2020 11 ognissantill primo di novembre la Chiesa cattolica festeggia la festa di Ognissanti. Per una grazia singolare, la Chiesa custodisce la stessa freschezza di 2000 anni fa. La santità è la giovinezza della Chiesa, che non esige condizioni storiche, sociali o psicologiche speciali per realizzarsi. Si incarna in ogni epoca, attraverso il cuore di chi la accoglie; irradia di luce il mondo, feconda i solchi aridi della terra, produce, dovunque passi, il frutto dolcissimo della carità.

I Santi non si arrendono mai. Non cedono neppure di fronte alle loro fragilità, alle proprie incostanze, ma fiduciosamente si abbandonano in Dio. Sanno ricominciare sempre, anche dopo qualunque fallimento, perché confidano in Lui e non nelle proprie forze. Non tremano per il baratro dell’umana miseria, ma si inabissano totalmente nella infinita Misericordia di Dio. Non si scandalizzano per il quadro desolante della ingiustizia umana, ma si appellano al solo Giusto, al solo buono, al solo misericordioso.

I Santi sono le persone più libere, che non si lasciano condizionare dagli eventi, ma in tutto contemplano il sapiente progetto di Dio. Perseguono tenacemente la meta, con il cuore sempre fisso al Cielo e camminano fiduciosi in terra.

Sanno ritrovare la “via di casa”: non si smarriscono lungo gli inquieti sentieri della storia, perché i loro passi seguono quelli del Maestro (cfr. 1Pt 2,21 ss), tracciando, a loro volta, un sentiero percorribile e indicando a noi la direzione di marcia. Non si lasciano sedurre dalle mode che passano, ma pongono tutta la loro vita e la loro speranza su ciò che è essenziale, su ciò che non muta.

I Santi attestano che, in fondo, per Grazia di Dio, non è difficile amare, patire, offrire con gioia, perdonare, evitare il male e operare sempre per il bene, accogliendo le tante ispirazioni che il Signore infonde nel cuore. Ci insegnano a far tesoro delle prove e del dolore, della morte stessa, non più considerata sciagura e catastrofe ineluttabile, ma consolante porta di accesso per l’eterna beatitudine.

«È importante avere anche dei compagni di viaggio nel cammino della nostra vita cristiana: penso al Direttore spirituale, al Confessore, a persone con cui si può condividere la propria esperienza di fede, ma penso anche alla Vergine Maria e ai Santi. Ognuno dovrebbe avere qualche Santo che gli sia familiare, per sentirlo vicino con la preghiera e l’intercessione, ma anche per imitarlo. Vorrei invitarvi a conoscere maggiormente i Santi, a iniziare da quello di cui portate il nome, leggendone la vita, gli scritti.

Siate certi che diventeranno buone guide per amare an- cora di più il Signore e validi aiuti per la vostra crescita umana e cristiana» (Benedetto XVI, Castel Gandolfo, 25 agosto 2010). Anche noi, guardando ai Santi, dovremmo dire ogni giorno: non vogliamo meno del Cielo! Non ci accontentiamo dei “surrogati”, che il mondo propone: siamo più ambiziosi. Non ci bastano né l’oro, né il denaro, né il successo né la “fama”: “tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura… (cfr. Fil 3,7ss).

Anche noi, come loro, non siamo fatti per arrenderci, per ritornare indietro, ripiegandoci fatalmente su noi stessi, ma piuttosto per “guardare oltre”, per raggiungere la meta del nostro desiderio. Talmente in alto volai, che raggiunsi la preda… Perché speranza di cielo ottiene quanto spera… ché tanto in alto arrivai, che raggiunsi la preda (San Giovanni della Croce).I Santi non hanno ceduto, hanno continuato a credere, contro ogni logica e contro ogni ostacolo. Da loro impariamo a salire, spesso faticosamente, l’erta della vita, sostenuti dalla Grazia e accompagnati da un popolo, come noi, peregrinante nella storia. Anche noi vogliamo puntare in alto, “ad afferrare la preda”, a conquistare il Cuore di Dio. Non ci basta essere “bravi”: vogliamo diventare santi! La salvezza è calarsi in Cristo, pensare, amare e operare in Lui e per Lui.

I volti familiari, la strada di casa, il lavoro, le consuete mura domestiche nascondono, per tutti, un segreto, intessuto nella trama dei nostri giorni, così vicino a noi, ma spesso così distante, perché velato dalle nostre distrazioni e dalla quotidiana “fatica di vivere”. In realtà, la nostra vera cittadinanza è il Cielo, la nostra vera identità è quella di essere figli di Dio, la nostra familiarità è con i Santi (cfr. Ef 2,19-20).

