2020 11 sottostessocieloIl premio Amnesty International Italia nasce nel 2003 dalla voglia di far emergere, diffondere e premiare le tematiche dei diritti umani presenti nei brani dei personaggi di spicco della musica italiana. A meritare il Premio Amnesty della 18esima edizione italiana è Nicolò Fabi con il suo nuovo e provocante pezzo “Io sono l’altro”.

La canzone vincitrice dell’edizione 2020, “Io sono l’altro”, contenuta nel disco “Tradizione e tradimento” pubblicato a ottobre 2019, riesce a metterci a confronto con l’attuale tematica del “diverso”. E Niccolò Fabi lo fa in un modo semplice e garbato, utilizzando sì la delicatezza di chi non ha bisogno di gridare per lasciare un’impronta, ma usando anche parole forti che racchiudono già, anche se sussurrate, un ruolo e un peso importante.

“Io sono l’altro puoi trovarmi nello specchio, la tua immagine riflessa, il contrario di stesso”.

“Io sono l’altro” ci invita innanzitutto ad entrare in empatia con gli altri e a vedere il mondo secondo un’unica ottica: che non sia la nostra. L’empatia di cui si parla diventa così il mezzo che ci permette di osservarci e capirci meglio e riconoscere che “l’altro” si può trovare al nostro fianco e che può essere la nostra immagine riflessa, o addirittura noi stessi: esseri umani, esseri pieni di contraddizioni.

In una prima strofa, senza usare grandi metafore da interpretare, parlando in modo semplice e diretto, Fabi ci scaraventa in un uragano di tristi realtà.

Il cantante descrive “l’altro” come “il marito della donna di cui ti sei innamorato”, “l’assunto quando ti hanno licenziato”, o ancora come “quello che dorme sui cartoni alla stazione”, “il nero sul barcone”.

Il cantante intavola temi delicati, difficili da affrontare, come quello della migrazione e del razzismo, lanciandoceli violentemente addosso. Ci pone dinnanzi ad un evidente presente, che non va rinnegato, ma affrontato, risultato di un passato che sembra non averci insegnato nulla. Presente che sta, di conseguenza, condizionando il nostro futuro.

La prima strofa canta di un “altro” odioso, spesso disprezzato, emarginato, che suscita ribellione e ferisce il proprio orgoglio.

“Dobbiamo aprire gli occhi” dice Fabi in un’intervista, “siamo tutti fratelli, non ci dovrebbe essere spazio per l’odio perché stiamo tutti sotto lo stesso cielo”.

La seconda strofa canta la speranza che tutto possa cambiare se visto da una migliore prospettiva.

Un attimo dopo, “l’altro”, quello che prima dormiva sui cartoni alla stazione e il nero sul barcone, diventa ora “il donatore che aspettavi per il tuo trapianto”, “quello che guida mentre dormi” o ancora “il padre del bambino handicappato che sta in classe con tuo figlio”. Diventa d’un tratto quello che ha la tua vita nelle mani, colui che può salvarti, poiché ha già imparato la lezione che la vita è un diritto prezioso che spetta a tutti. La scoperta de’ “l’altro” ti cambia, poiché la diversità apre le menti, mentre il razzismo le chiude.

Con “Io sono l’altro” Fabi ci invita a sconfiggere il pregiudizio e l’ignoranza di chi non comprende il “diverso”, ci insegna ad imparare ad apprezzare “l’altro” e a comprenderne i suoi stati d’animo.

Prima di metterci a giudicare, fermiamoci ad osservare, a “sentire” la persona nel profondo e vivere con empatia perché ognuno ha la sua storia, le sue esperienze e il proprio valore.

“Quelli che vedi sono solo i miei vestiti, adesso vacci a fare un giro e poi mi dici”.

Indossiamo allora più spesso i vestiti degli altri, prima di giudicare, e realizziamo che dove c’è il sole, da un’altra parte potrà esserci la pioggia, che dove qualcuno vede speranza, qualcun’altro vive di paura, sconforto e apatia.

Remo Panarese


Articolo pubblicato sul mensile insieme di novembre 2020.