2020 02 digiuno1Con il mercoledì delle ceneri inizia per i cristiani un periodo di maggiore attenzione al digiuno e all’astinenza.

Paradossalmente si parla molto di digiuno per motivi dietetici ed estetici, ma si fa fatica a credere che il rapporto con il cibo sia luogo di esperienza spirituale.

Proponiamo a tal proposito una riflessione di Enzo Bianchi su questo argomento. (www.monasterodibose.it)

Il mangiare appartiene al registro del desiderio, deborda la semplice funzione nutritiva per rivestire rilevanti connotazioni affettive e simboliche. L’uomo, in quanto uomo, non si nutre di solo cibo, ma di parole e gesti scambiati, di relazioni, di amore, cioè di tutto ciò che dà senso alla vita nutrita e sostentata dal cibo. Il mangiare del resto dovrebbe avvenire insieme, in una dimensione di convivialità, di scambio che invece, purtroppo e non a caso, sta a sua volta scomparendo in una società in cui il cibo è ridotto a carburante da assimilare il più sbrigativamente possibile.

Il digiuno svolge allora la fondamentale funzione di farci sapere qual è la nostra fame, di che cosa viviamo, di che cosa ci nutriamo e di ordinare i nostri appetiti intorno a ciò che è veramente centrale. E tuttavia sarebbe profondamente ingannevole pensare che il digiuno - nella varietà di forme e gradi che la tradizione cristiana ha sviluppato: digiuno totale, astinenza dalle carni, assunzione di cibi vegetali o soltanto di pane e acqua -, sia sostituibile con qualsiasi altra mortificazione o privazione.

Il mangiare rinvia al primo modo di relazione del bambino con il mondo esterno: il bambino non si nutre solo del latte materno, ma inizialmente conosce l’indistinzione fra madre e cibo; quindi si nutre delle presenze che lo attorniano: egli “mangia’’, introietta voci, odori, forme, visi, e così, pian piano, si edifica la sua personalità relazionale e affettiva. Questo significa che la valenza simbolica del digiuno è assolutamente peculiare e che esso non può trovare “equivalenti’’ in altre forme di rinuncia: gli esercizi ascetici non sono interscambiabili! Con il digiuno noi impariamo a conoscere e a moderare i nostri molteplici appetiti attraverso la moderazione di quello primordiale e vitale: la fame, e impariamo a disciplinare le nostre relazioni con gli altri, con la realtà esterna e con Dio, relazioni sempre tentate di voracità.

Il digiuno è ascesi del bisogno ed educazione del desiderio. Solo un cristianesimo insipido e stolto che si comprende sempre più come morale sociale può liquidare il digiuno come irrilevante e pensare che qualsiasi privazione di cose superflue (dunque non vitali come il mangiare) possa essergli sostituita: è questa una tendenza che dimentica lo spessore del corpo e il suo essere tempio dello Spirito santo. In verità il digiuno è la forma con cui il credente confessa la fede nel Signore con il suo stesso corpo, è antidoto alla riduzione intellettualistica della vita spirituale o alla sua confusione con lo psicologico.

Certamente, poiché il rischio di fare del digiuno un’opera meritoria, una performance ascetica è presente, la tradizione cristiana ricorda che esso deve avvenire nel segreto, nell’umiltà, con uno scopo preciso: la giustizia, la condivisione, l’amore per Dio e per il prossimo. Ecco perché la tradizione cristiana è molto equilibrata e sapiente su questo tema: “Il digiuno è inutile e anche dannoso per chi non ne conosce i caratteri e le condizioni’’ (Giovanni Crisostomo); “È meglio mangiare carne e bere vino piuttosto che divorare con la maldicenza i propri fratelli’’ (Abba Iperechio); “Se praticate l’ascesi di un regolare digiuno, non inorgoglitevi. Se per questo vi insuperbite, piuttosto mangiate carne, perché è meglio mangiare carne che gonfiarsi e vantarsi’’ (Isidoro il Presbitero).

