2021 03 palmell nome di questa giornata di festa rievoca la processione svoltasi a Gerusalemme in occasione dell’entrata di Gesù nella città. Scendendo dal «Monte degli Ulivi», in groppa ad un asinello, il Cristo venne accolto da una gran folla, che agitava rametti di ulivo e palme, in segno di lode.

Un’usanza analoga entrò in uso anche in Occidente. In particolar modo in Francia, già nel VII secolo, era costumanza che tutti i partecipanti al corteo, organizzato per l’occasione, portassero palme e ramoscelli di ulivo, per farli benedire dal sacerdote.

Agli inizi dell’età medievale, si soleva dare alla processione un’immagine drammatica. Il popolo, in un primo momento, si radunava nella chiesa principale, e poi si spostava in una cappella fuori dalle mura. Qui, si procedeva alla consacrazione degli arbusti, dopodiché, in corteo, si ritornava in paese. Da allora, ogni borgo, festeggia tale ricorrenza, rievocando quell’antico corteo.

La sfilata con le palme, diede il nome a questa giornata che cade l’ultima domenica prima di Pasqua. È un rito che si ripete ogni anno e, oltre i benefici spirituali, porta anche l’armonia tra la gente. Permette a tutto il paese di ritrovarsi, anche se solo per un giorno, e le ostilità, le antipatie o, semplicemente, le indifferenze, accumulate durante l’anno, dovute ad arrabbiature, a divergenze politiche o anche solo a cuori ormai troppo grigi ed induriti, sembrano sparire. E’ bello vedere come ciascun centro si organizza per adempiere a questa tradizione. Ogni rituale acquista, così, un valore diverso e caratteristico.

Anticamente, nella «Grecìa Salentina», il prete, in occasione di questo avvenimento, leggeva e cantava in latino, dal pulpito, la «Passione», la «Morte» e la «Resurrezione» di Cristo. Parallelamente, i popolani, compivano questo rito per le strade, ma in lingua greca. In alcune zone del Salento, gruppi di tre persone, percorrevano le vie del paese intonando il «Canto di Lazzaro», nel quale si ricordavano gli episodi più significativi della vita di Gesù: la nascita, l’arrivo dei Magi, gli insegnamenti nel tempio, ecc. Questi uomini reggevano tra le mani un grosso ramo di ulivo, decorato con immagini di santi, nastri colorati e con fazzoletti. Ma, il momento più significativo della rappresentazione, era la recitazione ritmica. Tutta la folla, in silenzio, ascoltava il canto religioso, celebrato in termini italici e greci. Lo spettacolo non proseguiva a lungo perché, come illustrava il cantore, stava per iniziare la settimana Santa e, quindi, «la lingua non poteva più parlare, né la bocca cantare». Gli strimpellatori, prima di uscire di scena, chiedevano alle donne presenti un’offerta in denaro o qualcosa da mangiare, magari un paio di uova.

Questa usanza, in alcuni paesi, è stata rivalutata grazie ai racconti degli anziani o ai lavori dei ragazzi nelle scuole. Dopo la consacrazione, ciascun fedele, porterà questi «simboli di pace» nelle proprie abitazioni e, ponendoli al capezzale del letto, su un’immagine sacra, sulla porta di ingresso o fra la biancheria, auspicherà l’aiuto divino e chiederà una particolare benedizione per sé e per la sua famiglia. I ramoscelli benedetti l’anno precedente, ormai secchi, non si gettano via, ma dovranno essere bruciati nel fuoco. Una volta, molto spesso, questi rametti tornavano nei campi, negli orti, nelle vigne, tra i prati, dove i contadini, fissandoli su una canna, li sistemavano al centro del podere. Questo rito aveva la funzione di rendere fertile il terreno e di propiziare un buon raccolto.

Inoltre, fino ad alcuni anni fa, i coltivatori del basso Salento, seguendo antiche usanze preistorico-mediterranee e romano-pagane, attribuivano a questi piccoli arbusti consacrati la facoltà di proteggere dalle insidie del male. Era abitudine battere i fascetti contro i «menhir» o contro i «Sannà», nella convinzione di poter, in questo modo, scacciare le streghe e il diavolo che erano annidati al loro interno, secondo la leggenda.

Tali usi risalgono a credenze pagane che la chiesa, nei primi secoli della diffusione del Cristianesimo, non riuscì sempre ad estirpare. A volte, per sollecitare la conversione delle masse, si vide costretta a tollerarle, modificandole, però, in parte. I contadini salentini, in segno di devozione, recitavano tanti «Pater Noster », quante erano le foglie dei rametti, e condivano la pasta, in segno penitenziale, esclusivamente con le briciole di pane fritto.

Oggidì, il giorno della «Domenica delle palme», che oscilla a seconda della celebrazione della Pasqua, è divenuto un vero e proprio mercato di rami di ulivo dorati e argentati, di «croci» e di «panierini», creati intrecciando le palme. Ve ne sono di tanti tipi e di grandezze diverse e molti sono arricchiti con uova colorate, con cioccolatini e caramelle. Da ciò si evince come il sacro, di frequente, diventi profano, e come si cerchi di speculare su «cose» che hanno accezioni assai profonde.

Questa festa, in passato, conseguiva valori molto significativi. I giovani fidanzati, ad esempio, usavano scambiarsi i piccoli panieri come dono di pace. In alcune località, invece, le nuore portavano la palma alle suocere e ricevevano in cambio un dono che, quasi sempre, consisteva in un oggettino d’oro. In altri luoghi, questi ramoscelli fungevano da «paciere» tra coloro che, nell’anno, avevano litigato e che, ancora, non si erano riconciliati. Era consuetudine portare una palma in segno di pace e si chiedeva perdono per il male arrecato. Dopo questo giorno festoso, torna, inesorabile, il contegno quaresimale. Gli organi delle chiese smettono di suonare, le luci si affievoliscono, gli altari vengono denudati e tutti devono raccogliersi in una taciturna quiete, nell’attesa della Settimana Santa, fatta di privazioni e di silenzi.

Dopo la tristezza, tuttavia, ritorna sempre la gioia, e i sacrifici portano solo frutti. Una rinuncia in più oggi, e chissà, forse meriteremo un «uovo» di cioccolato in più domani. Magari con una bella sorpresa...

C.O.


Articolo pubblicato sul mensile insieme di marzo 2021.