2019 11 umanitasMolti di noi hanno assistito malati terminali, ne hanno condiviso la sofferenza, si sono sentiti impotenti.

Non ho dimenticato quanta energia mi fosse necessaria per entrare ogni mattina nell’Istituto dei tumori di Milano, un edificio allora vecchio e triste già di per sé. Salivo a piedi otto piani di scale, perché l’ascensore un giorno mi aveva giocato un brutto scherzo e incontravo via via una tristemente variegata gamma di persone, pazienti e parenti. Bambini pelati, scoloriti e magrissimi che tuttavia sorridevano e tentavano un gioco, malati in ansiosa e spaventata attesa davanti allo studio del medico; chi riusciva a camminare e chi si appoggiava alle stampelle; chi si trascinava dietro la bombola a ossigeno, chi la flebo attaccata al braccio; altri si abbracciavano tristi o in lacrime.

Finalmente, un po’ affannata, non solo per gli otto piani, mi affacciavo alla camera di mio padre: non poteva nutrirsi e nemmeno parlare. Sopperiva con una lavagnetta o mimando nomi e cose e tentava di farlo con leggerezza.

I suoi bellissimi occhi verdi come le caramelle alla menta parlavano per lui; vi si leggevano soprattutto amore, tenerezza e preoccupazione per noi, ma anche tristezza, dolore, qualche volta smarrimento, mai paura. Allora gli tenevo la mano e gli sorridevo, le parole erano inutili.

Non lo abbiamo lasciato mai solo, né di giorno né di notte, per alleviare e condividere la sua sofferenza e anche per non perdere nemmeno un momento concessoci dalla sua malattia.

Avevo quarant’anni e per la prima volta toccavo con mano, completamente coinvolta, il dolore.

Non so se ho ereditato la forza nel sopportare il dolore e il coraggio di affrontare la fine mostrati da mio padre e non so come reagirò quando capiterà.

Per questo sono smarrita, nonostante la mia fede, di fronte al dibattito sul fine vita, recentemente riaccesosi in Italia in seguito a una sentenza della consulta.

Mi disturba soprattutto il modo in cui si svolge il dibattito; si sembra fingere l’assenza della sofferenza quotidiana, della lotta per sconfiggerla, della malattia, della vecchiaia.

È un nascondersi dietro un filo d’erba, non accettare la verità.

La verità è che il dolore esiste, possiamo ignorarlo, o cercare di dimenticarlo, ma prima o poi si affaccia alla nostra vita, ci tocca, non sappiamo come e quando, così come non sappiamo in quale forma ci toccherà la morte, la certezza più certa che abbiamo.

Dimenticare la sofferenza fa perdere l’umanità, il farsi prossimo, lo stare accanto a chi è debole, il rispetto per la persona e per la vita in ogni sua forma.

Facciamo il funerale a un ghiacciaio che si è sciolto e non sappiamo difendere l’uomo per cui quel ghiacciaio è stato creato?

Se vediamo qualcuno che sta per precipitare dall’undicesimo piano, qual è il nostro primo impulso? Quello di spingerlo giù perché lo desidera, di indicargli il modo migliore perché la caduta sia letale o quello di afferrarlo e tirarlo verso di noi?

Siamo nati per dare la vita e per proteggerla, con le sue gioie e i suoi dolori, pur sapendo che avrà una fine, speriamo mano nella mano di chi ci vuole bene.


Articolo pubblicato sul mensile insieme di novembre 2019.