Sì, noi siamo ciò che mangiamo, e il credente non vive di solo pane, ma soprattutto della Parola e del Pane eucaristici, della vita divina: una prassi personale ed ecclesiale di digiuno fa parte della sequela di Gesù che ha digiunato, è obbedienza al Signore che ha chiesto ai suoi discepoli la preghiera e il digiuno, è confessione di fede fatta con il corpo, è pedagogia che porta la totalità della persona all’adorazione di Dio. In un tempo in cui il consumismo ottunde la capacità di discernere tra veri e falsi bisogni, in cui lo stesso digiuno e le terapie dietetiche divengono oggetto di business, in cui pratiche orientali di ascesi ripropongono il digiuno, e la quaresima è sbrigativamente letta come l’equivalente del ramadan musulmano, il cristiano ricordi il fondamento antropologico e la specificità cristiana del digiuno: esso è in relazione alla fede perché fonda la domanda: “Cristiano, di cosa nutri la tua vita?’’ e, nel contempo, pone un interrogativo lacerante: “Che ne hai fatto di tuo fratello che non ha cibo a sufficienza?”.

2020 02 digiuno2Il digiuno nel mondo islamico ed ebraico

Anche musulmani ed Ebrei hanno forme di digiuno, seppure con significato diverso da quello cristiano.

I musulmani e il Ramadan

I musulmani digiunano nel mese di Ramadan, il nono mese del calendario lunare sacro, in cui Maometto avrebbe ricevuto la rivelazione del corano dall’arcangelo Gabriele.

La pratica del digiuno è uno dei cinque pilastri dell’Islam, accanto alla testimonianza di fede, alla preghiera canonica, all’elemosina legale, al pellegrinaggio.

Dal sorgere del sole al suo tramonto il fedele musulmano deve astenersi dal bere, dal mangiare, dal fumare e dal praticare attività sessuali. Motivo fondamentale è l’autocontrollo, con una duplice valenza, spirituale e sociale.

I Musulmani credono infatti che con il digiuno, l’anima venga sciolta dalle catene dei desideri carnali, si liberi dalle tentazioni e possa volare verso l’Altissimo purificata da quanto nel mondo è materiale e corrotto.

Nello stesso tempo il digiuno fa comprendere l’importanza dei doni di Dio e rende più aperti e generosi verso i bisognosi, facilitando il versamento dell’elemosina o tassa verso i diseredati (la Zakat).

Il digiuno viene rotto dopo il tramonto e la tradizione vuole che ciò avvenga mangiando un dattero, seguendo l’esempio di Maometto.

Gli Ebrei e lo Yom Kippur

Nella tradizione ebraica sono praticati vari tipi di digiuno, con diversi significati: espiazione dei peccati, lutto, supplica. Quello dello Yom Kippur, il giorno dell’espiazione, è certamente il più importante.

Tale giorno cade il dieci del mese di Tishi, dieci giorni dopo Rosh Hashenah (Capodanno ebraico), tra settembre e ottobre del nostro calendario ed è dedicato all’espiazione dei peccati verso Dio e verso gli uomini.

Si tratta di un digiuno totale che va dal tramonto, prima del crepuscolo, alla notte seguente.

Oltre al digiuno non si può lavare il corpo, indossare scarpe di cuoio, cospargersi acque od olii profumati e avere rapporti sessuali.

Digiuno e astinenza nella tradizione cristiana

Nella nostra religione il digiuno fa parte del tempo quaresimale, periodo di conversione e penitenza, e si associa alla preghiera e all’elemosina, due pratiche fondamentali.

Si intende per digiuno l’obbligo a cibarsi di un solo pasto nella giornata, rendendo frugale l’altro, mentre l’astinenza è la rinuncia alle carni.

Digiuno e astinenza sono da osservarsi il Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì santo (così la Cei: “Il senso cristiano del digiuno e dell’astinenza”); la sola astinenza va praticata in tutti i venerdì di Quaresima; in tutti gli altri venerdì dell’anno essa può essere sostituta da qualche opera di preghiera, penitenza o carità.

“Il digiuno è il pianto del nostro corpo che sta cercando Dio, il grido del nostro animo più profondo, del nostro profondo più profondo col quale, nella nostra estrema impotenza, noi affrontiamo la nostra vulnerabilità e la nostra nullità, per gettarci completamente nell’abisso della incommensurabilità di Dio” (Anselm Grun)


Articolo pubblicato sul mensile insieme di febbraio 2020.