2020 12 natale1“… al di sopra di tutte le altre solennità Francesco celebrava con ineffabile premura il Natale del Bambino Gesù e chiamava festa delle feste il giorno in cui Dio, fatto piccolo infante, aveva succhiato a un seno umano" (Biografia di S. Francesco). A Greccio Francesco dice: “Vorrei fare memoria di quel bambinello che è nato a Betlemme e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato”. Francesco vuole vedere con gli occhi del corpo l’umanità di Dio, con lo stupore di chi intuisce che l’Altissimo Onnipotente Dio si è fatto bambino e la sua vita è affidata alle mani amorevoli di Maria e alla custodia fedele di Giuseppe. Tutto questo non è poesia, è sperimentare la vertigine dell’immenso amore di Dio per ogni suo figlio, per me, per te, per noi. Noi, oggi, che cosa vogliamo vedere con gli occhi del corpo, o meglio, chi vogliamo vedere? In questo prossimo Natale 2020 cosa vogliono vedere i nostri occhi? Le nostre mani cosa vogliono accarezzare e servire?

Siamo chiamati a compiere gesti di cura e dedizione verso fratelli e sorelle che ci riportano alla mente e al cuore la fragilità e il bisogno di cura, cioè di “un cuore tenero, di un amore che si fa vicino e concreto” (Ft 194) verso quel Bambinello, adagiato in una mangiatoia.

I pastori e i magi s’incamminano per vedere con i propri occhi.

Mettersi in cammino per incontrare l’altro non è sempre facile e tanto meno scontato. Alla base di questo movimento c’è un desiderio che anima, una volontà che spinge verso, una conversione che dona un cuore di carne.

I pastori si sono lasciati condurre da un annuncio, così come hanno fatto i Magi che hanno seguito la stella, abbandonando il proprio percorso. Quando il cammino personale è autentico, inevitabilmente ci conduce verso l’altro, ci abilita a costruire relazioni di amicizia e di fraternità, lavorando alla “cultura dell’incontro, che significa che come popolo ci appassioni il volerci incontrare, cercare punti di contatto, gettare ponti, progettare qualcosa che coinvolge tutti” (Ft 216).

Mi viene in mente l’immagine del presepe con tutti i suoi personaggi. Ognuno vicino alla grotta per portare qualcosa, ognuno con un percorso proprio, che lo conduce poi a diventare comunità riunita attorno al Dio fatto uomo. Ogni personaggio del presepe ha la sua caratteristica e peculiarità: c’è il pastore con il suo gregge, lo zampognaro che allieta con la sua musica, l’uomo che dorme sotto la volta stellata, la donna che indica la stella, i magi con i loro doni e tanti altri personaggi. Allo stesso modo, ognuno di noi ha la sua unicità, che mette a servizio per avere cura di coloro che sono fragili, in famiglia, nella società, nella realtà allargata di popolo (Ft 115), in nome di quel “Bambinello adagiato in poveri pannicelli” (Testamento di S. Chiara).

È importante, allora, riconoscere all’altro il diritto di essere sé stesso e di essere diverso: “C’è un riconoscimento basilare, essenziale da compiere per camminare verso l’amicizia sociale e la fraternità universale: rendersi conto di quanto vale un essere umano, quanto vale una persona sempre e in qualunque circostanza” (Ft 106). È un passaggio che non avviene molto spesso in modo naturale, incontra resistenze, pregiudizi, paure, sentimenti che abitano il nostro cuore ferito. A volte posso essere io a sentirmi diverso rispetto agli altri e sperimento difficoltà, fatica nel dialogo e nell’incontro.

Si rischia, però, di vivere queste dinamiche come scontate, senza l’ascolto necessario, così come fossimo statue, poste da altri vicino al presepe, inermi di fronte alla vita che ci chiama. Forse è qui che si arresta la costruzione della “fraternità”, il sogno di Dio per noi?

Bisogna ricordare che “nessuno può sperimentare il valore della vita senza volti concreti da amare” (Ft 87). L’accoglienza dell’altro, pur faticosa, ma vera e autentica, nasce anche da un’accoglienza di sé stessi. Guardare con gli occhi la propria verità, i sentimenti che ci abitano, belli e meno belli, le nostre intenzioni, quelle autentiche e quelle che sono rivestite di tornaconto personale. Ma questa è la nostra umanità ed è proprio questa umanità che il Signore, con la sua nascita e incarnazione, ha benedetto. Ci chiede di metterla a servizio gli uni degli altri, per fare cadere le proprie maschere, passo dopo passo sulla strada della conversione, per fare risplendere quel volto voluto così da Dio.

