2019 01 tentazioneLa preghiera più importante dei cristiani, la preghiera a loro più cara, la preghiera di Gesù, il Padre nostro, ha subito un cambiamento. Già dall’inizio del presente anno liturgico è scomparso il vecchio “non ci indurre in tentazione, sostituito da “non abbandonarci alla tentazione”. Si tratta di un adattamento della traduzione del testo originale, nella linea del Concilio, auspicata da tempo da personalità di rilievo anche di sensibilità e orientamenti differenti nella Chiesa, quali ad esempio i cardinali Carlo Maria Martini e Giacomo Biffi.

La modifica è stata incoraggiata dallo stesso Papa Francesco, perché non trovava consona la traduzione che era stata adottata, visto che Dio «non induce in tentazione», aveva rimarcato il Pontefice, facendo notare che per quel versetto specifico non era stata fatta «una buona traduzione».

Molti faticano ad accettare la nuova versione, il Padre nostro l’hanno imparato da piccoli ed è più semplice continuare a recitarlo come prima, spesso meccanicamente, senza soffermarsi sul profondo significato di ogni sua singola domanda. La modifica obbliga a rifletterci.

Un recente scritto di Riccardo Maccioni su Avvenire recita così: “Se c’è una verità di cui nessun credente può dubitare è che il Padre celeste non ci abbandona mai. Tantomeno nei momenti di difficoltà, nella prova, quando la libertà delle creature deve fare i conti con i limiti della condizione umana. Il suo stile è la misericordia, il suo cuore si apre come una casa per i figli, la sua volontà rende felice chi lo segue con animo sincero. Per questo stona un po’ che la preghiera per eccellenza, l’invocazione che tutti conoscono, il Padre nostro parli, in italiano, di un Dio che “ci induce in tentazione”. Un problema di traduzione certo, che nella logica della consuetudine rischia però di essere scambiato per sostanza. O, peggio, banalizzato come il ritornello di una canzone imparata da piccoli e che nemmeno ci interroga più. Proprio per questo diventa difficile cambiarla, superare la scorza del “si è sempre detto così”, andare più a fondo nella verità per consentire a tutti di gustarne il dolcissimo sapore”.

Anche per il Gloria, all’inizio della messa c’è una nuova versione: il versetto «pace in terra agli uomini di buona volontà» è cambiato in «pace in terra agli uomini amati dal Signore», che è la versione più vicina a quella del Vangelo, nel passo relativo all’annuncio degli angeli alla nascita di Gesù.

Ci potranno forse essere in futuro altri cambiamenti, già avvenuti in altri paesi. Ad esempio nel Padre nostro in lingua spagnola si recita “rimetti a noi le nostre colpe”; ai tempi nostri la versione “debiti” ha perso di chiarezza. Anche il saluto a Maria “Ave” è oggi concepito solo come un saluto in latino, e non fa più riferimento al “rallegrati Maria” del testo evangelico.

Cambieranno? forse. Se sarà fatto, lo sarà per rendere meglio la sostanza del testo e fare la nostra preghiera più sentita, profonda e sincera.


Articolo pubblicato sul mensile insieme di gennaio 2019.