Nell’ultimo numero di Insieme vi abbiamo proposto una prima parte dell’interessante intervista condotta da p. Antonio Grasso al generale degli Scalabriniani p. Leonir Chiarello durante la sua visita pastorale in Svizzera. Nella seconda parte p. Leonir si è soffermato in particolare sul concetto di “Famiglia Scalabriniana”, un termine inclusivo e con una forte prospettiva di pace.

2023 01 generalescalabrinianiParlando di Famiglia scalabriniana, mi verrebbe da citare quell’episodio in cui Gesù risponde alla madre e ai fratelli che vanno a trovarlo con le parole “chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Coloro che compiono la volontà di Dio”. In quel momento Gesù ha allargato il concetto di famiglia. Forse è arrivato il momento anche per noi di allargare il concetto di “Famiglia Scalabriniana” a chiunque condivida lo spirito di Scalabrini, religioso o laico, cattolico o di altra religione?

Questa riflessione ci sta accompagnando da tempo: la Famiglia scalabriniana non è più composta unicamente dai tre istituti, ma anche da tanti laici. Quando il Santo Padre ha proposto la canonizzazione di mons. Scalabrini, lo ha definito come il pastore, il sacerdote che si è interessato alla sua realtà, alla realtà dei suoi parrocchiani della provincia di Como. Ha poi parlato del vescovo di Piacenza, che si rende conto che i suoi parrocchiani abbandonano il territorio per tentare la fortuna altrove. È in quel momento che Scalabrini si rende conto che il concetto stesso di parrocchia va allargato oltre i suoi meri confini geografici, come va allargato il concetto di Chiesa e di Famiglia.

La canonizzazione di Scalabrini ha risvegliato il suo sogno: vedere dietro al fenomeno sociale della migrazione un piano di Dio, ovvero la realizzazione del progetto divino di creare una comunità al di là delle frontiere. Il piano di Dio è quello di realizzare la comunione tra uomini di buona volontà, una comunione nella diversità. Comunione che va sicuramente ricercata anche con non-cattolici e non credenti che sono ispirati dalla visione scalabriniana.

Proprio a questo proposito vorrei ricordare che durante l’anno scalabriniano abbiamo organizzato diversi incontri e riunioni anche con organizzazioni internazionali. La visione di Scalabrini si è sempre dimostrata una valida strada da seguire, un progetto di famiglia, di fraternità, che va oltre alle appartenenze di sangue, all’appartenenza nazionale o religiosa.

“La fede va oltre i confini, – scriveva San Paolo – la fede è un invito di Dio a tutti”. Credo che la canonizzazione di Scalabrini abbia risvegliato ancor di più l’interesse per la migrazione: l’emigrazione mostra all’umanità la necessità di risolvere alcuni aspetti economici e politici. Riprendendo un’immagine di San Paolo, la Chiesa va considerata come un unico corpo, di cui fanno parte anche i migranti. Un corpo che non può funzionare senza tutte le sue parti.

Quali possono essere i risvegli positivi nella Chiese territoriali?

Seguendo il messaggio di Scalabrini, il migrante non è semplicemente qualcuno che viene e che diventa destinatario della carità e della solidarietà della Chiesa locale. Il migrante è parte integrante del corpo della Chiesa che arriva nella realtà diocesana e che va sicuramente aiutato, ma che al contempo arricchisce il corpo della Chiesa stessa. Se guardiamo le realtà dei migranti in diverse zone del mondo, questi sono spesso stati fondamentali nella costruzione di strade, ponti e infrastrutture. Allo stesso modo hanno contribuito allo sviluppo del corpo della Chiesa. Ancora oggi la presenza dei migranti arricchisce la Chiesa con una nuova visione ed aiuta le Chiese locali a non considerare la Chiesa come un gruppo omogeneo, bensì come una comunione nella diversità.

Come organizzare la convivenza fraterna ecclesiale sul territorio? Questa è la grande sfida a cui dovranno pensare le Chiese locali. A questo proposito mi piace ricordare le parole di Papa Paolo VI che disse “alla mobilità delle persone corrisponde la mobilità della Chiesa e non solo la mobilità geografica ma anche quella strutturale.” Scalabrini aveva già avuto questa visione, quando disse “a fenomeni nuovi, organismi nuovi”. Per riprendere l’immagine del corpo, potremmo dire che, quando un bambino cresce, ha sempre bisogno di nuove scarpe, nuovi vestiti, che si adattino meglio al corpo in crescita.

Questo è quello che dobbiamo fare oggi: ri-adattarci alla nostra identità. Perché l’identità non è una realtà radicata nel passato ma in continuo movimento. E allora chiediamoci: chi sono, oggi, i cattolici a Berna?