È importante, allora, dare voce ai sentimenti che albergano nel nostro cuore per confrontarli, con umiltà, a quelli di Cristo. Se accettiamo che l’amore di Dio è senza condizioni, che l’affetto del Padre non si deve comprare né pagare, allora potremo amare aldilà di tutto, perdonare gli altri anche quando sono ingiusti con noi (Al 108). Natale può essere la ri-nascita di noi stessi, per guardare con i nostri occhi il piccolo Bambinello nella sua debolezza di neonato indifeso e non avere paura di riconoscere i nostri limiti e fragilità: “La logica dell’amore cristiano non è quella di chi si sente superiore e ha bisogno di far loro sentire il suo potere ma quella per cui – chi vuol diventare grande tra voi sarà vostro servitore (Mt 20,26)” (Al 98).

2020 12 natale2Guardare con i propri occhi l’umanità di quel piccolo bambino, per vivere l’esultanza del Natale è sapersi rallegrare per gli altri e saper gioire per la gioia altrui. Forse è più “immediato” accorgerci e partecipare ai disagi e alle sofferenze di chi conosciamo, pronti forse a dare consigli per le diverse situazioni, mettendo a servizio capacità e competenze. Ma quando il fratello o la sorella vive un momento felice, per un obiettivo che ha raggiunto, per una relazione importante che sta vivendo, per il dono di una bella famiglia, e per tanti altri motivi … riusciamo a gioire?

“Quando una persona che ama può far del bene a un altro, o vede che all’altro le cose vanno bene, lo vive con gioia e in quel modo da gloria a Dio, perché Dio ama chi dona con gioia. Nostro Signore apprezza in modo speciale chi si rallegra della felicità dell’altro. Se non alimentiamo la nostra capacità di godere del bene dell’altro e ci concentriamo soprattutto sulle nostre necessità, ci condanniamo a vivere con poca gioia, dal momento che, come ha detto Gesù, “si è più beati nel dare che nel ricevere (At 20,35)” (Al 110).

Si racconta di Francesco che a Natale voleva che i poveri e i mendicanti fossero saziati dai ricchi e i buoi e gli asini ricevessero una razione di cibo e di fieno più abbondante del solito: “Se potrò parlare all’imperatore – diceva, lo supplicherò di emanare un editto generale, per cui tutti quelli che hanno possibilità debbano spargere per le vie frumento e granaglie, (Fonte: Pexels, Jeswin Thomas) affinché in un giorno di tanta solennità gli uccellini e particolarmente le sorelle allodole ne abbiano in abbondanza” (Biografia di S. Francesco).

Per Francesco il Natale del Signore abbracciava tutte le creature, manifestando una meravigliosa armonia con Dio, con gli altri, con la natura e con sé stesso. È un invito ad allargare gli orizzonti, con uno sguardo ricco di stupore e gratitudine per le meraviglie che il buon Dio ha creato per noi: “Se noi ci accostiamo alla natura e all’ambiente senza questa apertura allo stupore e alla meraviglia, se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza con la nostra relazione con il mondo, i nostri atteggiamenti saranno quelli del dominatore (…) viceversa, se noi ci sentiamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste, la sobrietà e la cura scaturiranno in maniera spontanea” (Ls 11).

A Natale tutti siamo chiamati a fare festa. Chi ha di più, può venire in aiuto a chi ha di meno, riequilibrando, anche nel piccolo delle nostre realtà, la distribuzione dei beni, donando la possibilità di godere la gioia della fraternità e alleggerire il peso dell’indigenza: “Quando distribuiamo agli indigenti qualunque cosa, non elargiamo roba nostra ma restituiamo loro ciò che ad essi appartiene” (Ft 119). Un invito per noi a vivere la gioia del Natale, “la Festa delle Feste” come la chiamava S. Francesco, in armonia con tutto il creato, perché “la natura è come uno splendido libro nel quale Dio ci parla e ci trasmette qualcosa della sua bellezza e della sua bontà (Ls 12).

Siamo chiamati a guardare con gli occhi del corpo le meraviglie che il Signore ha fatto per noi. Il mio augurio, per me e per tutti, sarà allora che in questo Natale ci lasciamo guardare dal Signore, dai Suoi occhi di misericordia, per sperimentare nella nostra umanità il Suo amore unico e speciale.

Sr. Romina


Articolo pubblicato sul mensile insieme di dicembre 2020.