Giornata Mondiale del Migrante e Rifugiato

Condividiamo il nuovo video di Papa Francesco in vista della 108a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato (GMMR) che si celebrerà domenica 25 settembre 2022.
Il Santo Padre approfondisce il sottotema “Un futuro per tutti e tutte” e ci coinvolge con una domanda diretta: Cosa significa mettere al centro i più vulnerabili?.


2022 03 giovani1Da febbraio 2020, il Covid-19 ha repentinamente cambiato la vita all’intera popolazione globale, con importanti ripercussioni sul benessere psicosociale dell’intera collettività. Tutti noi, infatti, ci siamo ritrovati in una progressiva condizione di allarme, a causa di un virus che ci ha allontanati gli uni dagli altri, costringendoci a rimanere chiusi in casa. Inizialmente, mossi dalla paura e dalla inesperienza, la prova più grande da superare è stata imparare come disinfettare nel modo corretto le mani, salutare le persone con il tocco di un gomito, tenere sempre la mascherina, mantenere le distanze e tanto altro.

In realtà la reale e cruda sfida alla quale siamo stati costretti è la capacità di adattamento. Il Covid-19 ci ha costretti a rivedere il nostro concetto di libertà, a rinunciare a ciò che sembrano essere le cose più ovvie come: abbracciare un amico o un familiare, riorganizzare la nostra routine, combattere con la voglia di rimanere tutto il giorno in casa. Abbiamo dovuto sopportarci e supportarci all’interno delle nostre quattro mura domestiche, che ormai erano diventate il nostro mondo, in attesa del “bollettino” del giorno, in cui si parlava di numeri, che facevano impressione solo quando ti fermavi a pensare che quel numero erano persone, genitori, fratelli, amici, che non c’erano più e che non potevano essere neppure salutati un’ultima volta. Se ci chiedessero di sintetizzare gli ultimi due anni con una parola, probabilmente penseremmo alla “paura”. La paura di leggere l’esito di un tampone, di contagiare i propri cari o addirittura la paura di morire. Da una routine fatta di famiglia, lavoro e progetti personali, molti si sono ritrovati a dover fare i conti con un profondo senso di angoscia costante e di incertezza per il futuro. La paura del contagio ha portato, inoltre, a ridurre drasticamente i rapporti sociali e se da una parte i lockdown sono stati necessari, dall’altra hanno creato situazioni estremamente difficili da gestire, sia dentro che fuori casa, soprattutto per i più giovani.

Questi, dimenticati come categoria, oltre a soffrire il peso dell’isolamento sociale, sono stati, anche, molto colpevolizzati di essere portatori del virus e di essere incuranti rispetto alla gravità della situazione, ritenendoli in una fase iniziale untori e responsabili dell’aumento dei contagi.

In realtà, la pandemia sta avendo forti ripercussioni che rischiano di influenzare quindi, i giovani? Sono stanchi, incerti, preoccupati, irritabili, disorientati, nervosi, apatici e scoraggiati. Aumentano l’ansia, la depressione, le forme di autolesionismo e le dipendenze comportamentali, come quelle da gioco d’azzardo, dai videogiochi e dalla pornografia. I giovani stanno male, e non per le solite crisi esistenziali che caratterizzano la giovinezza, ma perché un ospite inquietante, il nichilismo (cfr. Galimberti Umberto), si aggira tra loro, penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti, indebolisce la loro anima e intristisce le passioni privandole dell’energia vitale.

Non dite ai vostri figli o nipoti “ai miei tempi”. I nostri tempi erano fortunatissimi, il futuro era lì ad aspettarci. Per loro non è così. - Umberto Galimberti

Le famiglie si allarmano, la scuola non sa più cosa fare, solo il mercato si interessa di loro per condurli sulle vie del divertimento e del consumo, dove ciò che si distrugge non sono tanto gli oggetti che di anno in anno diventano obsoleti, ma la loro stessa vita, che più non riesce a proiettarsi in un futuro capace di far intravedere una qualche promessa.

Il presente diventa un assoluto da vivere con la massima intensità, non perché questa procuri gioia, ma perché promette di seppellire l’angoscia di fronte al nulla e al vuoto che li pervade e li affoga.

Vivono di notte perché di giorno la loro voce è ignorata, nessuno li coinvolge, li chiama, li fa sentire risorse invece di problemi. Pur di non assaporare la loro inutilità sociale, preferiscono rifugiarsi nella notte, nella musica sparata nelle orecchie o peggio bevono, si drogano e finiscono per dormire fino a mezzogiorno perché così si creano un’anestesia dal dolore verso il futuro che preferiscono non guardare.

Interrogati, non sanno descrivere il loro malessere perché hanno, ormai, raggiunto quell’analfabetismo emotivo che non consente di riconoscere i propri sentimenti e soprattutto di chiamarli per nome. Non si domandano più sul senso della sofferenza propria o altrui, come l’umanità ha sempre fatto, ma sul significato stesso della loro esistenza, che non appare loro priva di senso perché costellata dalla sofferenza, ma al contrario appare insopportabile perché priva di senso. Tanta è la solitudine e la convinzione che non ci si salva se non da soli, magari attaccandosi, nel deserto dei valori, a quell’unico generatore simbolico di tutti i valori che nella nostra cultura si chiama denaro.