Durante la celebrazione della canonizzazione di Scalabrini in piazza San Pietro non è passata inosservata la grande presenza di vescovi e di cardinali responsabili di diocesi. Questa nutrita presenza della Chiesa territoriale può essere vista come un segno del fatto che il tema migratorio non è più un tema solo scalabriniano?

La canonizzazione e la sua attualità pone la Chiesa locale guidata dal vescovo davanti a delle responsabilità.

La presenza di tanti vescovi e sacerdoti conferma che questa riflessione è stata colta da molti rappresentanti della Chiesa, che cercano di dare una risposta alla domanda crescente di una pastorale rivolta ai migranti.

Questa pastorale non deve più essere prerogativa di singole congregazioni ma dovrebbe concernere la Chiesa in toto.

Ci si è già iniziati a muovere in questa direzione. In particolare, ha suscitato il mio interesse il gran numero di vescovi giunti dall’India per condividere questo carisma e per pregare affinché anche la Chiesa indiana prenda questa direzione. Altri vescovi mi dicevano, una volta terminata la celebrazione, di riconoscere la necessità di lavorare come Chiesa locale insieme alla Famiglia scalabriniana.

E questi vescovi indiani ci chiedono una mano per individuare risposte adeguate e ci interpellano in quanto esperti della pastorale migratoria.

Eccola, di nuovo, la nostra responsabilità di Scalabriniani! Mi piace pensare che Scalabrini, che in vita avrebbe tanto voluto andare missionario in India senza mai poterlo fare, ora ci andrà da Santo.

La canonizzazione di mons. Scalabrini apre la speranza ad altri cammini di santità. Ci sono altre cause di beatificazione o di canonizzazione in corso all’interno della Famiglia scalabriniana?

Scalabrini è stato un uomo santo. Già vita natural durante covava il profondo desiderio di vivere nella santità.

D’altronde, appartiene ad una generazione di importanti santi fondatori come Don Bosco e Francesca Cabrini. All’interno della nostra Famiglia, al momento, annoveriamo altri personaggi che profumano di santità, tutti ispirati da mons. Scalabrini: il servo di Dio Giuseppe Marchetti e la sorella beata Assunta Marchetti. Non dimentichiamoci poi di padre Tarcisio Rubin, che ha passato un breve periodo anche qui a Berna. In Argentina questo missionario scalabriniano ha lasciato una grandissima testimonianza di vita e di santità, seguendo le orme del nostro fondatore.

Resta poi da ricordare un aspetto fondamentale, che anche papa Francesco continua a sottolineare: i santi della porta accanto. Con la visita canonica ho avuto la fortuna di poter dialogare con tutti i confratelli sparsi per il mondo e posso dire che, nella nostra congregazione, abbiamo santi della porta accanto. Davvero. Che siano missionari, suore o semplici laici. La canonizzazione ha risvegliato il desiderio di continuare le cause di beatificazione e di canonizzazione in corso ma anche il personale cammino verso la santità di ognuno di noi, perché tutti siamo chiamati alla santità.

La nostra rivista Insieme è rivolta alle Missioni Cattoliche di Lingua Italiana della zona. Queste Missioni sono in continuo cambiamento, non sono più missioni prettamente nazionali ma comunità linguistiche, accomunate dal linguaggio come espressione di fede. All’interno delle comunità troviamo italiani, ticinesi, croati italofoni, ma anche partner e figli di altre lingue, culture, religioni. Siamo una grande comunità. Le chiediamo, padre, per concludere, un augurio per il nostro giornale.

L’aspetto linguistico delle comunità è fondamentale. Anche Dio utilizza un linguaggio per rivelarsi all’umanità e per comunicare con ognuno di noi. Così anche noi, se vogliamo trasmettere il progetto di Dio e il sogno di Scalabrini, dobbiamo farlo attraverso la vita e attraverso la parola.

Parola che sia orale o scritta, come la vostra rivista. L’augurio per la vostra rivista scaturisce quindi dalla considerazione che il linguaggio non si limita a descrivere la realtà, ma la plasma e la costruisce. Lo ha detto più volte anche Papa Francesco di fare attenzione, perché la lingua è uno strumento molto potente che può distruggere ma anche costruire molte cose. Auguro quindi che la rivista continui ad essere uno strumento che trasmetta un linguaggio di fraternità, di inclusione. Siamo tutti parte di un corpo, il corpo della Chiesa, che può e che deve entrare in comunione con gli altri. Le braccia possono distruggere e costruire, così come la mente, così come anche la lingua. Che il linguaggio si incroci con quello di altre culture e possa essere strumento di comunione e fraternità per costruire una casa comune per noi, fratelli tutti.

Intervista a p. Leonir, a cura di p. Antonio Grasso


Articolo pubblicato sul mensile insieme di gennaio 2023.