2019 12 SinodoPanamazzonicoIl Documento finale del Sinodo panazzonico

Dopo tre settimane di “scambio aperto, libero, rispettoso”, il Sinodo panamazzonico si è concluso il 26 ottobre scorso, con un ricco e strutturato Documento finale.

Tra i temi in esame: missione, inculturazione, ecologia integrale, difesa dei popoli indigeni, rito amazzonico, ruolo della donna e nuovi ministeri, soprattutto nelle zone dove è difficile l’accesso all’Eucaristia.

Filo conduttore del Documento la “conversione” declinata in diverse accezioni: integrale, pastorale, culturale, ecologica e sinodale.

La conversione integrale

Il primo capitolo del Documento si apre con la frase di san Paolo VI “Cristo indica l’Amazzonia”, una terra nei cui 7,8milioni di chilometri quadrati si concentrano le grandi sfide globali: la crisi socio-ambientale, il dramma delle migrazioni, lo sfruttamento, il narcotraffico, l’alcolismo, la tratta, la criminalità e l’illegalità, la convivenza tra culture e religioni differenti.

È una terra minacciata, ferita, deformata da tanti dolori e tante sofferenze. Il grido della terra e dei poveri non possono restare inascoltati.

Perciò l’ascolto dell’Amazzonia “nello spirito del discepolo e alla luce della Parola di Dio e della tradizione, ci porta a una profonda conversione dei nostri schemi e strutture a Cristo e al suo Vangelo”.

Una conversione integrale, un cambiamento autentico “in cui la Chiesa - così il Documento - ha l’opportunità di prendere le distanze dalle nuove potenze colonizzatrici, esercitando “in modo trasparente” la sua attività profetica.

Tanti sono stati i testimoni che hanno aperto il cammino e hanno spesso dato la vita al servizio di Dio presso i popoli dell’Amazzonia.

La conversione pastorale

Centrale il richiamo alla missionarietà della Chiesa: “La missione non è qualcosa di facoltativo, perché la Chiesa è missionaria e l’azione missionaria è il paradigma di tutta l’opera della Chiesa”.

In Amazzonia la Chiesa dovrà essere “samaritana”, cioè andare incontro a tutti; “maddalena”, amata e riconciliata per annunciare con gioia Cristo Risorto; “mariana” ossia generatrice di figli alla fede; “inculturata” tra i popoli a cui presta servizio. 

Importante, sottolinea il Sinodo, è passare da una pastorale “di visita” a una pastorale di “presenza permanente”.

I vescovi ricordano i tanti missionari martiri che hanno dato la vita per l’annuncio del vangelo nelle terre amazzoniche e anche come spesso l’annuncio sia stato compiuto in connivenza con i poteri oppressori delle popolazioni. Ammonisce pertanto a prendere le distanze dalle nuove potenze colonizzatrici, all’ascolto dei popoli amazzonici e alla trasparenza dell’attività profetica.

In questo contesto il dialogo, sia ecumenico che interreligioso, riveste grande importanza; cristiani e non cristiani, insieme per la difesa della casa comune.

Si richiama inoltre l’urgenza di una pastorale indigena e di un ministero giovanile. Maggior impulso missionario, quindi, tra le popolazioni autoctone, perché l’Amazzonia deve essere evangelizzata dagli amazzonici. Spazio inoltre per i giovani, con le loro luci e ombre. Per loro è necessario “un rinnovato e audace ministero giovanile” con una pastorale sempre attiva e centrata su Gesù.

Infine il Documento sinodale si sofferma sulla pastorale urbana e della famiglia: bisogna lottare, dice il testo, perché anche nelle “favelas” e nelle “villas miseras” siano garantiti i diritti fondamentali di base e affinché le politiche pubbliche migliorino la qualità di vita nelle zone rurali, onde fermare il trasferimento incontrollato nelle città.

La conversione culturale

È un’apertura sincera all’altro visto non come mezzo di cui servirsi, ma come fratello da cui imparare. In quest’ottica si sviluppa l’alleanza tra gli indigeni e la Chiesa che si esprime in una sempre maggiore inculturazione della fede nella carne dei popoli.

La Chiesa si impegna ad essere alleata delle popolazioni indigene soprattutto per denunciare gli attacchi perpetrati contro a loro vita, i progetti di sviluppo predatorio etnocidi ed ecocidi e la minimalizzazione di movimenti sociali.

“La difesa della terra-si legge-non ha altro scopo che la difesa della vita” basata sul principio evangelico della dignità umana. Bisogna quindi rispettare i diritti all’autodeterminazione, alla delimitazione dei territori e alla consultazione preventiva, libera e informata dei popoli indigeni.

