2021 78 dopoilmare1Quando pensiamo all’estate e alle vacanze di Ferragosto, ci vengono in mente spiagge dorate, sole accecante e il mare azzurro. Eppure, non per tutti il mare rappresenta il dolce riposo dopo un anno di lavoro. Ci siamo mai chiesti cos’altro può rappresentare, cosa c’è dietro a quest’immensa vastità di acqua fresca, all’apparenza mansueta, con i suoi riflessi luccicanti e le onde sinuose? Cosa c’è dopo il mare? Questo è il titolo del nuovo romanzo di Patrizia Fiocchetti, pubblicato nella primavera di questo anno per Lorusso Editore. Patrizia Fiocchetti ha lavorato per più di vent’anni con rifugiati politici e conosce molto bene paesi lontani come l’Afghanistan e l’Iran, che ha visitato personalmente partecipando a varie missioni umanitarie. Dopo i reportage “Afghanistan fuori dall’Afghanistan” e “Luna – donne combattenti in Iran, Kurdistan e Afghanistan”, ha deciso di raccontare alcune sue esperienze fatte sul campo nel suo primo romanzo “Cosa c’è dopo il mare?”.

Durante il nostro incontro virtuale ci ha trasmesso emozioni, raccontato scene di disperazione, di povertà e di repressioni alle quali lei stessa ha assistito e che spesso sono nascoste dalle fredde cifre lette al telegiornale.

2021 78 dopoilmare2Per iniziare la nostra intervista, ti pongo la domanda che tu hai usato come titolo per il tuo romanzo: Cosa c’è dopo il mare?

Dunque, intanto si tratta di un titolo ragionato. Ho scelto come titolo questa domanda, che nel romanzo è pronunciata da un bambino di circa undici anni. Bisogna capire che il mare per i migranti è un qualcosa che racchiude molteplici significati. Appena arrivano al mare dopo essere partiti dai loro paesi (Nigeria, Senegal, piuttosto che Afghanistan,…) e dopo aver percorso svariati chilometri, si ritrovano davanti a questa distesa di acqua salata che non avevano mai visto prima. La prima emozione è sicuramente meraviglia, stupore, attrazione per questa immensità d’acqua. Ma ben presto queste sensazioni si trasformano, il mare diventa un confine che sembra sempre più invalicabile, una barriera che blocca il cammino, un ostacolo che ti separa dall’Europa. Europa che non è solo vista come un territorio ricco, ma diventa sinonimo di possibilità di rifarti una vita. Il periodo del viaggio segna per i migranti un vero e proprio “periodo sospeso” tra il prima e il dopo. Una sorta di limbo, un taglio con il passato, un futuro che non è ancora arrivato. E il mare è quell’ostacolo che ti blocca, che ferma quindi non solo il viaggio ma anche la tua vita personale.

Come mai hai deciso di raccontare queste tue esperienze in un romanzo?

Il mio romanzo nasce da esperienze dirette e da testimonianze raccolte negli anni in cui ho lavorato a contatto con i rifugiati politici e durante le diverse missioni umanitarie a cui ho partecipato. A fine 2019 ho deciso di abbandonare il mio lavoro a Pordenone. Torno a Roma e mi ritrovo disoccupata. Nel 2018 ero già stata in Serbia e in Bosnia, in piena crisi della rotta balcanica, e così avevo deciso che sarei partita per andare a dare una mano a Lesbo (isola greca in cui sorge un grande campo profughi) nella primavera del 2020. Poi sappiamo come è andata: pandemia, lockdown e il mio viaggio è rimandato. Fatto sta che mi ritrovo a Roma, senza lavoro, chiusa dentro casa e con il desiderio di aiutare in qualche modo questi migranti. Ecco come è nata l’idea di un romanzo. La forma romanzata poi è sicuramente più d’impatto rispetto a un saggio, mi dà anche la possibilità di creare personaggi emblematici, di raccontare tante esperienze diverse. Ho cercato di mettere insieme testimonianze, conoscenze, realtà politiche dei paesi di provenienza, politiche anti-migratorie dell’Europa e la situazione nei campi profughi. Nel romanzo sono riuscita a ricreare spicchi rappresentativi di esperienze, emozioni e storie personali.

Protagoniste del romanzo sono tre donne. Come mai questa scelta?

Esatto, il romanzo gira intorno a queste tre figure femminili: una studentessa iraniana impegnata nelle proteste contro il regime degli ayatollah, un’ex-combattente nella guerra civile siriana e un’operatrice sociale di Roma volontaria nel campo di Lesbo.

