2020 11 scalabriniani1Per gli Scalabriniani (un gruppo) e Scalabriniane (due gruppi), le cosiddette sfide di fronte ad una tavola ben imbandita a livello mondiale dai sempre più numerosi emigranti (270 milioni in movimento ogni anno) incentiva e stimola l’attenzione delle loro ed altre forze in campo a rivolgere uno sguardo pensoso e prolungato alla parola “sfida”. Non solo perché i movimenti migratori sono dilagati in tutto il mondo, uscendo da zone geografiche ristrette fino ad un recente passato, ma soprattutto, direi, perché oltre alle loro dimensioni geografiche, ora globali, si sono diversificate ed esacerbate le loro condizioni esistenziali.

Non a caso si è scritto e parlato dei rischi enormi (incolumità fisica soprattutto) a cui va incontro un numero elevato di persone in fuga, con molte frontiere nazionali che si trasformano in cimiteri enormi.

Sfortunatamente la stampa internazionale, assopita e calamitata dal perseguimento di ideali di progresso economico, non bada quel gran che alle rotte “informali” che ogni giorno vengono percorse da donne, uomini, vecchi, giovani e anche minorenni, a volte non accompagnati. Le conosciamo: dal centro e Sud America al Nord America, dall’Africa sub-sahariana all’Europa, in diverse direzioni nelle vaste zone del Sud-Est Asiatico verso Taiwan, il Giappone o l’Australia.

Volersi prefiggere come scopo esistenziale l’assistenza agli emigranti oggi ha tutti i requisiti di una Sfida, con la lettera maiuscola. Come lo fu anche per il vescovo Giovanni Battista Scalabrini, chiamato non a caso “padre dei migranti”, dinamico e lungimirante nelle sue prese di posizione e iniziative, che hanno avuto, già allora, tutti gli ingredienti di sfida. Anche allora una sfida contrastata e malvista da coloro (classe politica e gente di Chiesa) che sia in Europa che in Nord e Sud America torcevano il naso di fronte ad una invasione = il ritrovarsi tra i piedi una massa di analfabeti “pezzenti e puzzolenti”!

Azzardo una affermazione: in passato forse la parola “sfida” era meno pesante di quanto lo sia diventata ora, caricandosi di complessità, in parte sopra accennate, e di una varietà indescrivibile di situazioni umane. Sia da parte di chi lascia il proprio territorio come di chi li accoglie, tutti uniti (o disuniti) nel perseguire quella sfida comune che, da che mondo è mondo, non perde nulla della sua valenza.

Ogni sfida, soprattutto se continua ad accendere nuovi focolai, imprevisti o poi lasciati in balìa di sé stessi, sfibra, stanca, svuota il serbatoio delle buone intenzioni e delle previsioni più sagge. Per gli Scalabriniani e Scalabriniane, cresce l’impegno comune a non lasciarsi sopraffare dalle numerose ombre e penombre (novità e perplessità irrisolte) insite in una sfida che, pur non nuova, continua a sorprendere coloro che sono coinvolti direttamente in questa crescita vertiginosa di volti nuovi in molte delle nostre comunità. Tony Paganoni, scalabriniano

Nuove collaborazioni per una maggiore integrazione

Si rafforza la collaborazione tra la Comunità di Sant’Egidio e la Congregazione delle Suore missionarie di San Carlo Borromeo/ Scalabriniane. A Roma, nella sede della Comunità, si è svolto un incontro tra le due organizzazioni nel corso del quale si è tracciato un percorso comune di cammino. L’obiettivo è quello di essere presenti lì dove ce n’è più bisogno, sempre con l’idea di integrare. Insieme curano il progetto dei corridoi umanitari, che nasce per bloccare il flusso dei trafficanti di uomini e per dire che è possibile entrare legalmente nel paese. Inoltre portano avanti tanti altri progetti, come quello della regolarizzazione dei migranti, per far emergere il diritto e, allo stesso tempo, le persone.

2020 11 scalabriniani2Uniti per i migranti

L’unione fa la forza. E la forza è soprattutto una delle armi vincenti della migrazione positiva, di chi fugge dalle guerre, dalle carestie, di chi è vittima del traffico di esseri umani.