Nell’ottica dell’inculturazione si afferma il rifiuto netto di “un’evangelizzazione di stile colonialista e del “proselitismo” in favore di un annuncio inculturato, che promuova una Chiesa dal volto amazzonico, in pieno rispetto e parità con la storia, la cultura e lo stile di vita delle popolazioni locali.

La conversione ecologica

Il Documento denuncia con coraggio e fermezza lo scempio dell’estrattivismo. E, nel profilare nuovi cammini di sviluppo “amichevoli” verso la casa comune, la Chiesa fa un’opzione decisa per la “difesa della vita, della terra e delle culture originarie amazzoniche”.

Si comprende in tale ottica il “peccato ecologico”: ogni azione o omissione contro Dio, il prossimo –contemporaneo e futuro – e l’ambiente.

Si invoca una Chiesa amazzonica che sia capace di promuovere un’ecologia integrale e una conversione ecologica in cui “tutto sia intimamente connesso”.

Ciò si traduce in un atteggiamento che colleghi la cura pastorale della natura alla giustizia per i più poveri e svantaggiati della terra. L’ecologia integrale non sia intesa come un cammino in più che la Chiesa può scegliere per il futuro, ma come l’unico cammino possibile per salvare la regione dall’estrattismo predatorio, dallo spargimento di sangue innocente e dalla criminizzazione dei difensori dell’Amazzonia.

Un grande appello alla responsabilità; si chiede alla Chiesa di essere alleata del popolo amazzonico nella cura, protezione e difesa del creato e dei popoli; per questo gli agenti pastorali e i ministri ordinati devono essere formati a una giusta sensibilità sacro-ambientale.

È ricordato l’impegno della Chiesa nella difesa della vita “dal concepimento al suo tramonto”, perciò un ennesimo appello al dialogo interculturale ed ecumenico, per contenere strutture di morte, peccato, violenza e ingiustizia.

Tra le proposte citiamo quella di un fondo mondiale per coprire parte dei bilanci delle comunità amazzoniche e la creazione di un osservatorio socio-ambientale pastorale, che lavori con i vari attori ecclesiali nel continente, a partire dal Consiglio Episcopale Latino-americano (Celam) e con i rappresentanti delle etnie autoctone.

La conversione sinodale

Una conversione sinodale è necessaria affinché “in tale orizzonte di comunione e partecipazione cerchiamo i nuovi cammini ecclesiali, soprattutto nella ministerialità e nella sacramentalità della Chiesa con volto amazzonico”.

È urgente conferire ministeri non ordinati a uomini e donne in modo paritario. Al volto femminile della Chiesa amazzonica viene dedicata una intera sezione del Documento, dal titolo “La presenza e l’ora della donna”.

Il ruolo straordinario dell’evangelizzazione al femminile viene riconosciuto con forza e si chiede la possibilità che anche le donne possano accedere ai ministeri di lettorato, accolitato, dirigente di comunità.

Si evidenzia inoltre che nel corso dell’assemblea sono emerse voci a favore del diaconato femminile. A tal proposito si chiede di poter condividere esperienze e riflessioni con la Commissione di studio convocata da papa Francesco nel 2016.

Contrariamente agli altri punti, che sono stati approvati con pochissimi no (massimo 17), quest’ultimo ha avuto 30 non placet.

Ne ha ottenuti 41 il paragrafo che apre la possibilità “nelle zone più remote” di “ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti dalla comunità, che abbiano un diaconato permanente fecondo” “potendo avere una famiglia legittimamente costituita e stabile”.

Quest’ultima è un’ipotesi eccezionale, spiegata dalla necessità di garantire l’Eucaristia a comunità costrette a privarsene per mesi o anche anni. È esposta come ultima ratio accanto alla valorizzazione del diaconato permanente, della promozione delle vocazioni e alla riaffermazione del celibato.

Il testo prospetta, in conclusione, la costituzione di un organismo episcopale permanente e rappresentativo, che promuova la sinodalità nella Panamazzonia in articolazione con il Celam e la Repam (servizio di coordinamento delle attività di religiosi e organizzazioni governative cattoliche in Amazzonia). A quest’ultimo affida, attraverso una commissione ad hoc, lo studio e l’eventuale elaborazione di un rito amazzonico “che esprima il patrimonio liturgico, teologico, disciplinare e spirituale amazzonico”.


Articolo pubblicato sul mensile insieme di dicembre 2019.