Tre figure femminili diverse tra loro ma che stringono un patto di mutua assistenza. Anche perché hanno una caratteristica comune, ovvero sono “sole”. Senza uomo che, nelle dinamiche di un campo profughi, diventa colui che ti difende. Ed ecco perché ho scelto tre protagoniste donne: perché chi subisce immediatamente gli effetti di una crisi sono gli anelli minori della società, quelli più indifesi: donne e bambini. E per comprendere quello che sto dicendo bisogna capire le dinamiche che avvengono in un campo profughi. Innanzitutto, immaginiamo che in un campo sono costretti a vivere dieci, quindici mila persone: nuclei familiari, uomini soli, donne, bambini, minori non accompagnati… Etnie diverse, religioni diverse, lingue diverse, storie e culture diverse. In queste condizioni di vita precarie è facile immaginare che nascano spesso conflitti e violenze, con donne e bambini che subiscono anche maltrattamenti e matrimoni forzati… Pensiamo agli uomini padri di famiglia: da sempre si sentono responsabili del sostentamento della propria famiglia ma nel campo non sono più in grado di assicurarlo. Si sentono quindi degradati nel loro modo di essere, subiscono una perdita di dignità e quindi di identità. Ecco allora che l’uomo esercita ancora di più il suo potere nell’unico spazio in cui resta potente: all’interno della sua tenda, nella sua famiglia. Della serie “anche se solo in questa piccola tenda, qui comando io. E tu, donna, devi rispettare le mie regole”.

Inoltre, credo che in generale le donne abbiano una grande capacità di superare i conflitti. Sono costruttrici di ponti e di pace, riescono in qualche modo a superare i conflitti che portano a guerre che, spesso, sono generate da un pensiero molto maschilista. Possono superare più facilmente certe divisioni ridicole e caricate di significato che in realtà non hanno: penso alle barriere tra gruppi etnici, che sono una costruzione generata soprattutto dal pensiero maschilista.

Mi hai detto anche che hai cercato in qualche modo di integrare la politica europea all’interno del tuo romanzo. C’è un’esperienza in particolare che mi vorresti raccontare?

Era il 2016, l’Unione Europea aveva appena stretto il patto con Erdogan (Turchia) per il controllo dei flussi migratori e io mi trovavo proprio lì, sul Pireo, in Grecia. Un’immagine indelebile è quella degli iraniani che nel porto greco ma - nifestavano contro l’Europa e contro i siriani, perché i siriani potevano proseguire il loro viaggio in Germania mentre loro no. Perché qualcuno a Bruxelles aveva deciso che ai siriani andava concesso il diritto di asilo ma agli iraniani no. E sono state proprio le politiche europee a creare queste situazioni. Le politiche europee radicalizzano gli animi. E sembra quasi di rileggere le spiacevoli pagine di “Se questo è un uomo”, perché la vita dei profughi diventava una questione di sopravvivenza. E così - non riuscirò mai a togliermi dalla mente quella scena – mentre cercavano di dividere i siriani dagli afghani e dagli iraniani, tutti i profughi tentavano di guadagnarsi il permesso di andare in Germania. Cellulare alla mano, mostravano le foto di ciò che lasciavano al loro paese. “Guarda, questa è la mia casa distrutta da una bomba”. “Eh, a me hanno ammazzato mia figlia davanti agli occhi”. Era una lotta a chi aveva vissuto disgrazie peggiori. Una lotta a chi aveva più diritto di andare in Germania. Una lotta di sopravvivenza. Una cosa disumana. E io lì, da europea, mi sono sentita responsabile.

Anche perché ricordiamoci che l’Unione Europea si fonda proprio sui diritti dei cittadini!

In tutte queste dinamiche e in queste esperienze che mi hai raccontato metti in risalto una questione che spesso in Europa dimentichiamo: ovvero che dietro a ogni numero c’è un’identità, una persona, una storia…

Esatto, e questo mi preme molto. Fra cooperanti italiani ed europei da un lato e i migranti dall’altro c’è un confine inseparabile. Ed è necessario cambiare prospettiva per provare a capire. Non si tratta solo di numeri. Ogni persona ha un’identità multipla, ed ogni persona è un insieme unico di identità. Voglio far passare il messaggio che cento migranti sono cento persone, cento persone con identità multiple. Non sono numeri, sono persone.

Le cifre uccidono la personalità. Anche i nomi sono importanti, le date di nascita, le città di provenienza…!

Ogni migrante, anche gli emigranti italiani, deve affrontare un momento di crisi identitaria interiore. È parte del processo di migrazione. Immagino che per i profughi o per chi fugge la guerra in queste condizioni sia ancora più complicato.

Assolutamente sì, certo. E la crisi identitaria inizia da subito, appena intrapreso il viaggio. Ed è ancora più difficile riadattarsi ad una nuova vita per chi aveva una posizione “importante” nel suo paese d’origine. Prendiamo un medico, o un professore… Da un giorno all’altro scoppia una guerra, prende il potere un regime dittatoriale. Lui, avendo un riscontro pubblico e magari avendo parlato male del governo diventa subito un oppositore politico. E gli oppositori politici spesso finiscono in prigione, vengono torturati, uccisi o spariscono nel nulla. Già lì c’è una crisi identitaria forte. Poi magari fuggono, sono costretti a viaggi lunghi e pericolosi, finiscono in un campo profughi, in attesa di un permesso per entrare in un paese che magari non riconosce neanche il loro titolo di studio. Devono distaccarsi dall’identità che si erano costruiti nel paese d’origine per ricostruirsene un’altra nel nuovo paese. E nell’intermezzo, durante il viaggio e la sosta nei campi profughi, vivono un tempo sospeso, il vuoto. Cioè in questo modo si sta togliendo loro una parte di loro stessi che hanno costruito negli anni: vita professionale, relazioni… Non è per niente facile.

A cura di Luca Panarese


Articolo pubblicato sul mensile insieme di luglio-agosto 2021.

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