L’unione ha fatto la forza di un’alleanza che è stata realizzata tra la Comunità di Sant’Egidio e la Congregazione delle Suore Missionarie di San Carlo Borromeo, conosciute come le “Scalabriniane”. Qualcuno ci chiama le “suore con la valigia” o le “suore dei migranti”. E, appunto, proprio a loro ci rivolgiamo. A suggerircelo è il nostro carisma, nato per assistere i migranti, i rifugiati, i profughi, ovunque essi siano. Questa comunione di intenti ha fatto nascere un cammino comune tra la Comunità (nota per il suo impegno nel mondo e per sostenere incontri di pace) e la nostra Congregazione, che in diverse parti del pianeta, tra cui anche in Svizzera, ha da sempre aperto le porte e sostenuto tutti quei cammini di speranza fatti dai migranti. Abbiamo iniziato un percorso straordinario dall’Europa. Prima con i rifugiati che venivano in Italia, accogliendoli nella casa di Piacenza attraverso i corridoi umanitari, poi nelle attività di accoglienza, a Roma, nel progetto Chaire Gynai per aiutare donne fragili in semi-autonomia e minori e, proprio di recente, iniziando un progetto unico a Lesbo, in quell’isolotto di Grecia che vede, di fronte, la Turchia. Ma qual è il senso di questo progetto? È la forza. La forza di farsi unione, di essere una squadra pronta a vivere con gli altri, di assistere ma allo stesso tempo di far capire che è necessario rispondere alle necessità della migrazione, in due modi: il primo, puntando a risolvere necessità emergenziali, il secondo, lavorando per garantire ai migranti un percorso che sia volto a dare davvero una nuova speranza di vita. La nostra missione si rivolge a tutti i migranti, alle famiglie, alle donne che portano sulle loro spalle il peso di una famiglia, la cura di un figlio e, spesso, le ferite che possono avere le vittime della tratta degli esseri umani e che portano nel loro cuore come lacerazioni insanabili e nei loro occhi come immagini del terrore. La missione è fatta anche di questo. Lo sa Sant’Egidio e lo sappiamo noi: il messaggio di Cristo è fatto del sorriso dei bimbi e del dramma delle violenze. Il nostro cammino comune sta portando molte persone ad essere accolte, a partecipare ai nostri programmi di integrazione, a fare in modo che ci sia sempre una mano tesa. La Comunità ha siglato un’intesa con la Congregazione ed è stata suggellata un’intesa che era nelle corde di entrambi dopo un periodo di collaborazione informale. L’elemento bello, direi virtuoso, è che fa parte di un cammino con una chiave moderna ma in grado di valorizzare il nostro carisma, dono del nostro Beato Fondatore, Giovanni Battista Scalabrini, e dei nostri Cofondatori, la Beata Assunta Marchetti e il venerabile Padre Giuseppe Marchetti. È questa la nostra radice che non dimentichiamo mai, perché quei migranti che loro assistevano nell’Ottocento, sono un po’ gli stessi di oggi e hanno gli stessi occhi di Gesù bambino, quando fu profugo, e della sua Santa Famiglia. Monica Tozzi - Postulante Suore Scalabriniane

“Monsignor Giovanni Battista Scalabrini intuì che la mobilità sarebbe diventato il fenomeno fondamentale della vita umana – ha commentato Gianni La Bella, della Comunità di Sant’Egidio – Il suo è stato un carisma anticipatore nella Chiesa. Chiedeva di mettere preti nei porti, cosa che all’epoca c’era chi non capiva. A partire dall’incontro con i migranti abbiamo creato tante strade nuove e abbiamo scritto una pagina dell’impegno della Chiesa nel nostro mondo contemporaneo. Sentiamo il desiderio di ‘contagiare’ tante altre Congregazioni religiose. Insieme dobbiamo fare uno sforzo gioioso per una maggiore integrazione tra di noi facendo rete, connessione, coinvolgendo in questo grande abbraccio tanti altri. La vita religiosa deve assumere la sfida dei migranti come una chiamata evangelica per la vita di oggi”.

“Abbiamo accolto con immensa gioia l’invito della comunità di Sant’Egidio, a cui abbiamo risposto prontamente, poiché abbiamo grande considerazione e apprezzamento per il lavoro che la comunità svolge ‘uscendo’ verso le periferie umane ed esistenziali, servizio riconosciuto internazionalmente per la dedizione, per la serietà e l’impegno con i poveri, con i migranti, i più vulnerabili della società – spiega la Superiora generale delle Suore scalabriniane, suor Neusa de Fatima Mariano – Accogliamo ciò come una valida opportunità che certamente rafforzerà ancor di più la collaborazione tra le nostre Istituzioni, impegnate e coinvolte con i migranti e i rifugiati, riconosciute e credibili nella Chiesa e nella società civile per la missione che realizziamo nella promozione e nella difesa della vita”.


Articolo pubblicato sul mensile insieme di novembre 2020.