Nietzsche definisce il nichilismo come:

  • Manca lo scopo, per cui il futuro non è una promessa, ma si offre come un paesaggio imprevedibile che, oltre a non motivare, paralizza l’iniziativa e spegne l’entusiasmo tipico della giovinezza;
  • Manca la risposta al “perché?”, perché devo stare al mondo? Che significa chiedersi: “ma che ci sto a fare in un mondo che non mi considera, che non mi chiama per nome, che mi vive non come una risorsa ma come un problema, che mi induce a dormire fino a mezzogiorno e a vivere di notte, per non assaporare di giorno e ogni giorno la mia assoluta inutilità sociale?”

2022 03 giovani2Va da sé, che quando il disagio non è del singolo individuo, ma l’individuo è solo la vittima di una diffusa mancanza di prospettive e di progetti, è ovvio che risultano inefficaci le cure farmacologiche cui oggi si ricorre fin dalla pri- ma infanzia o quelle psicoterapiche che curano le sofferenze che originano nel singolo individuo. Il disagio non è più individuale, ma culturale. E allora è sulla cultura collettiva e non sulla sofferenza individuale che bisogna agire, perché questa sofferenza non è la causa, ma la conseguenza di un’implosione culturale di cui i giovani, parcheggiati nelle scuole, nelle università, nei master, nel precariato, sono le prime vittime. Tutti questi sintomi di disagio non sono altro che grida, invocazioni, messaggi in cerca di un destinatario in grado di riceverli e di decifrarli. Ecco l’urgenza più grande alla quale questo tempo ci confronta è: dare segno di ricevuta, non sottraendosi a questo appello, ma sapendo rispondere al loro grido. Si tratta di ricostruire la fiducia nella relazione (cfr. Recalcati Massimo), brutalmente incrinata dalla violenza della pandemia che ci ha obbligati a interrompere le relazioni. Ci si augura, dunque, che proprio questa sia una generazione che diventi un esempio, che possa riscattare e riscoprire, in un mondo che è sempre più propenso a privarsene, il valore della socialità e della condivisione. Che sappia imparare di nuovo, rigettando l’arroganza dell’individualismo, l’importanza dell’impegno sociale, in una comunità dove chi fa la differenza è la collettività, e per ultimo, che sia una generazione che abbia imparato a combattere le cause e non sempre e solo le conseguenze.

Pierpaolo Matozzo

Pandemia, giovani e condizion di vita

Nel 2021 la Confederazione elvetica ha condotto uno studio di statistica sperimentale per quanto riguarda gli effetti della pandemia sulle condizioni di vita in Svizzera. Presentiamo di seguito alcuni risultati dello studio, presentati tramite comunicato stampa lo scorso ottobre.

Nella prima metà del 2021 la pandemia di COVID-19 ha avuto poche ripercussioni sul grado di soddisfazione, generalmente elevato, espresso dalla popolazione riguardo alle relazioni personali e alla propria salute. L’11,3% della popolazione, tuttavia, è stato confrontato con diminuzioni reddituali dovute alla pandemia, in particolare chi era svantaggiato già prima della crisi. Sono soprattutto i giovani a indicare l’influsso negativo della pandemia di COVID-19 sul morale. È quanto emerge dagli ultimi risultati dell’Ufficio federale di statistica (UST) tratti da dati sperimentali dell’indagine sui redditi e sulle condizioni di vita (SILC) 2021. Nella prima metà del 2021, il 20% della popolazione ha vissuto in un’economia domestica il cui reddito complessivo autovalutato è diminuito negli ultimi 12 mesi. La pandemia che ha spesso generato perdite, in particolare per le persone occupate nei servizi di alloggio e di ristorazione (35,5%), per quelle con redditi autovalutati bassi (19,5%) e anche per le persone straniere (16,7%). Le persone occupate nella pubblica amministrazione o nell’ambito dell’istruzione sono invece state meno colpite (risp. il 4,2 e l’8,2%).

Tuttavia, tra il 2019 e il 2021 la quota di persone che sono riuscite facilmente o molto facilmente a sbarcare il lunario è aumentata dal 48,4 al 57,9%. Ciò si spiega, oltre che per un generale calo dei consumi, anche perché nel periodo in rassegna si è più spesso rinunciato ad attività ricreative. La crisi sanitaria ha conseguenze negative anche sulla salute psichica della popolazione in Svizzera: il 40,2% ha indicato che nella prima metà del 2021 la pandemia di COVID-19 ha avuto ripercussioni negative sul morale.

La quota si è rivelata particolarmente elevata per le persone dai 16 ai 24 anni (55,1%), per quelle con una formazione terziaria (44,8%) e per quelle con i redditi autovalutati più elevati (45,1%).

La crisi sanitaria ha invece avuto meno effetti negativi sul morale delle persone residenti in zone scarsamente popolate (36,4%) e di quelle di oltre 65 anni (26,0%).


Articolo pubblicato sul mensile insieme di marzo 2022.