Ripeteva, sul suo letto di dolore e di amore, la giovanissima beata Chiara Badano: «Non ho più niente, ma ho ancora il cuore e con quello posso sempre amare». E, pensando ai suoi coetanei: «… I giovani sono il futuro. Io non posso più correre, però vorrei passare loro la fiaccola come alle Olimpiadi. I giovani hanno una vita sola e vale la pena di spenderla bene!».

Attingiamo alla sorgente di luce e di Grazia e raccogliamo il testimone, a noi trasmesso dai Santi. Il tempo della vita – unico e prezioso – ci è dato proprio per questo.

Vivere di cielo

Un giorno un’amica mi disse: “Io non sono credente, ma spero che mio padre, dopo tante sofferenze, nella sua nuova dimensione stia davvero bene”. In effetti è l’attesa di ogni donna e di ogni uomo, una vita dopo la morte in cui riscattare il dolore e le angosce della terra.

E l’1 ed il 2 novembre, i cristiani celebrano proprio questa speranza. Che è poi la gloria della Resurrezione.

Alla mia amica non credente intendo così rispondere.

«Vedi, cara, lo spero anche io che tuo padre stia adesso davvero bene. Ed anzi, ne sono più che convinto. Il mio essere cristiano comincia proprio da un sepolcro scoperchiato.

È quella pietra rotolata via ad indicarmi la misura dell’amore. A farmi dire: sì, io credo! Ed è una professione di fede che ripeto oggi a gran voce: io credo che Cristo è il io mio liberatore, perché non c’è liberazione più grande che quella dalla morte e dal peccato.

Ma non pensare che la fede sia semplicemente un sollievo dalle umane tribolazioni; è invece una proposta di autentica vita umana. Dal giorno in cui i miei genitori hanno per me chiesto il battesimo nella comunità dei credenti in Cristo, sono cominciate le mie olimpiadi della santità. Vale a dire: con la grazia del sacramento sono chiamato a gareggiare nella carità, nelle opere e nel servizio. Ad essere, in altre parole, campione di santità. Tu, da non credente, penserai che termini come grazia, sacramento, santità non ti appartengono.

Ma ti sbagli. Perché la mia santità, da cristiano, tocca -o almeno dovrebbe toccare- pure la tua vita. Ti spiego subito che cosa voglio dire. Siamo abituati a pensare ai santi come gente più di là che di qua. Ma in realtà essere santi significa vivere in maniera speciale un’esistenza ordinaria. E quindi, impegnarsi nella società civile per il bene comune, portare serenità, gioia e speranza, guardare al mondo con ottimismo, cambiare la realtà circostante … La santità quindi è a servizio di tutti, credenti e non.

Oggi e domani, noi cristiani facciamo memoria di quanto sia stupendo essere santi. Ci ricordiamo che la nostra vita terrena è una tappa verso un qualcosa di più grande e che alle nostre vanità è sempre meglio preferire il Paradiso.

Ed è davvero bello, poterti dire, che nella mia fede tuo padre vive già di Cielo. Stai tranquilla che quando dico “vive di Cielo” mi riferisco proprio al “vivere” come lo intendiamo noi, finanche nella carnalità. Cristo non lascia “morire” niente di tutto ciò che è bello e buono, compreso il corpo, il centro della nostre relazioni umane e sociali. Noi risorgiamo in anima e corpo. E da risorti il nostro sarà sempre un corpo fisico, però non corruttibile dal tempo e dal male (per questo lo si chiama “corpo trasfigurato”). È il grande mistero della Resurrezione della Carne. Inoltre, per la Comunione dei Santi, nella vita e nella morte, in terra ed in cielo, siamo sempre uniti in un abbraccio eterno alle persone che amiamo e che ci amano.

L’eternità non è la proiezione di un tempo che non ha fine.

Tutti noi viviamo attimi che vorremmo non passassero mai, che cristallizzano le nostre emozioni. Ecco, l’eternità è la gioia di questi attimi

Ne sono sicuro, cara: Lassù, come in un banchetto tra amici, si sta davvero bene. Tuo padre sta davvero bene. Ed è felice, con tutti i nostri santi defunti che nel viaggio verso la vita eterna ci hanno preceduto». In una lettera, insomma, il significato dell’1 e del 2 novembre.

Come consola il Signore?

Con la vicinanza: parla poco, ma è vicino.

Con la verità: non dice cose formali, non inganna.

Con la speranza: “Non sia turbato il vostro cuore”.

La consolazione del Signore è vicina, veritiera e ci apre le porte della speranza.

(Papa Francesco)


Articolo pubblicato sul mensile insieme di novembre 2020.