quello del Trentino-Alto Adige vennero annessi direttamente al Terzo Reich. Trieste era quindi occupata dalle truppe naziste e posta sotto la diretta giurisdizione della Germania. Le truppe naziste di istanza a Trieste occuparono i locali abbandonati della risiera trasformando il plesso in campo di prigionia per militari italiani, per avversari politici, per ebrei e per partigiani italiani e iugoslavi.

La Risiera di San Sabba non è l’unico campo di prigionia e di concentramento in Italia: campi di concentramento sono stati istituiti in tutta la penisola quando Mussolini era ancora al potere e quindi con la piena complicità dei fascisti italiani. In questi campi erano solitamente imprigionati avversari politici o ebrei. Durante gli ultimi anni di guerra nella Repubblica di Salò, gli ebrei italiani venivano provenienti dai vari campi di concentramento locali venivano condotti in un campo nazionale sorto a Fossoli, in provincia di Modena, da dove partivano i convogli ferroviari diretti in Germania. Ma allora perché la Risiera di San Sabba rappresenta un caso unico? Il caso del campo di prigionia di Trieste è unico sull’odierno territorio italiano perché era l’unico campo sotto giurisdizione nazista e in cui venivano uccise sistematicamente centinaia di persone. L’unico campo di sterminio sull’attuale suolo nazionale.

Vi assicuro che visitare il memoriale della Risiera di San Sabba è un’esperienza che non si dimentica facilmente. Già solo entrare nei grandi locali dove dormivano i militari italiani catturati dopo l’armistizio dà l’impressione di rivivere le loro giornate. E i prigionieri militari erano privilegiati: erano costretti a lavorare nella fabbrica tessile che i nazisti avevano organizzato al primo piano della risiera e che produceva indumenti per i soldati nazisti. Il cuore diventa sempre più pesante nel passare davanti alle microcelle in cui erano rinchiusi gli avversari politici e partigiani per mesi interi e nel leggere i graffiti presenti nella stanza della morte, dove venivano ammassati i condannati.

Al centro del cortile interno, piastre di marmo delimitano un perimetro rettangolare. Qui sorgeva il garage in cui venivano uccise, sistematicamente, centinaia di persone. Capannone poi distrutto dai nazisti in fuga. In un angolo del cortile si staglia verso il cielo una struttura in metallo nero, posta dove una volta sorgeva la ciminiera del forno crematorio. Una spina indelebile nella Storia, che serva a non farci dimenticare l’orrore di cui è capace l’umanità. Che serva a farci gridare con la forza dell’animo: mai più.

Luca Panarese


Articolo pubblicato sul mensile insieme di gennaio 2023.